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venerdì 19 dicembre 2008

Autovelox

L’autovelox è uno strumento vigliacco: non può definirsi istruttivo e forse nemmeno tanto dissuasivo. Di sicuro nell’eterno rincorrersi tra guardie e ladri introduce un elemento di parzialità che rende scorretto il gioco. Soprattutto quando ad adottarlo sono i Comuni, con l’unico scopo di fare cassa. Visto però che la multa non ti viene contestata subito, la tradizionale abitudine ad arrangiarsi degli italiani era riuscita perlomeno ad escogitare un metodo per evitare di perdere i punti della patente, altro gioco impari inventato per consentire ulteriori guadagni alle autoscuole con farseschi corsi di recupero. Pago perché mi tocca ma siccome tu Stato, Comune, ecc. ecc. non puoi provare che ero io alla guida, posso dichiarare che quel giorno al volante c’era questa mia anziana zia, il nonno, il papà, che loro tanto venti punti non riuscirebbero a mangiarseli nemmeno vivessero 300 anni. Qualcuno ne aveva addirittura fatto un business da centro anziani per arrotondare la pensione. Questo fino ad un anno e mezzo fa circa. Perché nel frattempo lo Stato ha messo a punto una contromossa. Ma non come ci si aspetterebbe da uno Stato coerente e irreprensibile: punizione esemplare a chi dichiara il falso, che è pur sempre un reato. Il legislatore ha colto il suggerimento truffaldino ed è andato oltre: ha reso lecito il falso ed ha alzato la posta.Io Stato non posso accertare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che a violare il codice della strada è stato il proprietario del veicolo, quindi insieme alla multa e al numero di punti decurtati mando al domicilio del presunto trasgressore un modulo in cui indicare le generalità del reo. Formalmente gli chiedo paternalisticamente di pentirsi e di autoaccusarsi, di fatto gli offro l’opportunità di dare la colpa al nonno e di tenersi i punti. Di più, se il tapino non ha sottomano nonni, vecchi zii o papà - e qui sta la furbata - gli lascio una ulteriore via d’uscita: se non mi spedisci il modulo nei tempi stabiliti, io Stato, non sapendo a chi togliere i punti, ti raddoppio la multa e amici come prima. Non fa una piega. In pratica un’associazione a delinquere.
Mi arriva a casa una multa perché una sera di maggio, intorno alla mezzanotte, tornando a casa da una città qualsiasi sono passato in un centro abitato, con limite ai 50, a ben 63 chilometri all’ora. 157 euro l’onere da versare nelle casse del comune e 2 punti in meno sulla patente. Più o meno 300 mila lire, e il riferimento al vecchio conio è fondamentale per capire la follia che abbiamo ormai raggiunto. Nella busta con il bollettino c’è anche il prestampato da spedire al comando dei vigili con le generalità dell’autista, allegando la fotocopia fronte retro della patente di guida. Logicamente non compilo nulla, pensando che valga il silenzio assenso: la macchina è intestata a me, mi è arrivata la contravvenzione, l’ho pagata, di malavoglia ma l'ho pagata, non mi importa nulla di restituire i due punti, tanto me ne rimangono comunque 20, visto che sono tra quelli che hanno beneficiato del regalo di due punti per non aver mai infranto le regole dall’introduzione della nuova norma. Errore. Dopo un paio di mesi dal pagamento dei 157 euro mi arriva la multa raddoppiata, oltre 300 euro inclusi gli oneri vari, 600 mila delle vecchie lire, che sommate alle 300 precedenti fa quasi un milione. Un milione di lire per aver superato di 13 chilometri il limite, di notte, su una strada dritta e completamente vacante. Chiamo il comando dei vigili e chiedo lumi. Chi mi risponde mi spiega gentilmente i cavilli della legge appena entrata in vigore e mi suggerisce di fare ricorso al giudice di pace, che non si sa mai. Scrivo dunque al giudice e in sostanza gli racconto la mia buona fede, certificata dal pagamento della multa, sottolineando che pretendere complessivamente un milione di lire per un’infrazione così minima è da cravattari. Non gli dico proprio così, il senso però è quello. Esattamente un anno dopo vengo chiamato all’udienza. Il giudice è un anziano pretore in pensione che vedendo le mie origini mi racconta dei suoi primi anni di lavoro tra le mie montagne e ricorda luoghi e particolari di cui mi chiede ancora l’esistenza o la trasformazione. Alla fine mi dice: lei ha ragione da vendere ma io non posso non applicare il codice. L’unica cosa che è nelle mie facoltà è di abbassarle la multa al minimo, vale a dire 250 euro, che con gli oneri arriva a 263, more or less. Ringrazio perché non posso fare altro e il vecchio pretore, forse in ricordo della gioventù, prima di congedarmi mi da un consiglio: mi raccomando, la prossima volta compili il modulo. Se però decide di non farlo per non perdere i punti, eviti almeno di pagare la prima contravvenzione, aspetti che le arrivi la multa raddoppiata e faccia ricorso: se le va bene se la cava con 250 euro. Siamo in Italia, bellezza.

mercoledì 10 dicembre 2008

Rimborsi a ostacoli

Superata la mezzora di ritardo del treno, il passeggero ha diritto al rimborso di una percentuale del biglietto. Per ottenerla deve però compilare un modulo, allegare il biglietto in originale e imbucarlo in un’apposita cassetta in stazione. Il modulo è disponibile in biglietteria. Uno cioè arriva già in straritardo, magari deve correre ad un appuntamento, al lavoro, a comprare il pane, e per ottenere quanto dovuto dovrebbe affrontare il muro umano che c’è sempre davanti agli sportelli. Fanculo il rimborso e le FS. Infatti la stragrande maggioranza dell’utenza non presenta la richiesta e nostra signora ferrovia può sperperare quei milioni di euro risparmiati per pagare gli stipendi e le liquidazioni al trust di cervelli che ne è a capo. Una volta che non avevo nulla da fare ho messo su l’aria del pensionato milanese ed ho fatto la fila. Ho affrontato senza scompormi la faccia contrariata dell’impiegato, ho risposto esattamente alla sua domanda infingarda sul numero del treno in ritardo, ho compilato in bella grafia il foglio che lo stesso impiegato mi avrebbe sicuramente lanciato se non ci fosse stato il vetro divisorio, ho insalivato per bene la busta e, bastardo, invece di imbucarlo nella apposita cassetta, ho rifatto la fila e l’ho riconsegnato alla stesso medesimo, lui, impiegato: sa, visto che lei è così gentile, volevo essere sicuro che arrivasse a destinazione, gli ho detto chiamandolo con il nome riportato sul tesserino. Più o meno quattro mesi dopo ho trovato tra la posta una lettera delle FS con le solite scuse prestampate e una specie di assegno nominale con l’importo del rimborso - se non ricordo male la metà del costo del biglietto – convertibile in un altro biglietto. E se uno, putacaso, ha preso quel treno per sbaglio e non ne prenderà mai più in vita sua?
Anyway. Questa mattina un signore incontrato in treno mi ha parlato delle ferrovie spagnole. Le stazioni delle grandi città pare funzionino come un aeroporto. Il biglietto ti dà la possibilità di accedere solo ed esclusivamente al tuo binario, al quale arrivi dopo essere passato attraverso il metal detector. Rischi, dunque, ridotti al minimo e soprattutto nessuno che ti rompe i coglioni mentre sei in attesa. Ma il dato rilevante del racconto è che durante un viaggio Madrid Siviglia, città che distano più o meno quanto Milano e Roma, poco prima di entrare nella stazione d’arrivo il capotreno si è scusato per il ritardo accumulato dal treno: 6 minuti. Alla discesa il mio casuale compagno di viaggio e gli altri passeggeri sono stati accolti da alcuni steward che hanno distribuito a tutti un voucher per il rimborso totale e immediato del biglietto. In contanti.

venerdì 5 dicembre 2008

Soci Eurostar

Visto che a novembre ho dovuto più volte fare il cambio di servizio, questo mese invece dell’abbonamento mensile Euro City ho fatto direttamente quello Eurostar. Più che altro il treno veloce mi serve al ritorno, all’andata continuo a prendere l’Euro City, prima di tutto perché parte17 minuti più tardi, ed al mattino per me si tratta di un tempo che fa la differenza. E poi perché ha carrozze con scompartimenti chiusi, spesso vuoti: l’ideale per leggere in tranquillità. Di solito quando scendo a Verona ho circa mezzora di tempo prima dell’arrivo della navetta aziendale: me ne vado quindi in sala d’aspetto e continuo la lettura. Sala d’aspetto di 2° classe. Questa mattina, forte del mio nuovo status, sono andato nella Sala Eurostar: ambiente elegante, poltrone azzurro cielo, televisione, giornali. Quello che ogni stazione dovrebbe mettere a disposizione di un viaggiatore. Essendo una Sala di lusso non ha le porte che si aprono automaticamente. C’è l’Eurostar campanello che consente all’Eurostar ragazza del front office di controllare e decidere se aprire o meno l’Eurostar porta. Ho capito subito che dovevo aver sbagliato qualcosa, perché quando le ho mostrato il mio abbonamento, come è di prassi nella sala di seconda classe per potersi sedere, lei mi ha guardato interdetta e con un Eurostar sorriso mi ha chiesto: come mai mi fa vedere il biglietto? Per certificarle il mio diritto ad usufruire dei vostri servigi, ho ingenuamente argomentato. Mi spiace, ha risposto lei, la Sala è solo per i soci Eurostar. La tessera soci, logicamente, è a pagamento. Non bastano cioè gli oltre mille euro l’anno che verso nelle casse delle FS per potermi baloccare mezzora al giorno nell’Eurostar sala. (2. continua)

giovedì 4 dicembre 2008

Democristiani

In Italia se vieni eletto in un partito e non ti ritrovi più nelle sue scelte programmatiche non prendi e te ne vai da un'altra parte, come sarebbe logico, legittimo e opportuno. No, in Italia se non stai bene in un partito, ne fondi uno tutto tuo, “autonomo ma che guarda”. L’ha fatto mesi fa Carlo Giovanardi, la cui berlusconità ai tempi della sua militanza nell’Udc era persino imbarazzante, dando vita ai Popolari liberali, per confluire un minuto dopo nella famiglia del Pdl. L’ha fatto oggi Francesco Pionati, ex notista politico, già vicedirettore del Tg1, orfano democristiano, fino a ieri portavoce dell’Udc. Rimproverato dai suoi per aver flirtato con il Cavaliere, Pionati ha preso cappello e ha messo in piedi l’Adc, Alleanza di centro per la libertà (libertà da cosa poi: come se ci fosse qualche partito per o della schiavitù da cui differenziarsi, mah). La nostra sarà una casa per traghettare i moderati nel centrodestra, ha tenuto a precisare l’ex pupillo di De Mita. Una sorta, forse, di camera di purificazione, in cui meditare e pentirsi dei propri trascorsi, rendendo meno traumatica l’adesione al regno del cavaliere. O forse, meglio - Giovanardi docet - una casa che consenta, anche con pochi inquilini, di sedere da subito al tavolo principale ma con un potere contrattuale sicuramente più forte di quello del singolo parlamentare che chiede asilo, partecipare alle elezioni con il proprio simbolo in liste bloccate e dividersi i finanziamenti previsti percentualmente per tutti quelli che scendono in campo, corrono per, ecc. ecc? “In politica – sostiene Pionati - non si può stare in modo ambiguo, bisogna fare scelte di campo precise e noi oggi la facciamo: nasce un movimento che ha l'obiettivo di riportare i moderati nel centrodestra, anche quelli che fino ad oggi hanno creduto in modo illusorio che fosse possibile creare un terzo polo. Noi guardiamo al Pdl, sosteniamo il governo e Berlusconi, mantenendo però un profilo autonomo che svilupperemo di volta in volta con gli alleati in base alle esigenze e alle diverse tappe elettorali. In questo sistema bipolare bisogna schierarsi”. Se ci fosse l’esame da democristiano, a Pionati bisognerebbe dare una cattedra honoris causa. Chi ha conosciuto e militato nella balena bianca non ce la fa a stare all’opposizione. Non soltanto lo ritiene innaturale: crede fermamente che sia immorale, come per Fonzie chiedere scusa. E siccome non può dettare le condizioni, visto che non ha né i numeri né i soldi, si offre “mantenendo”, guarda ma deciderà di volta in volta, dice per non dire. Nel frattempo Pionati ha già incontrato Berlusconi: “Ci siamo visti, gli abbiamo comunicato la nostra decisione che è quella di prendere una posizione chiara e coerente, assumendocene le responsabilità”. Più democristiano di così…

