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venerdì 10 novembre 2017

Il nonno


Mio nonno aveva in casa il ritratto di Stalin appeso alla parete. Ognuno ha gli eroi che crede. E i nonni che si merita. Classe 1909, partigiano, comunista, detto Sacramento, che era uno dei suoi modi di intercalare, era iscritto al partito praticamente dalla sua fondazione. Del resto se inizi a lavorare a 8 anni quando ne hai 12-13 hai già capito come gira il mondo. Mi ricordo che, superati i 70, iniziò a ricevere l’Unità gratuitamente, credo un giorno alla settimana, proprio per la fedeltà di iscrizione. Negli anni 50-60, mi raccontava mio padre, la casa del nonno era un punto di riferimento per i dirigenti provinciali del PCI che salivano in Valcamonica per uno sciopero, un comizio, a sostenere un’occupazione o una protesta. La nostra era una delle poche famiglie comuniste conosciute e riconosciute come tali in paese e questa diversità, anche se non ci capivo nulla, da bambino mi inorgogliva. Partecipare attivamente all’organizzazione delle feste dell’Unità, distribuire il giornale la domenica nelle case, sentire nelle assemblee i presenti chiamarsi tra di loro compagni era emozionante. Alessandro Natta un giorno disse: “Cercate, cercate, ma un nome bello come Partito Comunista non lo troverete mai”. Aveva ragione. Mio nonno era talmente convinto dei suoi ideali che non era concepibile che qualcuno della sua famiglia la pensasse diversamente. I comunisti sanno essere più manichei e intransigenti degli intransigenti e manichei se ci si mettono. Tanto che quando mia cugina, ad una tornata politica votò MSI, non per vera e propria convinzione ma per spirito ribelle, o forse solo perché il moroso del momento era un sanbabilino, lui, il nonno, le tolse il saluto. Non durò molto, anche perché mia cugina ci sapeva fare ma non fu semplice nemmeno per lei riconquistare quel saluto. E comunque per il nonno quell’affronto rimase un cruccio e ogni tanto lo ricordava, scuotendo il testone bianco mentre la duecentesima sigaretta della giornata gli pendeva dalle labbra. Il nonno identificava le persone con il loro credo politico: “l’è un democristiano”, è un democristiano, diceva di qualcuno a commento di una qualsiasi azione o decisione del democristiano in questione. E l’aggettivazione, nel suo vocabolario, aveva non solo nel caso specifico, ma direi in generale, un’accezione negativa. Un po’ più morbido era il giudizio per i socialisti. Meno per i socialdemocratici o i repubblicani: l’è un socialdemocratico, o repubblicano, si avvicinava molto al tono e nella mimica facciale di l’è un democristiano. L’è del mis (MSI) lo diceva accompagnandolo al movimento di chiudere a pungo quelle mani enormi che avevano fatto lavori di ogni genere. Logicamente la svolta della Bolognina per lui fu un’amputazione, che gli fece più male del rene tolto alcuni anni prima. Non l’ho mai sentito pronunciare il nome PDS. Nonno cosa voti? Gli chiesi qualche tempo dopo. Mi guardò con quei suoi occhi azzurrissimi come se avessi detto chissà quale eresia. I comunisti, mi rispose. Sì ma chi? Anch’io se mi ci metto sono un rompicoglioni. I comunisti, ripeté di nuovo e chiuse il discorso. Votò Rinfondazione, per capirci.

 

