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lunedì 30 maggio 2016

Proud


La vita, le scelte, che siano intellettuali o molto più banalmente logistiche - basta per esempio vivere in un’altra città - cambiano i rapporti. La quotidianità, che è fatta di contatti anche fisici, di affetto e di scontro, finisce per annacquarsi  in incontri periodici o risolversi in telefonate quasi di cortesia: ciao come stai, cosa hai fatto oggi, hai mangiato, sei andato dal medico. Non so se sia giusto, e se sia giusto chiederselo. A volte è la vita, con tutti i suoi annessi e connessi, a chiederti conto e puoi ritenerti già fortunato se riesci a seguirne il corso che ti sei scelto. L’importante, in fondo, è che tutti stiano bene. Certo la lontananza fa perdere tanti aspetti, tanti piccoli gesti, che se non stupiscono quando a posteriori te li raccontano, perché rientrano nel carattere, nel modo di stare al mondo di una persona, nondimeno stringono il cuore, addolciscono il ricordo, danno il senso di un’appartenenza, ideale e di valori. Mia sorella ed io non abbiamo avuto figli e i miei genitori hanno finito per fare i nonni di tutti i bambini del condominio, bambini extracomunitari peraltro ( poi spiego il senso dell’avverbio), perché la crisi dell’industria tessile sulla quale si reggeva l’economia del paese, aveva finito per far emigrare tante famiglie, accogliendo negli appartamenti liberi i rifugiati delle guerre nell’ex jugoslavia e in albania. Il peraltro è riferito al fatto che mi son sempre chiesto (e  lo stesso faceva anche mio padre) come questi bambini, e i loro genitori, riuscissero a interloquire con mia madre, che parla quasi esclusivamente dialetto. Ma forse la risposta è molto più semplice di quanto si possa pensare: la comprensione viaggia su canali dove la verbalizzazione è una delle possibilità e in alcuni casi nemmeno la più importante o la prioritaria. Resta il fatto che questi bambini, e queste donne, hanno imparato i rudimenti dell’italiano, lingua non certo facile, dialogando con mia madre. E questo ha del miracoloso. Che i miei si fossero mostrati solidali con queste persone non mi ha stupito, come dice Alda Merini, “… l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. Il piatto di minestra, la verdura dell’orto, la legna per la stufa, i vestitini per i bambini e i regali a Natale o a Santa Lucia. Non sapevo però, me l’ha raccontato proprio mia mamma poco tempo fa,  che mio padre per un periodo si è alzato alle 4 del mattino per accompagnare due ragazzi kossovari che avevano trovato lavoro in un cantiere a 20 chilometri. Non avevano l’auto e papà pensava che quel posto fosse un’opportunità che non potevano lasciarsi scappare, per mantenere la famiglia, per rialzare la testa, per rifarsi una vita in un paese lontano e non sempre solidale. E lui, papà, non ha esitato. Accettatelo quel lavoro, vi porto io al cantiere, almeno finché non trovate un’altra soluzione.

sabato 21 maggio 2016

Riccardo ed Ezetelia

Il soldato tedesco addetto alla stazione radiotrasmittente le dichiarò il suo amore, ma Ezetelia disse di no.  Del resto come avrebbe potuto sposare un nazista, lei che nascondeva i partigiani in casa e che aveva ancora negli occhi il carro con i corpi trucidati di altri partigiani passare per l'unica strada del paese? Alcuni anni dopo la fine della guerra Ezetelia sposò invece Riccardo, tornato miracolosamente dall'inferno di ghiaccio della Russia. Da allora sono sempre rimasti a vivere in provincia di Vicenza. Hanno avuto una bella vita Ezetelia e Riccardo. Lei casalinga, lui operaio in un lanificio fino alla pensione. Quattro figli e un buon numero di nipoti. D'accordo su tutto, meno che su una cosa. Ezetelia era sempre pronta a raccontare l'orrore della guerra, Riccardo no: da quando aveva rimesso piede in Patria non ne aveva più voluto sapere. L'unica a rompere questo muro di silenzio e dolore, una decina d'anni fa, è stata una nipote, insegnante di una scuola media. E Riccardo ha iniziato a parlare e i ragazzi ad ascoltare, imparare e commuoversi.  Alcune settimane fa Riccardo ed Ezetelia hanno festeggiato i 65 anni di amore e di matrimonio. A distanza di qualche giorno Riccardo è stato ricoverato in ospedale. Era lì quando Ezetelia è mancata. Nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo. Riccardo non sapeva, ma è morto il pomeriggio dello stesso giorno.
E' una piccola storia di provincia che ho letto stamattina su una vecchia copia di un settimanale e mi ha commosso. L'ho solo scritta con parole mie.

venerdì 20 maggio 2016

Marco, il disobbediente


Marco Pannella ha diviso molto, perché ha quasi sempre sollevato argomenti sensibili che mettevano in discussione il Truman show sceneggiato da chi deteneva il potere. Un disobbediente, come titola il Manifesto, con il quale personalmente non sono sempre stato d’accordo ma a cui va dato il merito di aver promosso battaglie dirimenti e guidato trasformazioni storiche di questa società. Mi piace ricordarlo con le parole che Luciana Castellina ha utilizzato per salutarlo nell’ultima parte del suo pezzo di oggi



(…) una vita assieme e però mai d’accordo. Eppure mai nemici davvero, anzi, umanamente amici: con Emma in particolare, ma anche con l’impossibile Marco.

Io gli ho voluto bene, e credo anche lui me ne volesse. Eravamo sempre contenti quando ci capitava di incontrarci.

Riconosco i suoi meriti per aver reso popolari, di pubblico dominio, problemi su cui nessuna forza politica si è mai impegnata a sufficienza, la questione carceraria innanzitutto.

La sua onestà e la sua cocciuta ostinazione nelle battaglie a favore di cause sacrosante sono una ricchezza politica del nostro tempo.

Se abbiamo molto litigato è perché ci ha diviso una cultura politica che per ognuno di noi era irrinunciabile e l’una dall’altra per molti aspetti distante, ma mai tanto da non vederci, alla fin fine, dalla stessa parte della società. Diversa, per via di una visione della democrazia: come libertà individuale assoluta per lui, il primato del “noi” sull'”io”per me.

Ma santiddio: si è trattato sempre di un confronto politico serio; ed è per questo che ora che è scomparso provo non solo dolore personale, ma anche tristezza politica: per la nostalgia di un tempo in cui noi quasi novantenni abbiamo vissuto, che è stato un tempo bellissimo, perché bellissima è la politica. Quando è veramente politica. Lo è quando ognuno avverte il dovere, la responsabilità, di impegnarsi a rendere il mondo migliore.

Marco Pannella va ricordato per questo; ed è molto.