martedì 2 dicembre 2008

Partiti cristiani e filosofi hegeliani

Magdi Cristiano Allam, vice direttore del Corriere, dopo essersi cristianizzato, fonda un partito. Il Partito Cristiano, appunto, che per prima cosa mette i suoi bei paletti: no all'aborto, no al divorzio, no ai matrimoni gay, no alla ricerca sugli embrioni umani, no all'eutanasia. Sì invece alla famiglia naturale, costituita da un uomo e una donna in grado di procreare, sì alla vita dal concepimento alla morte naturale, sì al rispetto dell'autorità morale e all'inviolabilità delle regole etiche universali. In definitiva, sì a un nuovo modello di stato etico, basato su “fede, religione, libertà, verità, valori”.
“Nasciamo nella consapevolezza che la nostra Europa - ha detto Allam - è in preda ad una deriva etica che si alimenta in una concezione materialista e consumistica della vita”. E ancora: “Nel quadro politico italiano, da destra a sinistra, c'é una preoccupante anarchia dei valori che noi vogliamo colmare. Per questo nasce il nostro partito, laico e autonomo”. Oggi nella sua Amaca Michele Serra lo prende giustamente per il culo. “Alleluia, adesso abbiamo anche il Partito Cristiano di Cristiano Allam. E’ un po’ allitterante, mi fa venire in mente una vecchia canzoncina sciocca che diceva più o meno “Sono Gigi del Lago Maggiore, residente sul Lago Maggiore”. A me ha invece fatto venire in mente il filofoso Alessandro Passerin d’Entrèves, residente nel castello di Entrèves, in via Entrèves a Entrèves. Non c’entra nulla, ma il solo fatto di essermelo ricordato a suo tempo mi consentì di portare a casa un 30 in filosofia morale. Per onestà nei confronti del professor Livio Sichirollo, grande studioso di Hegel, non fu certo quella sola risposta a garantirmi il voto: diciamo però che mise il docente in una buona predisposizione d’animo nei miei confronti, visto che l’aneddoto l’aveva raccontato una mattina a lezione e i tre prima di me non avevano saputo rispondere.

lunedì 1 dicembre 2008

Storie di ordinaria ferrovia

Ho un abbonamento mensile Euro City per il tragitto Brescia –Verona, costo 86 euro. Tenuto conto che l’importo di un biglietto singolo è di 9 euro è un bel risparmio, anche se non si utilizza il treno tutti i giorni. L’abbonamento consente inoltre di salire su qualsiasi convoglio di categoria inferiore lungo la stessa tratta. Se si intende usufruire del servizio di un treno Eurostar, l’unico superiore all’Euro City, è necessario acquistare un supplemento. Fin qui nulla da dire: la regola ha una sua logica, a patto però che l’intero sistema funzioni. Un esempio pratico. Poniamo il caso che per un’urgenza una persona qualsiasi, io, debba per forza prendere un Eurostar e che abbia i tempi stretti: poniamo dieci minuti all’arrivo del treno, considerando l’uscita dal lavoro e l’entrata in stazione. Cosa succede a quel punto. Verificato che le Ferrovie dello Stato non consentono l’acquisto del supplemento online e che nemmeno le biglietterie automatiche prevedono la vendita del supplemento slegato dal biglietto, la persona in questione, sempre io, ha due scelte. Salire sull’Eurostar senza aver pagato il pedaggio aggiuntivo, sottoponendosi a multe da cravattari o fare la fila alla biglietteria, ammesso che ci sia più di uno sportello aperto, il tempo sia sufficiente ecc. ecc.. Verifichiamo l’ipotesi sportelli in funzione e coda umana. Breve divagazione ma illuminante sul perché di queste storture, solo apparentemente senza senso. Dicevo all’inizio che il prezzo del biglietto online Euro City Brescia – Verona è di 9 euro. Per l’Eurostar FS chiede 11,90 euro. Una differenza quindi di 2,90 euro, l’equivalente, a logica, del supplemento. Torniamo alla nostra persona, cioè io, che arriva alla biglietteria, spiega di avere un abbonamento mensile Euro City e di avere bisogno di un supplemento Eurostar. L’impiegato chiede di verificare l’abbonamento e spiega che deve fare un cambio servizio. Va bene, faccia il cambio servizio. Il costo, senza la prenotazione del posto, è di 6 euro, 8 con prenotazione. Attenzione: cambio servizio, non supplemento. Qui sta la furbata. Cambio servizio non vuol dire nulla, ma consente di raddoppiare il prezzo ipotetico del supplemento. Ecco perchè ogni tanto in stazione dagli altoparlanti avvertono di stare attenti ai borseggiatori. (1. continua)

martedì 25 novembre 2008

Per fortuna che Silvio c'è

L’ottimismo è il profumo della vita

2008-11-25 11:19
CRISI: BERLUSCONI, CON OTTIMISMO COMUNE POSSIBILE USCIRNE
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "L'ottimismo, il coraggio, la volontà e la speranza possono farci uscire e in fretta dalla crisi che domina da alcune settimane: se tutti mettessimo in campo lo stesso ottimismo, potremmo guardare con più sicurezza al futuro che ci aspetta". Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prendendo la parola all'assemblea generale dell'Unione industriali romani. (ANSA).

2008-11-25 11:23
BERLUSCONI, EREDITATO PIU' ALTO DEBITO DA GOVERNO PRECEDENTE
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Abbiamo ereditato il più alto debito dei Paesi europei e cioé il 106%". Lo afferma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo all'assemblea degli Industriali romani. "Siamo in una situazione più negativa rispetto a quella europea - prosegue - non si dovrebbe dire ora ma credo che si debba tener conto nel considerarla l'eredità che ha ricevuto il nostro governo da quello precedente. Tra le difficoltà abbiamo ad esempio il fatto che i nostri prodotti hanno avuto un calo della convenienza pari al 50%. La situazione è un po' migliorata ma subiamo la concorrenza di paesi come l'India dove il costo del lavoro è molto di meno. Questa condizione difficile è comune a tutti i Paesi europei ma noi abbiamo da fare i conti con qualcosa in più, e cioé con il debito ereditato". (ANSA).

2008-11-25 11:39
CRISI: BERLUSCONI, ITALIA PUO' ESSERE PIU'OTTIMISTA DI ALTRI
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Abbiamo sufficienti ragioni per essere più ottimisti rispetto ad altri paesi". Lo afferma il presidente del Consiglio affrontando nel suo intervento all'Assemblea generale dell'Unione industriale romana la crisi finanziaria mondiale. "Siamo stati come governo i primi - prosegue - a lanciare messaggi rassicuranti agli italiani. Il nostro sistema bancario é più saldo di quello di altri paesi europei. Da noi - conclude - nessuno ha chiesto l'intervento dello Stato. Anzi, se in America avessero preso prima le misure assunte negli ultimi tempi avrebbero evitato il fallimento della Lehman e di altre banche".(ANSA).

2008-11-25 11:42
BERLUSCONI, DETASSARE PRODUTTIVITA' SARA' STRUTTURALE
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Abbiamo deciso di rendere strutturale la detassazione dei premi di produttività". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, intervenendo all'assemblea degli industriali romani. "In questo modo - prosegue - l'azienda potrà decidere degli aumenti legati all'impegno dei suoi collaboratori. E questo incremento graverà sulla retribuzione non più al 46% ma al 10%. Così si passerà da una contrattazione nazionale ad una contrattazione aziendale". Tra le altre misure decise Berlusconi sottolinea la volontà "di detrarre punti Irap dall'Ires. Inoltre - conclude - confermo la volontà di introdurre l'Iva di cassa al ricevimento della fattura".(ANSA).

2008-11-25 11:47
CRISI: BERLUSCONI, SE NE ESCE MANTENENDO CONSUMI
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Tutte le misure a favore delle imprese e delle famiglie ad opera del governo non potranno risolvere la situazione: il segreto contro la crisi sta tutto nel creare un'atmosfera, nel mantenere gli stili di vita di prima e gli stessi livelli di consumo". Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che nel suo intervento all'Unione degli industriali romani, rilancia con forza l'esigenza di evitare il panico. "Se non si mantiene la stessa volontà di consumare - prosegue - e i cittadini verranno presi dalla paura, e contraggono le loro spese, le imprese entrano in difficoltà e ci si avvita nella crisi". (ANSA).

2008-11-25 11:48
BERLUSCONI, CUCU'? TRA PAESI UTILI RAPPORTI AFFETTUOSI
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Vorrei spiegare questa storia del cucù: dovete sapere che nei rapporti tra colleghi primi ministri ci sono le stesse regole che avete tra di voi e con i vostri clienti". Silvio Berlusconi, all'assemblea dell'Unione degli industriali di Roma, torna sullo scherzo alla Merkel, ribadendo come, sul piano internazionale, "sia utile stringere rapporti prima cordiali, poi amichevoli, e infine affettuosi". "E' così - conclude - che riusciamo a ottenere grandi risultati". (ANSA).

2008-11-25 11:53
GOVERNO: BERLUSCONI, MAI NELLA STORIA UNA SQUADRA COSI'
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Mai nella storia italiana c'é stata una squadra così di ministri. Una squadra efficiente, impegnata ed entusiasta". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, intervenendo all'assemblea degli Industriali romani, parlando dei ministri che compongono il suo governo. (ANSA).

2008-11-25 11:54
BERLUSCONI, MAI VISTO UN PESSIMISTA RAGGIUNGERE RISULTATI
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Non ho mai visto nessun pessimista arrivare a conseguire dei buoni risultati". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi intervenendo all'assemblea degli Industriali di Roma. Rivolgendosi dunque alla platea ed al suo presidente, Aurelio Regina, il Premier dice di essere stato contagiato dall'ottimismo delle sue parole: "Ne ho beneficiato io così come i ministri che mi hanno contagiato e spero che questo ottimismo sia condiviso da tutti gli imprenditori. Ricordatevi - aggiunge ancora - che al governo c'é un imprenditore e questa é l'occasione di guardare avanti". (ANSA).

2008-11-25 11:55
BERLUSCONI, CON OTTIMISMO PAESE FUORI DA CONGIUNTURA
ROMA
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - "Con il nostro ottimismo sapremo portare fuori il Paese da questa congiuntura". Così il premier Silvio Berlusconi conclude il suo intervento all'assemblea degli Industriali di Roma. (ANSA).

lunedì 24 novembre 2008

Bonus bebè

Ciao bresà,
l’è el tò sindec ch’el te parla. Vulie dat ena bela nutisia, te lie ‘mprumitit ‘sta primaera en campagna eletoral, te se regorderè. Se st’an ‘l tè nasit ‘n s-cet o ‘na s-ceta (perché noalter del pidielle ‘n fa mia diferense), ma anche l’an che e, quindi dat de fa, te podet egner ‘n cumù per ritirà el bonus bebè de mile euro (per s-cet). L’importante però l’è che te o tò moer - perché te ghe de eser spusat, se mia en cesa perlomeno ‘n cumù, perchè noalter del pidielle ‘n vol mia mescioc – tè o tò moer ghif de eser bresà. Per noalter la brescianità, l’alpinità è valori ‘mpotanc che negher o estracomunitari i pol mia conoser e perciò i gha mia dirito, che già ‘n ghe dà i servisi sociali, i asili ecetera ecetera. Ah, see dre a desmentegam: ‘l bonus tel do se te guadagnet apena 80 o 90 mila euro l’an, mor or les i dis i ‘ngles, chen bresà el vol dì pio o meno.
Alura te spete, se edom en cumù.

sabato 15 novembre 2008

Cartellini rossi

Mi piacerebbe che in Italia ci fosse un grande partito laico e di sinistra, con una classe dirigente che si fa carico delle istanze della base su principi condivisi. Personalmente non credo tanto nella democrazia interna, non mi piacciono perlomeno i partiti che hanno diverse anime, per cui ci sono quelli di centrosinistra, quelli di sinistracentro, di sinistrasinistracentro e di centrocentrosinistra ecc. ecc.. Dove tutti si sentono in diritto di dire, puntualizzare, rettificare, polemizzare, spesso mettendo in difficoltà il segretario che dovrebbe rappresentare politicamente la posizione unitaria del partito. Per farla breve: le discussioni si fanno in sezione, per utilizzare un termine forse obsoleto, e all’esterno si arriva con una piattaforma (altro termine obsoleto) condivisa. Chi non è d’accordo o non si sente rappresentato può prendere cappello e andare via. Chi continua nei distinguo dopo la sintesi raggiunta è un provocatore e va espulso. Se però il problema è che non c’è una sintesi, ma anche… allora è un altro paio di maniche.