martedì 17 ottobre 2017

Volevo essere Pietro Anastasi



Da piccolo volevo essere Pietro Anastasi. Non semplicemente un calciatore, un grande attaccante, un portiere, quelli cioè che determinano le partite: difficilmente i bambini sognano al ribasso e immaginano di essere un difensore, almeno negli anni 70, dove a parte Facchetti, giocatore di rara eleganza, il ruolo era di pertinenza di gente come Bruscolotti, Morini, Comunardo Niccolai, bravi per carità, ma non certo in grado di colpire l’immaginario di un ragazzino. Erano ancora lontani i tempi dei Cabrini, dei Maldini, che non solo hanno rivoluzionato il modo di interpretare il ruolo, ma erano pure belli. Io volevo essere Pietro Anastasi, che bello non è mai stato, e nemmeno tanto alto, ma per me era un gigante. Il mio tifo per la Juventus nasce da lì. Se, per dire, avessi conosciuto calcisticamente Anastasi quando era a Varese, sarei diventato tifoso del Varese. All’epoca non capivo nemmeno tanto di calcio: giocavo all’oratorio e cercavo di imitare il centravanti dei miei sogni: nelle movenze, nel modo di trattare la palla, nella velocità di gioco e di pensiero, nell’essere forte in area di rigore e allo stesso tempo capace di partecipare alla manovra: un falso nueve si direbbe oggi. Se però qualcuno me l’avesse detto allora l’avrei picchiato. Rete. Juventus in vantaggio. Anastasi. La domenica aspettavo con ansia che Ameri interrompesse Ciotti a Tutto il calcio minuto per minuto per urlare urbi et orbi al gol di Anastasi. Non tanto della Juventus: di Pietro Anastasi. Fortuna negli otto anni bianconeri sono state tante le occasioni di esultare. Poi, va beh, si è incrinato qualcosa e Anastasi è passato prima all’Inter e poi all’Ascoli. Per me la domenica l’attesa alla radio era quindi diventata doppia: oltre ad aspettare con ansia il gol della Juve - ormai ero juventino, i ragazzini devono appartenere a qualche squadra, mica possono dire di tifare per un singolo giocatore -  aspettavo con ansia notizie del mio idolo: gioca, è in panchina, come sta giocando, come ha giocato. Il giorno successivo andavo a leggere le cronache: per prima, ovviamente, quella della squadra di Anastasi. Dopo l’addio al calcio Pietro Anastasi è scomparso dai miei radar. E’ stato quindi un piacere ritrovarlo oggi, quasi settantenne, in veste di opinionista a discutere e a difendere i colori bianconeri in diverse emittenti televisive locali. Mi son ricordato di questa mia passione la scorsa settimana leggendo la prefazione di un libro dedicato a Bruno Giordano, centravanti prima della Lazio e poi del Napoli di Maradona e Careca. A riaprire l’album dei ricordi è stato il racconto dell’autore: la sua passione per la Lazio ma anche e soprattutto per i giocatori. Biancocelesti per sempre, indipendentemente dalle maglie vestite nel corso del tempo, seguiti nella loro carriera con lo stesso affetto che io avevo per Anastasi. Che senso ha fischiare un giocatore che torna nel tuo stadio dopo aver cambiato squadra? Perché accusarlo di chissà quale tradimento? Non è meglio pensare a quanto ti ha fatto gioire da tifoso? Quando Pietro Anastasi tornò al Comunale di Torino con la maglia dell’Ascoli e sbloccò il risultato, di una partita addirittura vinta dai marchigiani, dalla curva Filadelfia partì l’applauso. Un calcio antico, fuori moda, il calcio della mia infanzia, forse proprio per questo ricordato e vissuto con una certa epica.

