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venerdì 19 settembre 2008

Sono tutti gay con il culo degli altri




FUGA CON SCUSA
Gabriele Polo

Roberto Colaninno ha lanciato l'ultimatum: «O così, o ritiriamo l'offerta». Il «così» è un piatto avvelenato composto da migliaia di persone disoccupate, da stipendi tranciati al minimo e condizioni miserevoli per chi resterebbe al lavoro (con le conseguenti ricadute in termini di sicurezza per chi vola). «L'offerta» è quel piano Cai per l'Italia alata che spacciandosi come operazione di salvataggio di Alitalia risponde invece alle promesse elettorali di Berlusconi, ai conseguenti benefit (anche in altri settori) per un pugno di imprenditori e alle manovre finanziarie del duo Passera(Intesa)-Toto(AirOne); a partire dai debiti del secondo col primo. Con queste premesse oggi sapremo se quel «non un soldo in più» che ieri ha pronunciato il «capitano coraggioso» di Mantova si tradurrà in una ritirata imprenditoriale o in una debacle sindacale. Sembra un film già visto e in molti lo racconteranno così: come già per la trattativa con Air France i sindacati fanno precipitare Alitalia. Ma non è vero. Se non altro perché il piano di Air France era davvero un progetto industriale con un futuro, mentre quello della Cai è solo un imbroglio. A danno dell'Alitalia, dei suoi lavoratori, dell'erario e di tutti noi. La realtà è che il sacro fuoco che aveva spinto Colaninno e soci ad assecondare le promesse berlusconiane - pensando di guadagnarci sopra qualcosa - si è spento ben presto. Era almeno da una decina di giorni che Roberto Colaninno pensava di mollare tutto. Non poteva farlo da solo, aveva bisogno di un «aiutino» perché nel mondo che conta in pochi hanno il coraggio di dire «ho sbagliato». Ora ha l'occasione di liberarsi da una creatura che vive come un macigno, scaricando la colpa sull'odiato sindacato. Una scusa, una bugia che però - di questi tempi - ha il vantaggio di essere creduta, perché, a forza di ripeterla, una sciocchezza può diventare una cosa seria. Come Berlusconi insegna. Invece la sciocchezza sarebbe proprio accettare l'ultimatum della Cai. Toccherà ai sindacati - e alla Cgil in primo luogo - scegliere tra la forma e la sostanza, tra un finto salvataggio che nulla salva e l'autentico broglio di un assemblaggio aereo che pagheranno lavoratori, viaggiatori, contribuenti. Cisl, Uil e Ugl hanno già scelto la prima strada: contano sull'ondata populista che sorregge Berlusconi e su un'informazione deviata peggio degli antichi servizi segreti. I cosidetti «autonomi» stanno dall'altra parte, ma di loro in pochi si curano, perché - così recita il luogo comune - alla fine si frantumeranno. In mezzo c'è la Cgil, combattuta tra l'essere additata come responsabile di un disastro e la necessità di porre un freno al totale arbitrio degli speculatori sul mondo del lavoro. La Cgil sa bene che il piano di Colaninno non sta in piedi; sa anche che accodandosi a Cisl, Uil, Ugl aprirebbe una frattura difficilmente sanabile con chi vuole rappresentare e sa che firmando accetterebbe implicitamente un altro piano, quello che Confindustria ha presentato per uccidere il contratto nazionale di lavoro. Ora deve scegliere. Su Alitalia e su cosa vuole essere.