ELUANA: SETTE SENATORI PD, NON C'E' SOLO DDL MARINO ROMA (ANSA) - ROMA, 14 NOV - "Sulle dichiarazioni anticipate di fine vita il Partito Democratico non ha un'unica posizione". Lo dichiarano i senatori del PD Emanuela Baio, Daniele Bosone, Mauro Del Vecchio, Claudio Gustavino, Luigi Lusi, Paolo Rossi, Paolo Giaretta. "Oltre al testo del sen. Ignazio Marino - continuano i senatori del PD - esistono altri ddl, tra cui il nostro, che propone un punto di vista diverso rispetto a quello del collega. Per noi la vita è un bene indisponibile, come sostiene anche la Costituzione. Ogni giorno contribuiamo, come altri, con idee, valori, storia e cultura personali, alla costruzione del Pd: in esso ci riconosciamo e ci sentiamo parte integrante. Proprio per questo la nostra posizione non è seconda ad altre, soprattutto su temi eticamente sensibili". "Ci stupisce - concludono i senatori - dover ogni volta precisare e ribadire che il Partito Democratico si basa su un pluralismo di valori tale che ogni posizione ha la stessa dignità delle altre, compresa quella che difende la vita, dall'inizio alla sua fine. Spiace anche che ieri sera, durante la trasmissione Porta a Portà, il nostro pensiero non sia stato adeguatamente rappresentato, rischiando di apparire come isolato all'interno del partito. C'é amarezza: argomenti così rilevanti come 'il fine vita' vedranno sempre presenti e attenti, noi e molti altri con noi, nel portare avanti sino in fondo e con ogni energia possibile la battaglia in Parlamento". (ANSA).

giovedì 6 novembre 2008

Il dito e la luna

Ieri il titolo di prima del Manifesto, la Casa Bianca sullo sfondo, era: Indovina chi viene a cena. Oggi Berlusconi dice di Obama che è bello, giovane e abbronzato. Il primo, il Manifesto, rischia di scomparire perché il ministro Tremonti nella manovra d’agosto ha previsto la cancellazione del finanziamento pubblico all’editoria politica e cooperativa (dovrebbe però esserci una moratoria, speriamo) in singolare sintonia peraltro con il punto C del «Piano di rinascita nazionale» di Licio Gelli, che testualmente recita: «Stampa - Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari». Il secondo, Berlusconi, è il presidente del consiglio. Detto questo, ritengo inutile l’indignazione dell’opposizione (l’opposizione?) sull’argomento. La gaffe si commenta da sola, che bisogno c’è di pretendere scuse o contrizioni di vario tipo? Se la paura è di andare incontro ad un incidente diplomatico, credo che il Pd possa dormire tranquillo: l’America con quello che pensa o dice l’Italia ci si pulisce il culo, l’ha fatto con il Cermis e l’omicidio Calipari, figuratevi con le battute del capocomico del Bagaglino. Non ho invece visto, purtroppo, prese di posizione o commenti in merito alla notizia riportata oggi da Repubblica, della giovane precaria incinta denunciata per aver rubato della carne alla Standa. Erano mesi che non ne mangiava perchè non poteva permettersi di acquistarla, avrebbe confessato tra le lacrime. Se qualcuno, pacatamente, se ne volesse occupare. Per la ragazza ma anche per chiedere al direttore del supermercato, che tanto sollecitamente ha chiamato le guardie, come mai l’ammontare del bottino, tre confezioni di carne non di primissima scelta e alcune di affettati, era di 67 euro, 130 mila lire. Servirebbe quantomeno a stabilire chi è il ladro. E’ vero che gli zingari rubano, mai però quanto i domiciliati a Montecarlo. Lo scrive Stefano Benni in Margherita Dolcevita e io sono d’accordo con lui.

martedì 21 ottobre 2008

Malattia di bandiera

In Italia se qualche coglione rimane appeso a una cazzo qualsiasi di montagna nel luogo più sperduto del globo terracqueo, che impari a conoscerne l’esistenza giusto perché il coglione di cui sopra non è più capace di tornare indietro in autonomia, si mobilita la qualsiasi per riportarlo a casa. Si scatena una corsa agli aiuti che tu, nel senso di io, arrivi anche a pensare ci sia qualcosa di un po’ morboso in questa corsa, sempre a favore di telecamera. Poi pensi che è la tua, nel senso di mia, idiosincrasia al buonismo, a darti fastidio e tutto sommato, pensi anche: se dovesse capitare a me, che magari non sto scalando una montagna, perché di scalare una montagna non mi è mai passato per la testa, ma magari sono solo a Brindisi, tanto per dire, e mi serve di essere aviotrasportato, che so, a Milano, perché mi è successo un incidente, che può capitare a tutti, avendo peraltro la franchigia di non essermelo andato a cercare, ecco, se dovesse succedermi qualcosa ho la certezza che il mio Paese non mi abbandonerà. E mentre lo pensi ti ritrovi in piedi, se sei seduto, petto in fuori, testa alta, nella posizione del saluto alla bandiera con una mano sulla fronte, come quando ti ripari dal sole, o sul cuore. Invece no. Se sei un Mario Rossi qualsiasi, ma poi perché si dice sempre Mario Rossi, che se per caso ti chiami Mario Rossi ti tocca girare costantemente con le mani sui dondolandi, se sei Mario Rossi, abiti in una città del nord e sei in vacanza a Brindisi, sempre tanto per dire, e ti capita improvvisa, perché è sempre improvvisa, un’emorragia cerebrale, mani sui dondolandi, col cazzo che qualcuno viene a prenderti. Te ne stai in un ospedale a 1000 e passa chilometri da casa, dove ti salvano la vita, ma a un certo punto ti dicono, lo dicono ai parenti, perché tu, nel senso di Mario Rossi, non sei in grado di interagire: guardate che se volete portare Mario Rossi in un ospedale più vicino adesso è possibile. Preferibilmente in aereo perché 10-12 ore in ambulanza non è come fare il giro dell’orto! Non dicono così perché a Brindisi probabilmente si farà una metafora diversa, ma il senso è quello. Allora tu che sei parente di Mario Rossi dici: va bene, grazie e ti dai da fare. Perché tu a Mario Rossi vuoi un bene dell’anima, ma hai dovuto mollare il lavoro e tutto il resto per assisterlo e se riesci a portarlo in una struttura della tua città, magari qualche aiuto in più ce l’hai, amici, parenti eccetera eccetera. Scopri così che solo Alitalia può fare questi trasporti e già lì la mano scatta anche a te istintivamente sui dondolandi. Chiami Alitalia e ti ritrovi in un blob, in un gioco di rimandi allucinante, perché nessuno è competente di, o è competente solo fino a, e comunque, per farla breve, non ci sono voli dedicati, perché i voli, essendo di linea, si fanno solo se c’è il numero minimo di passeggeri e quindi Alitalia ti prenota sul volo AZ eccetera eccetera, ma si riserva di confermartelo 48 ore prima della partenza. Chiami lunedì e ti dicono che ti schedulano sul volo di giovedì e tu, che non sei mai stato schedulato, forse alla visita militare, ma non ricordi, capisci che prendi l’aereo e non stai tanto a cinquantare. Poi però martedì ti dicono che, purtroppo, forse sabato, ma che non dipende da quello che parla perché lui è competente solo fino a... e allora tu gli chiedi: mi dica per favore chi è più competente di lei, con rispetto parlando s’intende, e quello ti da il numero del più competente del competente che, quando ci riesci a parlare, ti dice che purtroppo l’aereo ci sarebbe ma non c’è la barella. E dov’è la barella? A Roma. Ma scusi da giovedì a sabato la barella da Roma viene giù anche a spinta visto che ha le rotelle: se magari la caricate su un aereo è un attimo. Ci vuole il telex. E chi fa il telex? Non è di mia competenza. Quindi c’è un competente più competente del più competente. E chi è questo super competente? L’ufficio barelle di Roma. Mi dia il numero dell’ufficio barelle. Non è di mia competenza. A quel punto tu cosa fai? Provi a chiamare il pronto soccorso di Fiumicino, gli spieghi la situazione e gli dici se per cortesia in via eccezionale ti possono dare l’interno dell’ufficio barelle. Certo. Ma all’ufficio barelle non risponde nessuno. In preda alla disperazione continui la ricerca su google e ti imbatti in un numero di telefono e visto che tanto non costa niente provare... ti risponde una voce di donna gentile che ti ascolta mentre le dici, guardi non so se ho fatto il numero giusto ma non so più a chi rivolgermi e lei ti dice: vedo come posso aiutarla, il medico aeronautico sta visitando ma non si preoccupi, la faccio richiamare. E il medico aeronautico dopo un paio d’ore ti richiama davvero e non solo ti ascolta ma ti dice tante cose, compresa quella più importante: mi informo io all’ufficio competente, vedrà che una soluzione la troviamo. E tu all'inizio pensi, ok riprendiamo la solita trafila, ma perlomeno ho trovato una persona disponibile e umana in questa merda assoluta. E invece dopo nemmeno un’ora squilla il cellulare ed è l’ufficio competente che ti dice che c’è il volo, c’è la barella e sabato Mario Rossi può partire. Tutte queste telefonate le abbiamo fatte mio cognato ed io che siamo due mastini, soprattutto mio cognato, e l’assicurazione che copriva il viaggio di Mario Rossi, ma mi chiedo: se questa cosa fosse successa ad un Mario Rossi che conta ancora meno di noi che contiamo un cazzo, o che era a Brindisi per i fatti suoi e non con un viaggio organizzato, cosa sarebbe successo? Il signore a cui sarò infinitamente grato si chiama Baretti. Dottor Baretti.

venerdì 19 settembre 2008

Dai tortelli alle torte

Ricevo da Carlo

E pensare che l'ho visto da vicino, Roberto Colannino. Era uno degli ultimi due sabati di agosto, in una trattoria nel mantovano, sulle colline moreniche, con la moglie. Sembrava proprio una persona normale. Camicia azzurra con maniche rivoltate, pantalone grigio un po' sciatto con le pieghe sul culo (faceva caldo, basta poco). Lei no, le mogli sono sempre un passo avanti, elegante sobria, sorridente. Belli, una bella copia di anziani, che con 30 euro a testa, una volta al mese, il sabato, possono permettersi anche la trattoria. Invece no. Probabilmente quella sera, prima di andarsene su una Mercedes ML 400 blu, era già tutto pronto. Il piano Alitalia, l'accordo con Berlusconi, con le banche. Davanti a un bel piatto di tortelli di zucca, al gelato e a un buon vino bianco della zona, nonno Roberto parlava con la moglie non solo del figlio e del nipotino, ma anche di affari veri, di soldi veri. Tanti, tanti che uno normale non li ha mai visti. Parlava di tagliare gli stipendi ai dipendenti dell'Alitalia, poi di licenziarne 5 mila, poi di assorbire Air One (che funziona bene, finora). Non certo di come andare a riprendere i milioni e milioni gettati per pagare chi in questi 30 anni ha fatto fallire la compagnia. Manager, amministratori, politici, amici degli amici. Milioni che potrebbero essere utilizzati almeno per lasciare gli stipendi di chi lavora così come sono. Non mi sembra che abbiano chiesto altro.