venerdì 13 ottobre 2017

La bicicletta



Avrei voluto scrivere d’altro e sicuramente lo farò, ma ieri ho assistito ad una scena che mi ha creato profondo disagio e ripensandoci a freddo ho capito perché. Anzi, lo sapevo benissimo ma pensavo di averci lavorato su abbastanza. Evidentemente no. Come ogni mattina stavo aspettando il Frecciarossa per andare al lavoro e mi ero posizionato all’altezza del display che indicava il numero della carrozza prenotata. Alle mie spalle, in attesa di partire, un convoglio di una tratta provinciale. Ai piedi del treno, il controllore e il capotreno, una lei nel caso specifico, ma non credo che si dica capatreno, chiacchieravano tra loro verificando a turno i biglietti di chi si apprestava a salire. Arriva un ragazzo in bicicletta. Che sia di colore dovrebbe essere un fatto assolutamente irrilevante, invece per i due, non solo lo è ma nella sua accezione peggiore: l’è un negher. Io mi giro proprio nel momento in cui lei chiede al ragazzo se ha pagato il biglietto per la bicicletta. E’ una domanda retorica la sua: lo sa già che non l’ha fatto e glielo leggi anche dall’atteggiamento corporeo di sfida, dall’espressione soddisfatta del viso di chi sa di esercitare un potere per il quale l’intransigenza non solo è consentita ma è premiata. Un potere meschino peraltro, tanto da rivolgersi al ragazzo in dialetto bloccando sul nascere il minimo accenno di protesta. Io non so se l’importo per la bicicletta fosse dovuto, come non so se quel cristiano, come mi è sembrato di capire, prenda abitualmente quel treno per andare al lavoro e abbia trovato fino a ieri controllori più accondiscendenti. Come non voglio sapere se al posto del negher ci fosse stato un indigeno quale sarebbe stato il comportamento: probabilmente la soddisfazione di decidere del destino di un pendolare, circoscritto fortunatamente a quella strada ferrata, sarebbe stata perseguita ugualmente, sicuramente però con un altro atteggiamento, meno volgare e violento. Alla fine la cosa si è risolta al meglio, nel senso che da uno scompartimento si è affacciato un amico del ciclista e gli ha passato un biglietto: con il treno in partenza non sarebbe riuscito a tornare in biglietteria. Il mio disagio. Purtroppo in casi di questo genere non è solo, diciamo così, di ordine etico: il rifiuto viscerale di un sopruso nei confronti di un debole che procura piacere a chi lo infligge. Uno normalmente cosa fa? Interviene e, per quanto possibile, prende le difese, parla, argomenta, discute. Io in casi del genere ho istinti violenti. E non solo verbali. Devo impormi di andare via. E mi costa tantissimo farlo.

venerdì 6 ottobre 2017

Imperfetti

(...) La legge impedisce ai single di adottare, a meno che il bambino non sia affetto da grave disabilità. È un’eccezione saggia, ma con un presupposto terribile: se il bambino è imperfetto, va bene anche la famiglia imperfetta (...)


http://www.lastampa.it/2017/10/05/cultura/opinioni/buongiorno/lamore-perfetto-ZuVGBL8wwuEOR6PWC895qM/pagina.html

mercoledì 27 settembre 2017

Ius soli

Un ottimo Mattia Feltri, come sempre.


(...) Nel 1981, François Mitterrand si candidò alle Presidenziali promettendo l’abolizione della pena di morte e nonostante sessantadue francesi su cento fossero sostenitori del patibolo. Mitterrand tirò dritto, vinse, rimase all’Eliseo quattordici anni e oggi la maggioranza dei francesi la pensa come lui nell’81 (...).
 
(...) Sembrerà strano, ma fra un’idea e una poltrona, lo statista sceglie l’idea.


http://www.lastampa.it/2017/09/26/cultura/opinioni/buongiorno/statisti-e-tronisti-OoqC8nyQSORnyKKOosm2bM/amphtml/pagina.amp.html

lunedì 25 settembre 2017

Giornalismo


“Il giornalismo è l’atto di dare alle stampe ciò che qualcun altro non vorrebbe mai veder pubblicato. Tutto il resto sono pubbliche relazioni”. La frase è attribuita a George Orwell, ma chiunque l’abbia detta, va bene. Anch’io credo sia così. Anzi non può essere che così. L’ho letta ieri, sfogliando da Feltrinelli il saggio “Gli impostori. Inchiesta sul potere”. L’autore, Emiliano Fittipaldi, l’ha scelta come citazione all’inizio del libro insieme ad una frase altrattanto significativa di Giuseppe D’Avanzo. “Un’inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nella mani del potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica”.

venerdì 22 settembre 2017

Nicolina e le altre


All’inizio della mia carriera ho fatto per molto tempo il cronista di nera. Diciamo che nei giornali locali fare la nera è un po’ un passaggio obbligato, una sorta di esame di idoneità alla professione. Il primo morto è il battesimo del sangue. Devi uscire senza porti tante domande, sapendo che comunque non vedrai uno spettacolo edificante. Che dovrai aprire occhi, orecchie e attivare tutti gli altri sensi per vedere, carpire e annusare più informazioni possibili. Contemporaneamente, marcare stretto i colleghi della concorrenza, perché non facciano cose che avresti potuto fare tu, amare il fotografo che viene con te più della tua signora, imparare a dettare a braccio – sperando in una cabina o un telefono pubblico vicini, allora con c’erano i cellulari – o correre in redazione scrivendoti mentalmente il pezzo perché sai già che dal minuto 2 da quando varcherai quella soglia, dal direttore in giù inizieranno a chiederti quanto ti manca, senza magari averti detto quanto spazio hai a disposizione. E questa è la parte migliore. O più facile. C’è infatti una variabile, o per meglio dire una costante che, almeno io, non avrei mai voluto fare. Parlare con la famiglia del morto. Tu e la tua bella faccia, scortato dal fido fotografo, ti dovevi presentare alla porta di persone appena travolte da uno tsunami di emozioni, personali, intime, private, chiedendo di essere invitato a condividerle. Un elefante in una cristalleria. In quei momenti sarei volentieri sprofondato, speravo meschinamente che ad aprire fosse una donna, perché una sberla è sempre meglio di un pugno, o di un calcio. Sapendo peraltro che avrebbero avuto ragione loro. Fortunatamente non mi è mai successo nulla di grave, se non a volte dover portare a casa qualche mala parola, anche questa del tutto legittima. Ricordo che una volta tornando sconsolato, più per la vergogna che per l’umiliazione, dissi alla mia signora: se mi dovesse succedere qualcosa tratta bene i giornalisti, non è colpa loro. Certo a volte accadeva che nello spaesamento dovuto all’enormità dell’accaduto qualcuno ti aprisse, ti facesse sedere e lasciasse scorrere le parole. In quei casi, l’imbarazzo, se possibile, era ancora più grande: da un lato sapevo che avrei avuto i complimenti di tutte le gerarchie editoriali e l’ammirazione dei colleghi per una storia in esclusiva, dall’altro mi sembrava di aggiungere violenza a violenza, riportando quelle confidenze che mai sarebbero state fatte ad uno sconosciuto, se non in un momento di estraneazione dalla realtà. Tutto questo per dire che sono d’accordo con quello che scrive oggi Michele Serra sull’orrenda vicenda della ragazzina pugliese ammazzata dall’ex compagno della madre. E’ un mondo senza pudore dove la morbosità del male si è trasformata in popolarità, a favore di telecamera e di selfie.

“La popolarità del Male, rispetto alla sua banalità, è uno stadio più avanzato in direzione della sua metabolizzazione e, direbbe un pessimista, del suo trionfo. Il Male, nell'evo della comunicazione globale e capillare, dei network e dei social, è una dimestichezza da ostentare, è un linguaggio da padroneggiare. Nessuno arretri, nessuno si faccia trovare impreparato o muto, atterrito o vinto, di fronte al Male. Gli faranno un selfie, molto presto, al Male, posando accanto a lui come accanto a Messi o a Lady Gaga.

La sfortunata madre della povera ragazza Nicolina ha concesso una lunga e quasi ciarliera intervista a una trasmissione Mediaset del mattino mentre la figlia agonizzava in ospedale, colpita in faccia (in faccia!), mentre andava a scuola, dalle pistolettate di un ex fidanzato di mamma, uno dei tanti ributtanti maschi omicidi (e poi suicidi) che non tollerando di essere lasciati da una femmina soffocano l'onta nel sangue.

Non si pretendono, dalla gente semplice, i toni della tragedia greca. Ma la gente semplice, fino a non tanti anni fa, sapeva ammutolire. Chiamatelo pudore, dignità, vergogna, chiamatelo come preferite, ma quando la voce del dolore rimaneva chiusa nelle stanze dei disperati, il Male non mieteva un successo così corale, e non trovava inserzionisti pubblicitari, già al mattino presto, disposti a cavalcarlo".