Sono tutti gay con il culo degli altri




FUGA CON SCUSA
Gabriele Polo

Roberto Colaninno ha lanciato l'ultimatum: «O così, o ritiriamo l'offerta». Il «così» è un piatto avvelenato composto da migliaia di persone disoccupate, da stipendi tranciati al minimo e condizioni miserevoli per chi resterebbe al lavoro (con le conseguenti ricadute in termini di sicurezza per chi vola). «L'offerta» è quel piano Cai per l'Italia alata che spacciandosi come operazione di salvataggio di Alitalia risponde invece alle promesse elettorali di Berlusconi, ai conseguenti benefit (anche in altri settori) per un pugno di imprenditori e alle manovre finanziarie del duo Passera(Intesa)-Toto(AirOne); a partire dai debiti del secondo col primo. Con queste premesse oggi sapremo se quel «non un soldo in più» che ieri ha pronunciato il «capitano coraggioso» di Mantova si tradurrà in una ritirata imprenditoriale o in una debacle sindacale. Sembra un film già visto e in molti lo racconteranno così: come già per la trattativa con Air France i sindacati fanno precipitare Alitalia. Ma non è vero. Se non altro perché il piano di Air France era davvero un progetto industriale con un futuro, mentre quello della Cai è solo un imbroglio. A danno dell'Alitalia, dei suoi lavoratori, dell'erario e di tutti noi. La realtà è che il sacro fuoco che aveva spinto Colaninno e soci ad assecondare le promesse berlusconiane - pensando di guadagnarci sopra qualcosa - si è spento ben presto. Era almeno da una decina di giorni che Roberto Colaninno pensava di mollare tutto. Non poteva farlo da solo, aveva bisogno di un «aiutino» perché nel mondo che conta in pochi hanno il coraggio di dire «ho sbagliato». Ora ha l'occasione di liberarsi da una creatura che vive come un macigno, scaricando la colpa sull'odiato sindacato. Una scusa, una bugia che però - di questi tempi - ha il vantaggio di essere creduta, perché, a forza di ripeterla, una sciocchezza può diventare una cosa seria. Come Berlusconi insegna. Invece la sciocchezza sarebbe proprio accettare l'ultimatum della Cai. Toccherà ai sindacati - e alla Cgil in primo luogo - scegliere tra la forma e la sostanza, tra un finto salvataggio che nulla salva e l'autentico broglio di un assemblaggio aereo che pagheranno lavoratori, viaggiatori, contribuenti. Cisl, Uil e Ugl hanno già scelto la prima strada: contano sull'ondata populista che sorregge Berlusconi e su un'informazione deviata peggio degli antichi servizi segreti. I cosidetti «autonomi» stanno dall'altra parte, ma di loro in pochi si curano, perché - così recita il luogo comune - alla fine si frantumeranno. In mezzo c'è la Cgil, combattuta tra l'essere additata come responsabile di un disastro e la necessità di porre un freno al totale arbitrio degli speculatori sul mondo del lavoro. La Cgil sa bene che il piano di Colaninno non sta in piedi; sa anche che accodandosi a Cisl, Uil, Ugl aprirebbe una frattura difficilmente sanabile con chi vuole rappresentare e sa che firmando accetterebbe implicitamente un altro piano, quello che Confindustria ha presentato per uccidere il contratto nazionale di lavoro. Ora deve scegliere. Su Alitalia e su cosa vuole essere.

venerdì 12 settembre 2008

Forza Italia

Un bel Paese, non c’è che dire. 1) Uomini di destra che occupano legittimamente i posti che occupano ma che non riescono a scrollarsi di dosso il manganello, in un tentativo, fastidioso per non dire altro, di riscrivere la storia con le stesse coordinate di chi parla di calcio al bar dopo aver letto la Gazzetta. 2) Compagni di merende che con il sostegno di una politica connivente cercano di far cassa comprando Alitalia (per probabilmente rivenderla a Air France), riversandoci addosso un mare di debiti e malgrado ciò passano per i salvatori della patria. 3) Merde assolute e senza vergogna che ricattano gli operai della Thyssen proponendo la mobilità o la ricollocazione in cambio: 1. del ritiro della costituzione di parte civile al processo che vede i vertici aziendali alla sbarra per rispondere dell’incendio che costo la vita a non ricordo quanti lavoratori; 2 della rinuncia ad eventuali richieste di danni, in futuro, per eventuali malattie professionali (perchè questo mettere le mani avanti?). 4) Il taglio di decine di migliaia di insegnanti della scuola pubblica quando, per contro, si vanno a dare 5000 miliardi di euro a Gheddafi per costruire una probabile Salerno (Tripoli) Reggio Calabria.



PAURA DEL PILOTA
Gabriele Polo


Salireste su un aereo con alla guida un pilota stanco, sottopagato e arrabbiato? E con delle hostess pronte a rovesciarvi l'aranciata in faccia? Evidentemente no. Ma questo è quello che vi potrebbe succedere se verranno accettate - come in molti sembrano disposti a fare - le proposte della Cai, nuovo acronimo aereo che nelle citazioni ha ormai soppiantato l'antico «Club alpino italiano». Ora, se l'aranciata gettata in faccia da un assistente di volo pagato mille euro al mese può anche essere sopportabile, non lo è certamente l'idea di sollevare i piedi da terra con il rischio di ripiombarci violentemente, causa imperita manovra di un comandante con la mente al mutuo da pagare e uno stipendio di 2.000 euro. E che perdipiù ha dormito poche ore per poter lavorare di più e così arrotondare una magra paga-base. Ben difficile che su quell'aereo ci salirete a cuor leggero - più probabile che cercherete tutte le soluzioni alternative. Tra i tanti paradossi e imbrogli di un'operazione di «salvataggio» fatta soprattutto per salvare la faccia a Berlusconi (ottenendo in cambio un bel po' di commesse collaterali) e i conti della coppia Passera-Toto, c'è anche l'incoerenza tra le sbandierate dichiarazioni per «un'impresa di qualità» e l'inesistente qualità del servizio promessa ai viaggiatori. Che, poi, è una tradizione del capitalismo italiano, il cui «sviluppo» è sempre stato cercato nella contrazione dei costi (a iniziare da quello del lavoro), pensando che il lavoratore sia solo una merce da comprare a basso prezzo e il prodotto una voce puramente quantitativa, facendo utili sul «numero». La merce è, invece, il prodotto, nel caso dei trasporti aerei, i voli; e perché sia un buon prodotto i «produttori» devono essere gratificati da un minimo di tangibile riconoscenza - misurabile in stipendi, orari e diritti. Invece la Cai, oltre a scaricare i costi economici su tutti noi (è stato calcolato che la liquidazione della bad company costerà 100 euro a ogni cittadino italiano, infanti compresi), pensa di nascere costringendo i suoi futuri dipendenti a condizioni di lavoro pesantissime, presupponendo un servizio pessimo, mettendo a rischio la sicurezza di chiunque salga su quegli aerei. Che saranno anche «nuovi», ma con equipaggi rapidamente «invecchiati» da stress e rancori. Quale tipo di competitività possa avere una simile azienda solo Colaninno lo sa. Ma - si dice - «al di là di questo c'è il fallimento». Bel ragionamento: prima fanno saltare la trattativa con Air France, poi mettono a carico della collettività le perdite, infine impongono un'organizzazione del lavoro da terzo mondo. Tutto in nome dell'italianità. Valore assoluto in cui, evidentemente, non rientrano piloti, hostess e altri addetti «dell'aria». E nemmeno i potenziali viaggiatori. Che piuttosto di salire su simili aerei per una vacanza alle Seychelles, preferiranno ripiegare su una gita in montagna. Magari organizzata dal Cai. Quello vero.

mercoledì 27 agosto 2008

Tempi che cambiano

L’ultimo sondaggio su sesso, mutande e dintorni, recuperato dall’adnkronos, ci dice che il maschio del 2008 ritiene più importante l’onore, la fiducia in se stessi e il rispetto degli altri, piuttosto che fascino e successo con le donne. La fonte appare autorevole: l’indagine è stata condotta dai ricercatori dell'Indiana University (Usa) su un esercito di uomini – 27.000 - di otto Paesi del mondo, Italia compresa, oltre a Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Spagna, Brasile, Messico e Francia. Nulla da dire, a parte che le cose non mi sembrano incompatibili. Solo una riflessione. Di recente ho sfogliato da Feltrinelli una bella pubblicazione dal titolo “Non avrai altro Cuore all’infuori di me”, raccolta del meglio (o quasi) del mai troppo rimpianto settimanale satirico Cuore di cui non canto le lodi per evitare la deriva reducistica ma di cui penso tutto il bene possibile. Al primo posto della rubrica Le cose per cui vale la pena vivere c’era, allora, leccare la figa. Avevamo ragione noi.

lunedì 11 agosto 2008

Bassa velocità

Sono testimone oculare delle pessime condizioni in cui versano le Ferrovie dello Stato, descritte nell’articolo di Fabrizio Gatti sull’Espresso. Per fortuna mia non ho mai vissuto il dramma di un incidente e nemmeno di un incidente sfiorato, almeno credo. Sono invece quotidiani i ritardi (per giustificare il mancato arrivo del treno al mai specificato guasto tecnico, che equivale al “deceduto per arresto cardiaco”, si è ultimamente aggiunto “causa problemi dovuti a linee estere”); le porte che non si aprono o che non si chiudono (per due settimane l’Eurostar da Venezia per Milano, che ferma a Verona alle 18.43, ha avuto almeno due porte bloccate, aperte a mano dal capotreno: possibile che in 15 giorni le officine FS non siano state in grado di ripararle?); la sporcizia dei convogli, i guasti al sistema di condizionamento risolti semplicemente con l’affissione di un cartello: in questa carrozza non funziona l’aria condizionata, ecc. ecc. Verrebbe facile dire che di contro i biglietti sono cari o che quantomeno non giustificano il trattamento. Mi limito ad osservare invece che persino sui locali è stato installato un inutile messaggio di benvenuto, nel quale al cliente viene ricordato che sui treni non è consentito viaggiare senza biglietto e che i trasgressori bla bla bla (ma come ti permetti? Hai la coda di paglia FS? Ricordalo a Cimoli e a Catania eventualmente che non è consentito rubare). L’unica nota positiva è il personale, solitamente molto cortese, spesso disponibile a chiudere un occhio se qualcuno, perlopiù anziani e stranieri, non oblitera, come dicon loro, il biglietto, dimenticanza che implica multe da cravattari.

giovedì 7 agosto 2008

Sportivi

Imke Duplitzer, 33 anni, tedesca, argento olimpico nella spada non parteciperà alla cerimonia inaugurale di Pechino. L’ha ribadito al suo arrivo in aeroporto in un’intervista prontamente censurata dalle autorità cinesi. “Non prenderò parte alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, non mi interessa. Se avessi voluto andare al circo, sarei andata al Roncalli”. Duplitzer, laureata in scienze politiche, il suo pensiero l’aveva già espresso nel marzo scorso: ”Chiunque abbia un minimo di coscienza, dovrà andare in Cina con sentimenti contrastanti… Il boicottaggio degli atleti non ha senso, lo faremmo sulla nostra pelle. Quello che possiamo fare è andare lì e sabotare dall'interno”. Ma l’affondo vero Imke l’ha riservato al Comitato Olimpico Internazionale: “Se uno vuole giochi di pace per davvero, non li assegna a Pechino. Ora è tardi, il Cio tanto non ammetterà mai di aver scelto la Cina per far vendere 1 miliardo e 300 milioni di hamburger ai suoi benefattori. Il silenzio del Cio è una bancarotta morale, preferiscono scaricare sugli atleti il peso esistenziale di tutta questa faccenda”.

Gianni Petrucci, presidente del CONI, respingendo l’invito di alcuni esponenti del governo e della maggioranza a boicottare la cerimonia inaugurale: “Perchè si chiede allo sport di sostituire la politica?... Antonio Rossi e gli altri azzurri hanno ricevuto il tricolore dal presidente della Repubblica Napolitano: è per loro e per noi un dovere farlo sfilare nella cerimonia d'apertura”.
“Il Comitato olimpico italiano è stato il primo a dirsi contrario al boicottaggio e a dire ai nostri atleti di non boicottare. Ma gli azzurri hanno la libertà di esprimere il proprio pensiero, tenendo conto che quando si va ad un'Olimpiade ci sono regole Cio da rispettare. Perchè non si chiede agli industriali di disertare la Cina?”