lunedì 18 settembre 2017

L'ansioso da treno

C’era anche questa mattina. C’è sempre del resto. E’ l’ansioso da treno, tipologia di viaggiatore da temere ed evitare. Lo si riconosce perché inizia ad agitarsi almeno un quarto d’ora prima della stazione di destinazione. Raduna le sue cose, rovesciando, urtando, pestando tutto quello che rientra nel suo campo visivo. E’ dotato di una serie infinita di formule di scuse, direttamente proporzionale al rosario di bestemmie che, tu, pendolare non per scelta, gli rovesceresti addosso se non fossi ormai immunizzato da anni di terapia sul campo. Ma l’apoteosi l’ansioso da treno la raggiunge dopo aver terremotato l’intera carrozza ed essere riuscito a mettersi in marcia verso le porte. Immancabilmente – ma sono una setta? Si sono una setta – si piazza esattamente in mezzo al locale di disbrigo, perché logicamente non sa quale delle due porte sarà quella eletta per la discesa. Nel frattempo - un quarto d’ora prima della meta, ricordo – non solo fa inutile massa ma impedisce il passaggio da una carrozza all’altra. Una volta finalmente battezzato il lato di discesa l’ansioso da treno può differenziarsi in queste ulteriori categorie kantiane: c’è l’ossessivo compulsivo che schiaccia a bibone tutti i tasti che trova a ridosso dell’uscita, fosse anche il tasto fire; c’è l’ottimista, quello che aspetta che la porta si apra magicamente da sola, per poi realizzare che non succede, farsi prendere dal panico e tentare di aprirla a spinta; c’è quello che preme  il tasto close e commenta saputo: queste porte non si aprono mai;  no sei tu che sei un coglione emerito: le porte non sono dotate di volontà propria: si aprono sempre, certo devi aspettare quei due secondi che si accenda la luce verde di sblocco e pigiare open. Open, non close. E’ semplice. La morale qual è. Se non sei capace, lascia fare. Ad ogni stazione c’è sempre qualcuno che scende, certo non si prepara mezzora prima ma c’è. Il segreto è aspettare, ascoltare le indicazioni dello speaker – meglio già sul binario - lasciare spazio, guardare come funziona il tutto e farne tesoro. Non serve nemmeno prendere appunti.








venerdì 25 agosto 2017

Per non dimenticare

La solidarietà di Brescia alla Spagna. Piazza della Loggia



martedì 1 agosto 2017

In cammino

Lo sapevate voi che la felicità famigliare è basata sulla Bibbia? Me l'ha detto stamattina un tizio con cravatta e bretelle mentre andavo in stazione. L'ho segnato subito sulle note dell'iphone e condiviso via whatsapp con gli amici più intimi perchè mi è sembrato importante. Poche centinaia di metri più avanti, il dispensatore sano di torri di guardia e titolare dell'ingresso della stazione, cambiando improvvisamente formula dopo anni di: la vuole leggere lei, mi ha chiesto: l'ha vista lei? No, stanotte no. Non so se ha capito. Col senno di poi sarebbe meglio di no. Non mi piace essere e risultare volgare ma a volte, ragazzi..... 

venerdì 23 giugno 2017

Il tempo, i ricordi


Mio padre era comunista e non andava in Chiesa. Non posso però dire che fosse ateo: probabilmente credeva in un dio, perché così gli avevano insegnato da bambino. Questo non gli impediva però di avere profondo rispetto per le opinioni di chiunque e di meritare a sua volta il rispetto di tutti. L’hospice in cui venne trasferito era una struttura religiosa e due volte al giorno trasmetteva la funzione in filodiffusione. Ricordo che la suora che ci accolse spiegò, devo dire con grande tatto, le regole della casa e informò papà degli orari della messa e della possibilità di seguirla anche dal letto attraverso la radio. Lei si senta comunque libero: eventualmente basta schiacciare questo pulsante. Io rimasi in disparte e non dissi nulla. Quel pomeriggio, quando il prete iniziò il rito, stavamo parlando. Papà mi guardò negli occhi per qualche secondo, poi distolse lo sguardo e si zittì. La radio rimase accesa e insieme ascoltammo la parola del Signore.