Cemente ‘Tatanka’ Russo, pugile: “Cara Meloni, faccia politica e lasci fare lo sport a noialtri sportivi. Disertare la cerimonia inaugurale non ha senso, perché tanto i giochi si faranno lo stesso. Certi politici, anche se sono vicini alle mie idee, sono proprio degli incompetenti. Non sanno le cose fuori dal loro mondo…. Alla ministra Meloni chiderei: diserterebbe l’occasione della sua vita? Capisco la lotta per i diritti umani e infatti nel nostro appartamento abbiamo messo una bella bandiera della pace, ma una vita di sacrifici non me la possono togliere così”.

Alessandro Fei, pallavolista: “Il Tibet è un questione molto importante, ma qui siamo alle Olimpiadi e la sfilata inaugurale è la cosa più importante per noi atleti. Sarebbe un gesto molto difficile per noi. Ci chiedano altro, ci chiedano per esempio di aiutare su altri terreni e lo faremo”.

Valerio Vermiglio, pallavolista: “Disertare la cerimonia non mi sembra un gesto valido. Per un atleta è la cosa più bella, un’esperienza da trasmettere ai figli, un sogno che diventa realtà. Sarebbe come tradire la moglie o mancare alla propria fede. Per molti, la cerimonia d’apertura è più di una medaglia”.

Silvio Berlusconi, sportivo: “Lo sport non deve essere politicizzato”.

mercoledì 6 agosto 2008

Fratelli d'Italia

Sarà anche schizofrenico mandare gli atleti a Pechino con bandiera e fanfara al seguito e poi invitarli a boicottare la cerimonia inaugurale, come hanno chiesto ieri la ministra Meloni e il presidente dei senatori pdl Gasparri. I diritti umani in Cina non erano rispettati nemmeno un mese fa e forse è troppo comodo delegare agli sportivi una presa di posizione che dovrebbe essere politica. Sarebbe comunque stato un segnale, non importa se ininfluente e del tutto simbolico. Certo visto le risposte imbarazzanti che hanno dato nel merito i campioni intervistati e l’inutile presidente del Coni Petrucci, è meglio così. Personalmente non guarderò un minuto di queste Olimpiadi.

Compagnia At - tenti

Se fosse una commedia con Totò e Peppino ci sarebbe da ridere. Ma l’esercito a presidiare le città non è una commedia con Totò e Peppino e credo che nemmeno la sicurezza dei cittadini sia la ragione principale della presenza dei militari nelle nostre vie.
Nello specifico condivido il pensiero di Mariuccia Ciotta del Manifesto: “È l'istantanea di un'Italia che ha ceduto alle sue più basse pulsioni, che si appella all'autoritarismo in nome della «sicurezza» senza sapere da dove viene il pericolo, disposta a sacrificare diritti e democrazia per arrivare a quel «fine mese» diventato un leit-motiv vuoto. Tutto passa sotto silenzio, la ferita alla Costituzione con la schedatura degli stranieri, le impronte ai bambini, l'emendamento liquida-precari, le leggi per salvare l'imputato Berlusconi, il taglio dei fondi alla stampa libera, un paese visto all'estero come un'anacronistica dittatura. L'esercito per le strade italiane è la fotografia di questo governo e di chi lo ha eletto. E se La Russa si offende a sentir parlare di «operazione di facciata», fa male. Dietro i corpi reali di quei pochi soldati, c'è infatti l'assedio simbolico di una cultura mortifera, la rottura di una sensibilità comune e l'affermazione della sua concezione del mondo, quella contro la quale si sono battute generazioni di democratici. Il ministro della difesa afferma adesso con cipiglio che «oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa i furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari solo i post-sessantottini, i figli di chi gridava 'basco nero il tuo posto è al cimitero'». I fucili spianati di oggi sono il trionfo dei suoi sogni di camicia nera, e pochi gridano ancora che se ne deve andare. Non al cimitero, ma in un posto altrettanto lontano dai vivi”.
Segnalo anche l’articolo di Gad Lerner oggi su Repubblica, che però il quotidiano non ha ritenuto di mettere in chiaro sull’online. Poco male. C’è il blog di Lerner.

mercoledì 9 luglio 2008

Opposizioni

C’era un tempo in cui l’opposizione si faceva in Parlamento e le piazze si contrapponevano, anche aspramente, forti di un’idea (diversa) di società. Poi qualcuno – una minoranza - ha pensato che le idee non fossero sufficienti, o troppo borghesi, ed ha iniziato a sparare. Oggi la politica e la piazza si danno di gomito. Hai sentito: quello tromba quella, l’altro è cattolico moralizzatore dei costumi ma si separa per mettersi con una più giovane. Opposizione da ballatoio. Chi ha votato il cavaliere è assolutamente convinto che scopare, si fa per dire, la Carfagna, sia un motivo di vanto. E se il prezzo da pagare è un dicastero, pazienza. Credere di suscitare indignazione nell’opinione pubblica con questi argomenti è una strategia persino imbarazzante. Il popolo degli aiutini non si scandalizza: fa la ola. Per questo, secondo me, ha ragione il direttore del Manifesto, Gabriele Polo, quando scrive che “il problema dell'iniziativa contro «il ritorno del Caimano» non è in ciò che dice, ma in quel che non dice. Nel lasciare ai margini, ad esempio, i temi economici e sociali. Nell'ignorare che l'uso privato e affaristico della cosa pubblica è la forma che riveste la sostanza della trasformazione delle persone in merci, dei cittadini in sudditi”. “Nel frattempo Maroni prende impronte, Tremonti propaganda la sua carità ai poveri, il duo Brunetta-Sacconi smantella in via definitiva i diritti del lavoro, la Russa fa la guerra, Scajola predispone affari nucleari”….

venerdì 4 luglio 2008

Morti irregolari

Era in Italia in cerca di lavoro e fortuna, ma in tre anni aveva trovato un’occupazione solo in nero. Si chiamava Ivan Pyreu, 47 anni, russo. Per la legge italiana un irregolare. E’ morto l’altra sera a Brescia cadendo da una finestra del 4 piano di uno stabile di via dei Mille, neanche 100 metri da casa mia. Stava cercando di scappare dopo un controllo dei carabinieri nell’appartamento abitato da una coppia di moldavi, dove era in corso una festa di compleanno. Una segnalazione dei vicini, pare. Ivan e altri 3 o 4 immigrati, privi di permesso di soggiorno, erano quindi stati invitati in caserma. “Spengo la televisione e arrivo”, avrebbe detto Ivan in perfetto italiano al brigadiere. Poi è salito sul davanzale e si è aggrappato alla grondaia. Non voleva essere espulso, confessano gli amici. Con i soldi del suo lavoro di muratore in nero manteneva i figli in Moldavia.

giovedì 3 luglio 2008

Paradossi

I processi del premier non sono un fatto giudiziario ma un problema politico. Ora, mi chiedo: non sarebbe stato meglio se prima della discesa in campo, o subito dopo, le parti in causa si fossero sedute ad un tavolo e inventandosi una notizia per sviare l’opinione pubblica, o cavalcandone una qualsiasi, avessero concordato di tirare una riga su tutto il pregresso di mister B? A quel punto, caduto il motivo principale del suo impegno politico, mister B. sarebbe tornato a fare il tycoon televisivo e il presidente del Milan, probabilmente la lega sarebbe svanita tra i propri rutti e sicuramente la seconda repubblica avrebbe avuto un percorso, un’evoluzione e una transizione più in linea con le altre grandi democrazie europee. Con un solo strappo al codice penale immaginate cosa ci saremmo risparmiati.

mercoledì 2 luglio 2008

Bambini

Per non dimenticare la differenza tra civiltà e barbarie


Dalla parte dei bambini rom

Vincenzo Spadafora*

L'eco che sta avendo la posizione assunta dall' Unicef Italia rispetto ai provvedimenti annunciati dal governo sulla«schedatura» dei bambini rom, e la conseguente mobilitazione di opinioni nazionali ed internazionali, ha come obiettivo unico ed ultimo la inviolabilità dei diritti dei minori, la indiscriminata tutela della loro esistenza.La nostra non è e non vuole essere una battaglia politica, bensì un modo per rimettere al centro alcune priorità che la politica stessa, troppo spesso e a prescindere dal colore partitico, parrebbe dimenticare. Soprattutto quando si tratta di bambini. Per questo riteniamo che la strada intrapresa dal governo sia errata. Non come un assoluto pregiudiziale, ma come una considerazione che può essere corretta nel merito, ma profondamente distorta nel metodo. L'esigenza è di tutta evidenza: garantire più sicurezza ai cittadini. La schedatura dei bambini rom è la soluzione?Riteniamo di no. Innanzitutto perché quella schedatura, di per sé, costituisce un provvedimento discriminatorio.E' vero, come sottolineato dal governo, che questi bambini vivono in condizioni al limite dell'umanità. Ma è altrettanto vero che essi stessi sono le prime vittime della violenza, dell'insicurezza e finanche dello sfruttamento, per biechi scopi di accattonaggio.Può una schedatura, e quindi una misura meramente repressiva, avere l'effetto di emancipare la loro condizione? O a questo ragionamento manca piuttosto la pars costruens?Noi riteniamo di sì. Ed è su questi punti che vorremmo dialogare, ribadendo la nostra assoluta disponibilità.Sarebbe utile confrontarsi sul come garantire a tutti i bambini il diritto allo studio e l'accesso alle cure sanitarie, prestando attenzione all'attuazione uniforme di tali diritti su tutto il territorio nazionale; sarebbe utile confrontarsi su come favorire l'inserimento scolastico degli alunni di origine straniera; sarebbe importante capire come valorizzare la formazione del personale che a vario titolo lavora con i bambini e gli adolescenti di origine straniera per favorire un approccio sensibile alla diversità culturale; sarebbe utile rafforzare servizi adeguati che possano portare alla possibilità di ricorrere senza alcuna discriminazione rispetto ai minorenni italiani a misure alternative al carcere, qualora bambini rom si rendano protagonisti di azioni in contrasto con la legge.L'Italia non adotta un Piano nazionale dell'Infanzia dal 2004; il che vuol dire che manca lo strumento che dovrebbe invece raccogliere in modo coordinato e integrato le azioni che il governo dovrebbe porre in essere per incidere concretamente sui problemi dei minori nel nostro Paese.L'approvazione del Piano è certamente una priorità così come lo è l'istituzione del Garante nazionale per l'Infanzia e l'Adolescenza come struttura indipendente di monitoraggio e di promozione dei diritti umani.Ci siamo battuti, soprattutto nel nostro Paese, affinché la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia fosse approvata dalle Nazioni Unite e poi ratificata dai governi. E non abbiamo mai smesso di batterci affinché la Convenzione divenisse soprattutto un patrimonio culturale per tutti i cittadini, per l'opinione pubblica e ispirasse costantemente le azioni delle istituzioni e di tutti quei soggetti le cui scelte incidono sulla qualità della vita e sul benessere di ogni bambino, garantendo a tutti gli stessi diritti.Non possiamo permetterci di fare passi indietro. Non è pensabile che traguardi culturali che ritenevamo ormai raggiunti possano nuovamente essere messi in discussione.