Papà aveva deciso di ascoltare la messa ed io non solo ho rispettato in silenzio la sua volontà, ma mi ha fatto piacere condividere con lui quella dimensione. In un altro momento l’avrei bonariamente preso in giro, anche da malato. Invece in quella stanza, per quella mezzora, ho vissuto un momento di intimità con mio padre talmente intenso, che qualsiasi commento sarebbe stato fuori luogo. Non abbiamo mai affrontato l’argomento. Per pudore, credo. Quando era sveglio seguiva quasi sempre la funzione. A volte vedevo che pregava. I giorni in cui la morfina lo faceva dormire lasciavo comunque la radio accesa. Ascoltavo io per lui. Un pomeriggio sono arrivato all’hospice un po’ in ritardo. Di solito mi annunciavo dal corridoio, o appena sulla soglia, con una  battuta, un coro da stadio, qualsiasi cosa pensavo potesse portare il buon umore in quella stanza. Quel giorno ricordo che non dissi nulla. Ho visto mio padre, che non aveva quasi più forza nelle braccia, farsi il segno della croce. Son tornato sui miei passi, senza farmi sentire. Ho aspettato cinque minuti, ho respirato a fondo e poi sono entrato in stanza, come facevo sempre.
Oggi mio papà avrebbe compiuto 83 anni.

sabato 10 giugno 2017

Non si arresta Zorro


Nooo. Cuccureddu agli arresti domiciliari. Antonello Cuccureddu. Una delle mie figu preferite. Ma non esiste. Non mi interessa nemmeno cosa ha fatto. Un reato del cazzo, peraltro. Ma comunque non è questo. E’ l’enormità della cosa. A parte che se uno si chiama Cuccureddu devi solo ammirarlo. Senti come suona bene Cu-ccu-re-ddu. Come fai? Bussi alla porta di casa sua e dici: E’ lei il signor Antonello Cuccureddu?. Anzi no. Chi ha bussato stamattina avrà senz’altro detto: è lei Cuccureddu Antonello? Ancora meglio, perché  ha risparmiato tempo. Appena pronunciato quel nome, Cuccureddu, una persona normale, anche un carabiniere, per dire, non avrebbe potuto continuare. Soprattutto non avrebbe potuto dire: lei è in arresto. Hai davanti Antonello Cuccureddu. Ti rendi conto? Antonello Cu-ccu-re-ddu. Quello di Zoff. Cuccureddu, Cabrini, Bonini, Gentile, Scirea….Un pezzo di storia della Juve e della Nazionale. Ha vinto 6 scudetti (vado a memoria). Ha segnato il gol decisivo per quello del ’73 grazie al quale la Juve ha scavalcato il Milan all’ultima giornata. Cosa vuoi di più dalla vita? Forse sorpassare l’Inter, con un rigore inesistente al 95° o un gol in fuorigioco di 2 metri. Ma non si può avere tutto dalla vita. In ogni caso, già questo, a te, carabiniere, avrebbe dovuto farti pentire di essere lì e di essere nato. Si va ad arrestare Zorro? No che no si arresta Zorro. E soprattutto non si stacca così una figurina dall’album Panini. Antonello Cuccureddu arrestato. Ma dai... Vergogna. Io sto con Cuccureddu.  

lunedì 22 maggio 2017

Uomini

L'avevo già visto altre volte in stazione. Un omino vestito dignitosamente, un po' in disparte rispetto agli altri disperati che di solito condividono le loro solitudini. Ricordo che gli avevo anche offerto un panino. Son due giorni che non mangio. E io a chi mi dice che ha fame non so resistere. È la mia debolezza. Stamattina ero intento a scrivere un messaggio in attesa del treno e mi sono accorto della sua presenza solo nel momento in cui mi ha detto buongiorno. Buongiorno. Posso? Certo. Non è che potrebbe pagarmi un panino, non mangio da ieri.  Quegli occhi tristi me li ricordavo. Stavolta a colpirmi è stata la bontà di quegli occhi. Gli ho dato le monete che avevo in tasca, sufficienti per il panino. Ha sorriso. Mi ha chiesto dove andavo di bello. A Milano. Beh allora non va molto lontano. Vado per lavoro, ho sorriso a mia volta. Io il lavoro non ce l'ho. Sono uscito dal carcere, nessuno mi da più una mano. Ma vado avanti. Cosa vuole che faccia? Di sicuro non rubo. In carcere non ci voglio tornare. Chiedo un panino, sempre con gentilezza, come a lei. Sono rimasto ad ascoltarlo: non aveva un tono di rimprovero per come stava andando la sua vita. Aveva solo voglia di un contatto umano. Mi spiace solamente non poter aiutare le mie figlie. Sono all'Università, a Perugia. La più grande l'anno prossimo si laurea. È una bella soddisfazione, gli ho detto. Magari le sue figlie potranno aiutare lei presto. Dovrebbe essere il contrario. Però abbiamo un buon rapporto. Ci sentiamo. Le chiamo. Anche loro mi chiamano. Poi ha abbassato gli occhi. Coraggio. Grazie ancora, vado a mangiare il panino. 