* Presidente UNICEF Italia

martedì 1 luglio 2008

Differenze

A futura memoria (2)


Retoriche del disumano

Marco Revelli

Dunque, le cose stanno così.C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura. Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea. In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche». Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana. E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio». Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

lunedì 30 giugno 2008

Quelli che aspettano

A futura memoria


PD IN ROTTA
Rossana Rossanda


Non abbiamo mai tenuto per il Partito democratico ma fa impressione che fra la destra e le piccole roccaforti di qualche pensiero e azione di sinistra, ormai tutta extraparlamentare, rischia di non restare più niente. L'immagine che rimanda la terza assise del Pd alla fiera di Roma è quella di un partito che prima di nascere è già in via di disfacimento. Il duo Veltroni-Franceschini non ha raggiunto l'obiettivo di battere da solo la coalizione di destra - da solo per significare che con Rifondazione, Mussi, Diliberto e i Verdi non avevano più niente a che vedere.
Avevano messo in piedi un partito in nessun modo sociale o socialista, sola alternanza moderna e raccomandabile al blocco berlusconiano, leghista ed ex fascista. Ma con questo programma e una struttura verticale assoluta - facilitata dalla provvisorietà di un partito non ancora arrivato al suo primo congresso - Veltroni non solo ha fallito la scommessa di vincere, ma ha liquidato, anche grazie alla legge elettorale, la Sinistra arcobaleno, ha perduto le elezioni su scala nazionale, ha lasciato Roma a un fascista, è sceso in Sicilia ai minimi storici, non senza abbattere al passaggio Rutelli e Anna Finocchiaro. Ed è andato, dopo il disastro di cui a Berlusconi non è sfuggita la dimensione, a un dialogo soave e alla pari col Cavaliere che alla prima occasione gli ha risposto con un manrovescio, ridendosi anche del capo dello stato. Mai era successo che nel corso di un mese un governo avesse varato misure così forcaiole e istituzionalmente dubbie.
Non sarebbe stato corretto che alle prime assise del Pd, seguenti a questi risultati, se ne facesse almeno un bilancio? Non si è fatto.
Nelle file del Pd lo sconforto e la sfiducia devono essere già così grandi che all'assemblea dei delegati se n'è presentato uno su quattro - delegati, cioè quella che dovrebbe essere l'ossatura, l'ala marciante del nuovo soggetto politico. E nei presenti si sono sentiti scricchiolii sinistri: fra i due filoni che hanno prodotto il Pd, Ds e Margherita, e all'interno di ciascuno di essi. Prodi, preso a bersaglio da Veltroni nella campagna elettorale come esempio di nullità, ha rifiutato ogni proposta di un ruolo di direzione. Rosy Bindi è rimasta sola, Parisi ha denunciato una leadership che non si cura di un minimo di democrazia interna. E fra i Ds pochi hanno parlato, se non per agitare - secondo la formula classica del defunto Pci - il pericolo delle «correnti cristallizzate». D'Alema, interrogato sul suo silenzio, ha detto «chi tace acconsente», ma nulla è meno vero, specie in un partito. La chiusa dell'assise - rimandiamo ogni discussione fra noi alle elezioni europee del 2009 - è stata desolante. Quanto di questo esercito in rotta arriverà al 2009? E che cosa nel frattempo Berlusconi farà ingoiare al paese, fra conflitto istituzionale con la magistratura e il Quirinale, le galere decretate per gli immigranti clandestini, le galere minacciate a chi si permetta di far filtrare il contenuto delle intercettazioni, i processi risparmiati a se stesso e a ogni genere di corruzione dei leader, la criminalizzazione di ogni espressione di protesta dei cittadini, nonché la derisoria militarizzazione delle città? Qualche giorno fa, il Centro per le riforme dello stato, zona libera ma di area Pd, diramava un testo (il manifesto, 11 giugno) nel quale faceva, con qualche garbo, i conti con lo stato della sinistra, nella «mucillagine» cui è ridotta la società civile, e con argomenti più o meno condivisibili enunciava la necessità di rimettere in piedi un partito, anzi un «grande partito» capace non solo di ascoltare, ma di proporre una strada a un paese in disorientamento e sofferenza. Non sembra che nell'assise di venerdì scorso Veltroni né altri ne abbiano preso nota. Analogamente le proposte di analisi di Bertinotti sulle radici a lungo termine della crisi italiana - forse per essere connesse a una delle mozioni di Rc - non sembrano in grado di invertire la corsa al massacro di una mozione contro l'altra. Così davanti all'ondata di una destra tanto arrogante quando incolta, come eccezion fatta per Heider non s'era ancora vista in occidente, non si ha né un sussulto adeguato dell'opinione né l'inizio di una raccolta di forze in grado di farvi argine. Ai tempi di Weimar doveva essere successo qualcosa di simile. La storia si ripete naturalmente come farsa, ma non tutte le farse fanno ridere.

venerdì 27 giugno 2008

Viaggiatori viaggianti

Il giorno dopo la chiusura delle scuole, legioni di ragazzini dai 5 ai 16 anni, che abitano i paesi serviti dalla linea ferroviaria Milano Venezia, si riversano al parco dei divertimenti di Gardaland. I più piccoli sono accompagnati da genitori che per l’occasione riesumano da chissà quale armadio l’abbigliamento di quando loro erano andati a Gardaland nel ruolo di figli. I più grandi si spostano invece in gruppi nei quali sono riconoscibili tutte le tipologie dell'adolescenza: la bella, il bello, la bruttina un po’ in sovrappeso, l’amico del bello, ecc. ecc. Orde di ormoni urlanti in libertà che dalla metà di giugno alla metà di settembre, sette giorni su sette, prendono l’interregionale al mattino presto e tornano a casa nel tardo pomeriggio, per la fortuna di Gardaland, delle Fs e un po’ meno dei forzati del treno. Ma non è l’analisi sociologica del fenomeno che mi interessa, m’inchino preventivamente a quanto potrebbe scrivere il Maestro Alberoni. Molto più semplicemente sottolineo le doti manageriali del trust di cervelli che presiede alle FS. Non dico commissionare un’analisi sull’affluenza ai convogli, utile per razionalizzare le corse, se la garanzia di un’accoglienza umana ai clienti non rientra tra le priorità; per aumentare o diminuire al bisogno i posti viaggianti basterebbe infatti verificare l’andamento della vendita dei biglietti, o chiedere direttamente ai controllori quando le carrozze risultano vuote e quando invece l’odore umano percepibile supera la soglia della tolleranza. La cosa che mi fa più imbestialire è però la consapevolezza che queste informazioni siano in realtà disponibili. E che la mancanza di risposte e di soluzioni, nella migliore delle ipotesi, sia dovuta ad incapacità.

martedì 24 giugno 2008

Voci

Le voci delle stazioni sono un po’ come quelle delle radio, nascondono i visi lasciando spazio all’immaginazione. A volte mi è addirittura capitato di pensare che quelle voci, apparentemente tutte uguali, non avessero nemmeno un corpo, preregistrate come ai caselli dell’autostrada: inserire il biglietto, inserire la carta, cambiare il verso, cambiare il verso, cambiare il verso, arrivederci e grazie. Questa mattina ho avuto la matematica certezza che almeno in stazione la voce che ha annunciato il ritardo e il cambio di binario di arrivo di non so quale treno, proveniente da non so dove, appartiene ad una persona viva. Ora, non dico che tra i titoli per diventare voce della stazione ci debba essere per forza un corso di dizione, ma almeno una pronuncia chiara e una lettura senza intoppi mi sembrerebbe quantomeno opportuno. Per fortuna non dovevo prendere quel treno.

lunedì 23 giugno 2008

Scelte

Duro scontro tra la CGIL e il governo sui salari. Secondo il segretario del principale sindacato, Guglielmo Epifani, l’inflazione programmata all’1,7 per cento farà perdere di 1000 euro in 2 anni il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti. I ministri Sacconi e Tremonti, e non potrebbe essere altrimenti, la pensano diversamente.
Il Pd, il secondo partito italiano, l’unica opposizione (almeno sulla carta) presente in Parlamento, sta vivendo una crisi profonda che probabilmente meriterebbe un serio approfondimento, al di là delle notazioni da bar di chi è contro chi e dell’opinione in proposito di Tonino Di Pietro.
Via libera alla discarica di Chiaiano: lo dice il sottosegretario Guido Bertolaso, plenipotenziario della Protezione civile. Sarà operativa tra tre mesi e sarà controllata dall’esercito. I comitati anti rusco vicino casa sono pronti a dare battaglia.
Due cadaveri abbandonati ai bordi dell’autostrada a Vercelli: due immigrati, probabilmente clandestini, morti durante uno di quei trasporti inumani cui si sottopone chi cerca di sfuggire ad un’inumanità evidentemente più grande.
Una giovane coppia trovata in un lago di sangue in una villetta a Roma. Lei morta, lui in ospedale in condizioni disperate. Un biglietto d’addio sembra avvalorare l’ipotesi di un (tentato) omicidio suicidio. Certo che in una domenica diversa, forzando un po’, facendosi scudo di tutti i condizionali di rito, per un giorno almeno, si sarebbe potuto ipotizzare il giallo, l’aggressione, probabilmente a scopo di rapina, probabilmente da parte di una banda di extracomunitari. Qualcuno pronto a giurare di aver visto dei rumeni o degli albanesi nei dintorni lo si trovava sicuramente.
Escludendo il nodo giustizia e la politica estera, ieri in Italia è successo anche questo.
Eppure tutti i telegiornali hanno aperto con il pre ed il post partita della nazionale di calcio, la doppietta della Ferrari in non so quale gran premio ed il secondo posto di Valentino Rossi nella moto gp.
Semplice constatazione, si fa per dire. Non lamentiamoci però se poi, nella migliore delle ipotesi, la stampa viene considerata cialtrona e poco attendibile.

venerdì 20 giugno 2008

Culi

La Corte di Appello di Firenze si é riservata di decidere sul ricorso presentato da una giovane coppia omosessuale che, prima in Italia, ha chiesto di potersi sposare civilmente. Il tribunale di Firenze, nell'autunno scorso, aveva già rigettato in primo grado l’istanza dei due, dopo che a marzo il Comune aveva rifiutato la loro richiesta di pubblicazioni di nozze. “La decisione è importante - hanno commentato i legali - perché dimostra che i giudici vogliono riflettere bene sul caso. La sensazione è che si sentano imbrigliati nelle norme attuali. E' un passo avanti”. “Molto sorpresi” gli stessi ragazzi. “Ci aspettavamo un no secco: siamo ancora più motivati a non mollare”. La notizia è stata battuta dall’Ansa alle 12.26 di oggi, caldo pomeriggio di inizio estate in un’Italia tornata finalmente normale: il premier che dichiara guerra ai suoi giudici e giura la sua innocenza sulla testa dei figli, Veltroni impegnato ad evitare le 200 e passa correnti in cui si è già diviso il Pd e a minacciare – pacatamente - di chiamare il popolo in piazza contro il governo. In autunno però, perché adesso il popolo ha da pensare se Donadoni mette a Cassano e in piazza ci andrebbe solo se fosse garantito il maxischermo. Questo per dire che nessuno è intervenuto a commentare la cautela dei giudici fiorentini. Sostanzialmente perché frega poco nulla e poi perché non c’è alcun commento da fare. Cosa vuoi dire? Uno chiede gentilmente e chi è deputato a rispondere prende il tempo che ritiene necessario per valutare e decidere. Nessuno tranne lei, l'on. Bertolini, la sciura modenese in quota Cavaliere il cui integralismo cattolico la preserva, beata, da qualsiasi dubbio. “Non si comprende per quale motivo i giudici della Corte di Appello di Firenze si siano riservati di decidere sulla richiesta di matrimonio da parte di una coppia gay – detta Bertolini all’agenzia tre ore più tardi, dopo il cotechino in galera e la pennica - In Italia le nozze tra persone dello stesso sesso sono vietate, punto e basta. La Corte d'Appello fiorentina intende andare contro la legge italiana? Il Comune di Firenze aveva già risposto picche alle richieste avanzate dai due omosessuali. In Italia, e purtroppo non è la prima volta, si tenta di introdurre surrettiziamente le nozze gay. Noi dichiariamo la nostra aperta avversione a questa possibilità. Spero che i giudici fiorentini vogliano responsabilmente e doverosamente applicare la legge italiana e rigettare l'istanza”. Ariamen.

giovedì 19 giugno 2008

Iddu pensa solo a Iddu

E’ tornato. Chi pensava di trovarsi di fronte un uomo diverso, uno statista, è servito. Al mio paese si dice che chi nasce quadrato difficilmente muore tondo, e diciamo che questa è la versione più edulcorata delle tante declinabili: quella popolare, via. Natura non facit saltus, direbbero i più imparati. Il fatto che dovrebbe far pensare è che dalla posizione di forza in cui si trova non ne aveva bisogno. Anche per una questione di immagine. Lui, poi, che è uomo di calcio, sa benissimo che quando si sta vincendo 3 a 0, di solito c’è un tacito accordo a non infierire: sai mai che, come spesso accade, il mondo giri e ti trovi tu dall’altra parte. Ma vuoi mettere, come scrive Gabriele Polo: “sfuggire per legge alla legge è davvero il massimo, chi può farlo può tutto”. Vauro l’ha sintetizzato in una vignetta magistrale. Berlusconi nei panni del Marchese Del Grillo che dice: “Mi dispiace ma io so’ io e voi nun siete un cazzo”.E già che ci siamo vogliamo aggiungere un bel chissenefrega? Siamo vicino all’estate, la mente del popolo degli aiutini è rivolta alle vacanze; inoltre al momento il più grande busillis degli italiani è capire se Donadoni mette a Cassano, se gioca con il 4-3-3 o il 4-4-2, oppure come noi all’oratorio: tutti in difesa senza palla, tutti in attacco con. Quando qualcuno si accorgerà, se si accorgerà, che il provvedimento del governo influirà pesantemente proprio sulla calendarizzazione di quei processi per i quali si è invocata l’emergenza sicurezza, sicuramente presente ma non nelle proporzioni indicate, si potrà sempre dire: se i procedimenti non arrivano a sentenza è colpa dei magistrati comunisti, che in quanto comunisti non hanno voglia di lavorare. O di nun fare un cazzo, per rimanere con il Marchese.

sabato 10 maggio 2008

La parabola di Verona

La logica della paura e dell’esclusione generano solo violenza. Il futuro della convivenza civile dipende tutto dalle decisioni che verranno prese dalla politica e che dovranno per forza guardare oltre l’emergenza.


La parabola di Verona
Gabriele Polo


Non c'è nulla di più politico di ciò che è successo a Verona la notte del primo maggio. Quel pestaggio mortale rivela quanto la violenza (e le ideologie cui si appoggia) sia diventata il rapporto su cui si misurano le relazioni tra gli individui. Non è un esito naturale, è il risultato di scelte convergenti di chi gestisce la cosa pubblica. E non c'è nulla di più emblematico di ciò che ha detto l'altroieri il presidente della camera. «Espellendo» quell'omicidio dalla politica, Fini ha allontanato da sé l'amaro calice di antiche contiguità ideologiche e coperto le odierne responsabilità culturali che il suo schieramento ha nella genesi dei «mostri» di Verona. Di più, la terza autorità dello stato nel ritenere l'uccisione di Nicola Tommasoli un fatto meno grave del dar fuoco a una bandiera israeliana, ha dato vita a una costruzione ideologica per cui ciò che avviene sotto - o contro - una bandiera (di stato o di partito) è affare di pubblico interesse, mentre tutto il resto è «bruta natura», alla fine materia di ordine pubblico. Una visione, questa sì, castale della politica che chiude la porta in faccia alla società, la riduce a un insieme di «buoni» e «cattivi», senza porsi il problema del perché siano «buoni» o «cattivi».
Tutto ciò avviene nel deserto di un'opposizione degna di questo nome: ben che vada dalle sedi istituzionali si sono levati flebili distinguo e inviti alla prudenza. Se qualcuno voleva una prova di ciò che significhi vivere senza una «sponda» politica di sinistra, ce l'ha. E ce l'avrà sempre di più, proprio a partire dai fatti veronesi.
Quei cinque ragazzi di buone famiglie venete incarnano il punto di una parabola: Pietro Maso nel '91 uccideva i genitori per garantirsi la macchina rombante e la bella vita dei casinò, i ventenni dell'altro giorno ammazzano per una sigaretta negata. Non è solo il vuoto culturale che tutti denunciano e persino nemmeno «solo» l'impunità per le croci celtiche gonfiatesi all'ombra dei poteri veronesi e che quei poteri riempiono di voti. E' l'incattivirsi rancoroso di un modello sociale ricco e impaurito, perciò violento. Che si appoggia alle ideologie più adeguate per la difesa aggressiva dei propri spazi - dei propri privilegi, piccoli e grandi - da tutto ciò che minaccia o semplicemente interferisce, anche con una semplice sigaretta negata. Oppure, sotto altre bandiere, è il proliferare delle ronde autogestite bolognesi, la cacciata «di chi delinque e delle loro famiglie» dalla Vicenza conquistata dal centrosinistra, la «sicurezza come cardine» dell'amministrazione torinese.
Che di fronte alla radicalità dei problemi le istituzioni e la politica si limitino a cercare una soluzione di comodo può essere spiegabile con le convenienze politiche del momento. Ma è una logica d'esclusione e di corto respiro: non può essere accettata, né funziona. Il vuoto da colmare a sinistra è questa miopia.

giovedì 8 maggio 2008

Il Verbo di Bertolini

L’on. Bertolini è uno dei pit bull che il cavaliere ha messo a presidiare l’area cattolica della coalizione. Contano un cazzo ma servono a garantire le tonache di vario ordine e grado sull’osservanza dei precetti da parte di tutti gli esponenti del centrodestra (quasi tutti, via) e di conseguenza della loro attenzione verso le istanze dell’unica religione possibile. In ogni caso, questa pasciuta signora modenese, bionda senza averne l’aria, si è presentata sulla scena politica nazionale con il piglio decisionista. Le sue dichiarazioni e i suoi commenti sono sempre tranchant, senza possibilità di replica. Anzi, Bertolini non solo detta la linea su più o meno tutto lo scibile, ma indica anche l’unica chiave di lettura dei fatti. Amen.

GIOVANE IN COMA: BERTOLINI, SINISTRA NON STRUMENTALIZZI ROMA (ANSA) - ROMA, 5 MAG - "La selvaggia ed orribile aggressione di Verona è avvenuta per futili motivi. Nessuna matrice ideologica ha scatenato la furia omicida di questa allucinante banda di balordi. La sinistra la smetta di avvelenare il clima politico, strumentalizzando una vicenda che nulla ha a che vedere con la politica": lo afferma Isabella Bertolini (Pdl). "Siamo di fronte - prosegue - ad un gravissimo episodio di crudele bullismo urbano che deve essere trattato con la massima severità. I responsabili devono essere giudicati, in modo esemplare, con il massimo della pena prescritta dal codice penale per il reato commesso. Rammarica vedere la sinistra nostrana, offuscata dal solito furore ideologico, continuare a sbagliare tutto sul tema della sicurezza e della legalità". (ANSA).

FECONDAZIONE: BERTOLINI (PDL), PENSEREMO A MODIFICARE NUOVE LINEE GUIDA Roma, 30 apr. (Adnkronos Salute) - "Ragioneremo sull'opportunità di modificare immediatamente le linee guida sulla legge 40 sulla fecondazione assistita emanate oggi dal ministro della Salute uscente, Livia Turco". Lo dichiara in una nota Isabella Bertolini, deputata del Pdl. Le linee guida emanate oggi "fuori tempo massimo - prosegue l'esponente del centrodestra - stravolgono il dettato normativo della legge 40 sulla fecondazione assistita. Un atto di grave scorrettezza istituzionale, da parte di un Governo e di un ministro ormai licenziati, che va ben oltre l'ordinaria amministrazione. Siamo di fronte all'ultimo colpo di coda di una coalizione laicista e relativista, favorevole all'aberrazione della selezione artificiale degli embrioni. Noi del Pdl siamo decisamente contrari a questa pericolosa deriva eugenetica".

CURCIO A MODENA; BERTOLINI, PARLI DEL SUO VERGOGNOSO PASSATO (ANSA) - MODENA, 3 MAG - "Curcio deve essere dichiarato persona non gradita". A dirlo è Isabella Bertolini, deputata del Pdl, commentando l'incontro organizzato dal Collettivo autonomo Modena. "Un ex terrorista che ci parla di precariato e del futuro della nostra società. Se non fosse una cosa vera, ci sarebbe da farsi quattro risate, invece è tutto maledettamente reale. - ha detto la deputata - Perché il signor Curcio non ci parla del suo vergognoso passato, dei suoi innumerevoli e gravissimi errori e della sua allucinante macchina di morte, che ha creato e provocato danni e lutti al nostro Paese? Sarebbe il minimo". Invece, ha proseguito Bertolini "come al solito, il 'cattivo maestro' dispenserà lezioni di morale, con tanto di acclamazioni da star. Iniziative come quelle organizzate con la presenza di Curcio rischiano di generare, dietro la loro patina pseudo culturale, pericolosi rigurgiti di violenza ed eversione di cui il nostro Paese non ha certamente bisogno". La deputata azzurra ricorda poi che Modena che "ha pagato un tributo enorme con l'assassinio del prof. Marco Biagi, dovrà subire, a poche centinaia di metri dalla Fondazione che porta il suo nome, l'ennesimo show con tanto di autografi e applausi al capo delle brigate rosse. E' una cosa inaudita". Secondo Bertolini, è in corso in Italia "un'opera di ambigua e subdola riabilitazione di ex terroristi rossi, che furono protagonisti della tragica stagione degli 'anni di piombo', Curcio compreso. La Modena civile e democratica deve respingere l'ennesima lezione di un 'cattivo maestro'. Rimane però una questione di fondo: perché personaggi come Curcio o Scalzone trovano sempre a Modena qualcuno disposto ad applaudirli?".(ANSA).

lunedì 5 maggio 2008

Tre metri sopra il cielo

Carlo wrote

...e io, come disse un famoso calciatore, sono totalmente d'accordo a metà con lui. Nel senso che, secondo me, Massimino resta il più intelligente di tutti, anche se ha delle grossissime responsabilità per la situazione attuale: bastava per esempio una legge vera sul conflitto di interessi quando era a Palazzo Chigi e addio al cavaliere. I giudizi su Pirani, invece, li sottoscrivo.

È bastato il faccino saccente di Massimo D’Alema quando ha commentato il discorso di insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati di Gianfranco Fini a far perdere un altro pacco di voti alla sinistra italiana. Ma però, se avesse detto questo, quello o quell’altro. È tutto qui il problema: le centinaia di faccine saccenti che hanno imperversato in questi anni a sinistra. Saccenti e genuflesse. Perchè loro giudicano sempre, precisano sempre, sono sempre sarcastiche, ironiche, superiori. Ecco, loro hanno l’istinto di superiorità. Questo nasce da decine di anni di abitudine a privilegi che una volta erano appannaggio esclusivo delle élite politiche democristiane.
La tragedia è che la gran parte della stampa ‘mancina’ questo non l’ha capito. Ancora il giorno dopo la batosta elettorare, un imbarazzato – e privilegiato, e supergarantito, e superpagato – Mario Pirani (Repubblica), ospite della ‘terza camera’, ha svolto un’analisi di una stupidità disarmante, che chiariva l’incapacità di questa ‘sinistra di potere e di stampa’ di comprendere anche minimamente la quotidianità delle persone.
Era allora già lampante come il voto popolare, operaio, precario, fosse scivolato a destra, in particolare, al Nord, alla Lega. Bastava vivere normalmente in una città normale, frequentare un negozio di alimentari o un supermercato una volta alla settimana per capirlo. Invece Pirani no. Lui non fa la spesa, non guida, non abita in un quartiere ad alto tasso di criminalità come molti poveri diavoli. Non vive evidentemente una vita normale. Però è li, a Repubblica, strapagato, a fare analisi di un mondo che non conosce, che non vive, che lo repelle. Diretto da un direttore uguale a lui.
Perché, diciamolo, a questi radical chic fighetti della nuova sinistra “di lotta e governo” l’operaio reale, quello vero, fa un po’ schifo. Suda, puzza, è sempre un po’ sporco anche dopo che si è lavato. È poi è volgare nei modi, nel vestire. Ha quelle orribili utilitarie giapponesi o delle vecchie Fiat. Ed in alcuni casi è pure di colore.