mercoledì 12 aprile 2017

Commentatori 3.0, dal bar alla rete


Mio fratello (non di sangue) questa mattina ha postato sulla chat dei compagni di liceo il Buongiorno di Mattia Feltri dicendo: riflessione interessante. Quindi ha aggiunto: non fatevi fuorviare dal cognome… ha preso tutto dalla mamma. Sulla riflessione interessante concordo in pieno. Amaramente vera, peraltro. In ogni caso lascio giudicare a voi
Gli scambisti
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mattia feltri

Che due assistenti parlamentari dei Cinque Stelle si siano finti giornalisti per intervistare il direttore del Tg1, Mario Orfeo, non è per nulla stupefacente. Infatti è noto che i politici, non sapendo fare politica, provano a fare i giornalisti, che è anche molto più semplice. E spiegano ai giornalisti quali notizie debbano prevalere, quali siano state occultate, quali capisaldi deontologici siano stati infranti. Ma i giornalisti, che non sono più tanto bravi a fare i giornalisti, sono diventati bravissimi a fare i politici, e spiegano alla politica che leggi bisognerebbe varare per sistemare i conti pubblici, rendere le città sicure, fermare l’immigrazione e ripulire l’aria.  
Alcuni giornalisti allora diventano politici e non sanno assolutamente fare politica, ma a quel punto hanno doppia autorità sul giornalismo. E in questo caos, chi fa i giornali? I magistrati, almeno quelli non ancora entrati in politica, che più pragmatici non spiegano ai giornalisti come si fanno i giornali, li fanno direttamente decidendo quali inchieste vanno in pagina, con che risalto, con quali obiettivi. E così i giornalisti che non hanno la passione per la politica si sono messi a fare i magistrati, e ogni mattina si chiedono quale giunta possano sgominare, o quale ministro cogliere con le mani nel sacco. Nel tempo libero, poi, siccome non le fa nessuno, i magistrati fanno anche le leggi con le loro sentenze. Dunque i processi si fanno sui giornali, le leggi si fanno in tribunale e le notizie le danno un po’ tutti, di modo che non funziona niente. Ma ci si diverte un sacco

Una delle mie perversioni è leggere online i commenti dei lettori. Che si distinguono in diverse tipologie. Alcuni, di qualsiasi argomento si tratti, ti piantano dei pipponi da darsi fuoco. Altri dicono la loro, più o meno condivisibile: in ogni caso danno un contributo alla discussione. Altri ancora ci provano (a dire la loro, intendo), senza infamia e senza lode. Poi ci sono quelli che scrivono esattamente ciò che in quel preciso momento passa loro per la testa. Non c’entra nulla? Non è pertinente? Chissenefrega. Intanto io l’ho detto. Mi sembra di vederne anche la postura soddisfatta. Ai miei tempi questi tizi li trovavi al bar. Oggi si sono trasferiti in rete. Come i due di seguito, che commentano così l’articolo di Feltri.
lampokid

Hog a te  grande capo. Albatros stanco è felice nel leggere la tua  e felicissimo per la tua Juventus (ma ricordati che Kroujiolan non vede la finale, mi augoro di cuore che questa volta si sbagli e prenda una cantonata) , Un caro bacio sulla fronte a nuvoletta rosa, un abbraccio a te grande capo.  Hog ho scritto! 