mercoledì 30 aprile 2008

Derive

Valentino Parlato dice che la crisi economica rafforzerà le spinte a destra della società, verso una destra autoritaria: le elezioni italiane di questo mese sarebbero solo un’anticipazione e un avviso di quello che ci spetta. Credo abbia ragione. “Il perché (della sconfitta) si concentra nella disattenzione ai cambiamenti della società e dei modi di sfruttamento. Si concentra nella rinunzia a cambiare il mondo, nell'affogamento degli ideali nella palude del politicismo e dell'opportunismo. Se molti operai hanno votato Lega e quartieri popolari di Roma hanno votato Alemanno, significa che le forze del centro sinistra sono diventate repellenti”. Mariuccia Ciotta, sempre sul Manifesto, offre un'altra lettura delle cause. “Il popolo che «non arriva alla fine del mese» ha chiesto e ottenuto di diventare modello di riferimento della politica con i suoi peggiori sentimenti di rivalsa sui più deboli. Spaventato dai fantasmi degli «alieni», questo popolo ha interiorizzato la criminalità predatoria attribuita all'altro”. Ciotta sostiene inoltre, citando Stefano Rodotà, che “le analisi fredde del dopo voto non vedono la catastrofe etica e culturale davanti ai nostri occhi”. Tutto vero, condivisibile. Non si può però ignorare il dato fondamentale: è stata la paura, in tutte le sue declinazioni, il motore di questo voto, nazionale e romano. Paura della recessione certo, ma, soprattutto, un senso generale di insicurezza. Innegabile, peraltro. Come è innegabile che c’è, esiste, legato a questo, un problema immigrati. Personalmente posso non condividere le soluzioni prospettate dalla destra, che arriva ad espellere i mendicanti dalla città del poverello, perché potenzialmente pericolosi. Se riteniamo di essere intellettualmente onesti dobbiamo ammettere che la solidarietà pelosa e un po’ radical chic, da salotto buono del centro storico, ha fallito, finendo soltanto per schiacciare sotto una responsabilità non loro – ma di pochi balordi delinquenti - popolazioni che nella maggioranza dei casi cercano di vivere onestamente in qualsiasi parte del mondo le porti la storia e l’economia. Certo nell’immaginario collettivo se lo stupratore si chiama Radu, sarà ricordato come il “rumeno” che ha violentato una ragazza. Se invece si chiama Paolo, resterà Paolo o magari solo P. Detto questo, aver ignorato il disagio profondo che arriva dalle periferie è stato un suicidio politico. Non ci si può limitare a filosofeggiare su sicurezza reale e sicurezza percepita, portando a supporto le percentuali del Viminale sulla diminuzione dei reati. Oppure bollare come fascista ogni attribuzione di responsabilità non politically correct. Se sei una donna e hai necessità di spostarti in treno da una città all’altra, devi preventivamente farti un piano di viaggio che preveda: l’orario di spostamento da casa alla stazione, preferibilmente diurno; l’orario d’arrivo e l’eventuale tragitto da fare verso la meta, anche in questo caso possibilmente alla luce del sole e in zone non isolate. Devi valutare attentamente che in questi spostamenti non si passi attraverso tunnel, sottopassi o altri antri potenzialmente pericolosi. In ogni caso accertarti che in partenza o in arrivo ci sia qualcuno ad accompagnarti o ad attenderti al binario. Io non so, come scrive Mariuccia Ciotta, se stiamo assistendo ad una mutazione antropologica della società italiana, o se c’è un azzeramento del discorso democratico. Può essere. Se però la sinistra non torna a vivere il popolo e non cerca di darsi un’identità che non sia castale, difficilmente troverà una ragion d’essere in questa società. A meno che non cerchi casa nel Pd, dove, seppur rancorosamente, la vorrebbe collocare Ezio Mauro.

sabato 26 aprile 2008

Da Che Guevara e c(h)e l'ho duro

La battuta è di uno strepitoso Maurizio Crozza - James Brown che duetta con Silvio Orlando.
http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=crozza&video=11758

lunedì 21 aprile 2008

Le ragioni di una sconfitta

Analisi spietata ma largamente condivisibile. Grazie a Carlo per la segnalazione.

Quando il cinismo è l'altra faccia del buonismo

di Widmer Valbonesi

Le elezioni politiche hanno sentenziato una vittoria schiacciante a favore del Popolo della libertà e una sconfitta molto dura per il PD e per la sinistra. La sfida era per il governo del paese e, avendo Veltroni annunciato una grande rimonta - e poi chiesto un voto utile solo per il PD - oggi si ritrova con un pugno di mosche e senza quegli alleati di governo che, se volessero usare il suo cinismo, dovrebbero mettere in crisi tutte le amministrazioni locali e giocare un ruolo di sinistra antagonista e alternativo in tutto il paese.
Veltroni, esibendo nel dopo elezioni i dati sulla curva dei consensi, a riprova della rimonta del PD, dimostra palesemente che quella giocata non è stata una partita per conquistare il governo, ma una cinica manovra di sopravvivenza del suo nascituro partito. Il contrario di quell'immagine di buonismo e di altruismo che voleva dare di sé. Lui e il suo partito sapevano benissimo come stavano le cose; e l'appello al voto utile era solo il lucido coltello piantato alla gola degli elettori di sinistra che credevano di essere determinanti per un'impresa inesistente e che, alla fine, ha provocato in buonafede il suicidio politico dell'intera sinistra. Veltroni, in effetti, quando dice che il PD è avanzato, dice una bugia, sapendo benissimo che se si somma il 31,3 dell'Ulivo all'1,7% dei radicali (che assieme allo SDI avevano avuto nella Rosa nel pugno il 2,6%) si ottiene quel 33% che il PD ha avuto in questa tornata. Di diverso c'è che la sinistra nell'Unione aveva avuto il 49,8% mentre oggi il PD più Di Pietro ottiene il 37-38%, e quindi di fatto non costituisce nessuna alternativa possibile al blocco di PDL e Lega.
Veltroni ha giocato una partita maggioritaria e bipolare con la preoccupazione non di vincere, ma di ottenere un risultato decente per il suo partito, consumando cinicamente la morte di PSI e della Sinistra radicale, cioè gli unici che sono alleati con lui in periferia e con cui divideva il governo del paese. Ne valeva la pena? Io credo che quando non si ha il coraggio di rivendicare le proprie origini e si cerca di mascherare le proprie responsabilità nel governo del paese, si compiono un'azione deleteria per la democrazia e un inganno verso gli elettori. Essendo questi più maturi di quello che il grande affabulatore buonista credeva, lo hanno punito in due modi. Astenendosi o premiando il giustizialismo di Di Pietro e l'antiberlusconismo che egli rappresenta; oppure esprimendo un voto di protesta e premiando la Lega per aver sollevato il problema degli immigrati clandestini, fenomeno sottovalutato dalla sinistra, pur essendo il problema della sicurezza una delle massime preoccupazioni di tutti gli italiani.
Le lacrime di coccodrillo postume sui destini della Sinistra Arcobaleno dimostrano di cosa sia capace il cinismo cattocomunista di cui si nutre il PD. Si può cercare di trasformare la sinistra con la dialettica e con un ragionamento sui mutamenti della società - come faceva Ugo La Malfa - e non liquidarla con una scelta di schema elettorale e poi col finto pietismo, quasi a offrire un riparo per il futuro. E' quello che i comunisti avevano fatto col PSI del riformista Bettino Craxi. Ucciso per la sua politica, che poi è stata abbracciata per sopravvivere, senza fare un'autocritica e cercando di distruggere gli ingombranti eredi del socialismo riformista.
Boselli ha offerto lealtà per il governo del paese e nelle amministrazioni periferiche, ed è stato ripagato col ricatto di sciogliersi o morire. Il PD corre il rischio che quelli che sono stati giudicati inutili, e che saranno costretti a fare politica al di fuori del Parlamento, assumano un ruolo di movimentismo accentuato nei confronti di tutti i livelli di governo del paese, e quindi anche contro quelle amministrazioni periferiche governate col PD, che sono state il dato di una sinistra di governo e non di lotta. L'orgoglio potrebbe mettere in crisi le roccheforti rosse.
Del resto è difficile capire perché queste debbano essere tenute in piedi. Per consentire ai dirigenti del PD di essere spocchiosi, vergognandosi delle loro origini, o addirittura arroganti con i loro alleati di sinistra, e invece disponibili con Berlusconi per un duetto bipartitico che sarà illusorio dopo i risultati elettorali? Non è peregrina l'idea di una sinistra radicale che si organizza come partito di lotta contro i governi e i detentori del potere, fin dalle prossime elezioni europee dove si voterà col proporzionale, e anche nei prossimi appuntamenti elettorali amministrativi. Il giudizio di Veltroni sulle elezioni è stato disarmante, come quello di un pugile suonato che, perso l'incontro, detta le condizioni per la rivincita e dà pagelle a chi ha vinto. La realtà è che il PD era e rimane l'equivoco della politica italiana. Un velleitarismo che non ha radici culturali e storiche definite e che si presenta come sintesi dei riformismi italiani, senza un'autocritica seria, è molto peggio del rivendicare una propria storia e muoversi verso il necessario aggiornamento culturale legato ai cambiamenti della società. Far credere di essere ciò che non si è stati è la cosa peggiore per accreditarsi come innovatori, ed è ciò che è capitato a Veltroni, senza che se ne sia accorto, chiuso nella corazza spocchiosa di primarie fasulle, senza veri concorrenti, scelto dagli apparati di partito e dai poteri forti. Forse la strategia elettorale adottata era la carta della disperazione; ma che a non accorgersene siano stati prevalentemente coloro che non sono mai stati né comunisti né democristiani, la dice lunga su come questa operazione fosse solo una grande manovra di potere in cui sistemare qualche ambizione ma priva di qualsiasi progettualità politica.
Se poi l'unica progettualità si riduce a qualche parlamentare in più senza la credibilità di una prospettiva di governo, occorre prendere atto del fallimento e ricominciare da capo. Avere distrutto le forze riformiste e di sinistra nel paese, credendo di prenderne il posto, è quanto di più illusorio potesse capitare, ma soprattutto ha impoverito il confronto pluralistico che quelle culture producevano in termini progettuali e che un mero disegno di potere inaridisce sempre di più. Il PD ha sacrificato la sinistra credendo di sfondare al centro, invece non ha sottratto un voto ai centristi né tanto meno alla destra moderata, e quindi rimane un partito acefalo. Lo sfondamento al centro, che era l'obiettivo strategico dichiarato, non solo non c'è stato, ma ha costretto Veltroni ad un rapido ripiegamento verso la solita demagogia antiberlusconiana o verso il pericolo istituzionale rappresentato dalla Lega. La realtà è che avere la testa e il corpo nella cultura di sinistra cattocomunista e la mente verso le democrazie anglosassoni è una contraddizione troppo grande per non essere evidente all'opinione pubblica.
La mia impressione è che verranno le notti dei lunghi coltelli e che è più facile che una parte del PD, quella ex democristiana, cominci a guardare verso il centro per costruire quel polo moderato che può far comodo e da sponda anche a Berlusconi, soprattutto se la Lega facesse, e non farà, quello che Veltroni vorrebbe: cioè destabilizzare il governo. Anche perché è difficile e puerile pensare che gli amici di Prodi accettino passivamente di essere i capri espiatori dell'insuccesso dovuto più che altro all'ambiguità e alla velleità di un disegno politico. Che tristezza constatare che la storia passa dalla sconfitta di Waterloo di Napoleone Bonaparte alla disfatta di "Walterloo" per opera del bonapartista Berlusconi.

mercoledì 16 aprile 2008

Un futuro dietro le spalle

Nella consueta precisa analisi politica del voto, Ilvo Diamanti porta un dato inquietante. Lo scrive in fondo al pezzo, forse per non infierire oltre una sconfitta comunque annunciata.
“Come hanno mostrato le indagini di Demos, pubblicate su Repubblica nelle ultime settimane, il Pd prevale, sotto il profilo elettorale, fra gli impiegati pubblici e i pensionati. Mentre il Pdl supera, nettamente, il Pd fra gli imprenditori, i lavoratori autonomi e i dipendenti del privato. Infine, tra i giovani (soprattutto se lavorano). Da ciò l'interrogativo. Quale futuro può attendere una forza politica riformista di centrosinistra asserragliata nelle tradizionali regioni rosse? Straniera nel Nord e spaesata nel Mezzogiorno? Se non riesce a parlare ai più giovani, alle classi produttive? Ai ricchi e neppure ai più poveri?”