Darkmind

Cassimatis …… è stato un errore tuonò Grillo dal blog ..ops  dal balcone di piazza Venezia. Inoltre   il padrone politico unico, riferimento culturale indiscusso, leader maximo , dopo aver proposto di ridimensionare i sindacati, pare che  cambierà anche il nome al Freccia rossa ……..si chiamerà  Littorina rossa.

 

 

venerdì 10 marzo 2017

Libri letti nel 2016

Condivido, anche se un po' in ritardo, i titoli letti lo scorso anno. Chi ha la bontà di seguirmi ritroverà i soliti autori, Camilleri, la Gimenez Bartlet, Carlotto, Malvadi, Manzini, lo stesso Pulixi, che mostrano chiaramente la mia passione per il noir. La scoperta di quest'anno - e  confesso preventivamente la vergogna per averlo fatto solo ora - non riguarda però il genere giallo. Irène Némirovsky (Kiev, 11 febbraio 1903 – Auschwitz, 17 agosto 1942) è stata una scrittrice francese, ucraina di nascita, di religione ebraica, convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939. Arrestata dai nazisti, fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. Fortunatamente la sua produzione si è miracolosamente salvata e nel 2005 Adelphi ha iniziato a pubblicare i manoscritti. L’intensità, la profondità e la forza anche visiva della sua scrittura sono talmente coinvolgenti da commuovere. Suite francese è un autentico capolavoro e andrebbe letto almeno una volta nella vita.


Libri letti 2016


Gennaio
Gianluca Morozzi - Lo specchio nero
Hans Tuzzi - Un posto sbagliato per morire
Alicia Gimenez Bartlet - Sei casi per Petra Delicado
Paolo Nori - Manuale pratico di giornalismo disinformato


Febbraio
Andrea Vitali - Olive comprese
Giovanni Floris - La prima regola degli Shardana
Piergiorgio Pulixi - Per sempre
Antonio Manzini - Cinque indagini romane per Rocco Schiavone


Marzo
Irene Nemirovsky- Come le mosche d'autunno
Grazia Verasani - Senza ragione apparente
Gianrico Carofiglio - Passeggeri notturni
Alessandro Robecchi - Di rabbia e di vento


Aprile
Diego de Silva - Terapia di coppia per amanti
Marco Malvaldi - La battaglia navale
Georges Simenon - La camera azzurra


Maggio
Alicia Gimenez-Bartlett - Uomini nudi
Julian Barnes - Il senso della fine


Luglio
Antonio Manzini - 7-7-2007
Lodovico Festa - La provvidenza rossa
Piergiorgio Pulixi - Prima di dirti addio
Irene Nemirovsky - I cani e i lupi
Andrea Camilleri - L'altro capo del filo


Agosto
Alessia Gazzola - Non è la fine del mondo


Settembre
Massimo Carlotto - Il Turista


Ottobre
Alessia Gazzola - Un po' di follia in primavera
Davide Longo - Il mangiatore dì pietre
Alessandro Piperno - Dove la storia finisce
Giorgio Fontana - Un solo paradiso


Novembre
Massimo Tedeschi - Carta Rossa
Gianluca Morozzi - L'uomo liscio


Dicembre
Flavia Perina - Le lupe
Antonio Manzini - Orfani bianchi
Arto Paasilinna - Professione Angelo Custode
Suite francese - Irene Nemirovsky


 

martedì 7 marzo 2017

Le piccole cose fanno la differenza


E poi ci sono le piccole cose, quelle che fanno la differenza. Che sostanziano ciò di cui si è perso il significato: l’etica, i valori, il senso civile dello stare al mondo. Sabato mattina. Piove. Sono fermo ad un semaforo di una strada a 4 corsie che esce dalla città. A 50 metri di fronte a me, sul lato opposto c’è un bus in sosta alla fermata. Il tempo del verde e quello è sempre fermo. Riparto e vedo che una ragazza con un piccolo in braccio, avvolto da un asciugamano bianco, arranca a fatica proprio verso il bus. Seguo la scena dalla specchietto e la vedo salire. Occhio e croce l’autista l’ha aspettata due minuti. Non era scontato. Per questo ha ancora più valore.