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giovedì 28 aprile 2016

Ci chiamavamo compagni

Il 28 aprile 1971 usciva in edicola Il Manifesto. Per celebrare questi 45 anni copio il primo editoriale di Luigi Pintor che spiega perché allora aveva senso un quotidiano comunista, come veniva rimarcato fieramente in testata. La prosa oggi può fare un po' sorridere, un po' meno l'analisi politica di un mondo che è sicuramente cambiato in superficie, ma che ha mantenuto se non allargato le diseguaglianze, mettendo all’angolo la speranza e pregiudicando il futuro.
L’ultimo articolo di Pintor si chiudeva invece così: “Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un'altra parola antica che andrebbe anch'essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un'organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un'area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste”,
Luigi Pintor morirà poco dopo, il 17 maggio 2003. Sono passati 13 anni da allora. Siamo ancora fermi lì.


Un giornale comunista


Luigi Pintor

28 aprile 1971
Molti ci hanno domandato in queste settimane a volte con simpatia, altre volte con astio: ma perché fate un giornale quotidiano? Come pensate di riuscirci? E a che cosa potrà servire?
Una nostra risposta a queste domande, ormai, sarebbe inutile e pedante. Una risposta seria potrà venire solo dalla vita stessa di queste quattro pagine, che da oggi non sono più un’idea ma una realtà esposta al giudizio di tutti.
Ma le intenzioni che ci hanno mosso, ad ogni modo, non sono un mistero.
Sono le stesse intenzioni che ci hanno spinto, trenta anni fa, a rompere con la tradizione borghese che ci aveva regalato il fascismo e la guerra. Sono le stesse che ci hanno animato nella lunga milizia nel partito e nella stampa comunista per la rivoluzione italiana.
Sono le stesse che ci hanno fatto vedere nella ribellione operaia e studentesca di questi anni una nuova occasione storica per l’avanzata del comunismo.
C’è chi ama la società in cui viviamo perché è al decimo posto nella produzione industriale mondiale.
Per noi, è una società impastata di sfruttamento e di diseguaglianza, di cui sono vittime milioni di operai di fabbrica, le popolazioni meridionali prive di speranza, le giovani generazioni senza avvenire.
C’è chi giudica democratico lo stato che abbiamo, solo perché non è fascista e non ha cancellato le libertà formali.
Per noi, è uno stato fondato su leggi e strutture repressive dove polizia e istituzioni, scuola e cultura ufficiale, forze politiche e maggioranze al potere, sono modellate per colpire o ingannare gli sfruttati e gli esclusi.
O ancora c’è chi vive a suo agio nel mondo contemporaneo, giudicandolo passabilmente pacifico.
Per noi è invece un mondo odiosamente segnato dal genocidio imperialista, che solo un rilancio del processo rivoluzionario mondiale può mutare.
Se dunque questo giornale dovesse soltanto servire a una protesta, a una battaglia ideale contro l’ordine di cose esistente, già questa non sarebbe una fatica sprecata. In fondo la stampa operaia ha sempre avuto prima di tutto questa funzione: di stabilire una linea di demarcazione, con animo che Gramsci chiamava partigiano, tra chi è contro l’ordine costituito e chi in esso si adagia.
Ma questo non potrebbe bastare.
Il quadro politico che abbiamo oggi di fronte esige molto più di un rifiuto.
E’ aperta nel nostro paese una partita dal cui esito può dipendere la sorte del movimento operaio per un intero periodo storico. Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo, ora, questo giornale.
Tutti ci accorgiamo, ogni giorno, di nuovi pericoli incombenti, di cui la ripresa del teppismo fascista è solo un sintomo. Padroni e governo Agnelli e Colombo, democristiani e presunti socialisti, moltiplicano gli sforzi per chiudere in gabbia il movimento delle masse, intrecciando repressione ed elemosine.
L’imperialismo americano regola il nostro destino, secondo le leggi della divisione del mondo in sfere di influenza.
Il quadro europeo che ci sta attorno è oscurato, come mai nel dopoguerra, dall’involuzione delle società dell’est e dall’azione controrivoluzionaria dei gruppi che vi esercitano il potere.
E sulle grandi organizzazioni del movimento operaio pesa l’antica illusione del riformismo, l’illusione maledetta che cinquant’anni fa condusse a una tragica sconfitta.
Ma anche ci accorgiamo ogni giorno delle grandi possibilità di riscossa esistenti.
Si è da poco celebrata la ricorrenza di una gloriosa insurrezione armata che non ebbe solo una ispirazione antifascista, ma un’ispirazione anticapitalista e rivoluzionaria che ha formato la nostra generazione ed è tuttora viva nella coscienza di grandi masse.
Abbiamo alle spalle un decennio straordinario di offensiva operaia e di rivolta giovanile, che ha dimostrato come le fortezze dell’occidente possono essere prese d’assalto e scosse nelle fondamenta. Ancora oggi duecentomila operai del più grande complesso produttivo nazionale riscendono in lotta contro il vero nemico, contro l’organizzazione capitalistica del lavoro e del consumo. Su scala mondiale, lo scontro di classe non cede il passo né alla ferocia della guerra imperialista né alle insidie della diplomazia delle grandi potenze, e anzi ritrova nuovo alimento nella crescita della rivoluzione cinese.
In questa situazione, noi pensiamo che l’orientamento delle grandi organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia, e per un altro verso i limiti e le divisioni dei gruppi della sinistra, non ridanno la forza necessaria a una prospettiva socialista, e neppure lasciano sperare in un esito vittorioso dello scontro in atto.
Siamo convinti che c’è bisogno e urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra di classe, di un nuovo orientamento strategico complessivo.
Pensiamo che solo per questa via sarà possibile mettere a frutto il patrimonio che le esperienze del passato e del presente hanno accumulato. Perciò ci siamo costituiti in gruppo politico, perciò vogliamo dar vita – con tutte le forze disponibili ma anche con le sole nostre forze – a un movimento politico organizzato come tappa di un processo più generale.
Questo è il nostro programma, e non ci sfiora l’idea che un foglio stampato possa supplire a questo lavoro di costruzione politica.
Ma se questo giornale potrà favorire e accelerare un tale lavoro, offrire uno strumento di conoscenza, di intervento, di mobilitazione, segnare una presenza e stabilire un punto fermo già in questa fase cruciale dello scontro di classe, allora la sua ragione d’essere e la sua verità saranno chiare.
Questo è tutto.
Ed è qualcosa che appare a noi così essenziale che nessun limite, nessun ostacolo e nessun rischio ci è sembrato proibitivo.
Perciò usciamo con solo quattro pagine, senza null’altro che un notiziario politico, senza abbellimenti o manipolazioni, nella persuasione che uno sforzo di semplicità e di chiarezza può valere più di tutto il resto.
Perciò usciamo senza altro denaro che quello che ci è venuto e ci verrà dai compagni e dai lettori, dai quali interamente dipende la vita o la morte di questa impresa.
Perciò ci accontentiamo di forze limitate e inesperte, ma fino in fondo disinteressate e impegnate, scontando difetti e lacune certe.
In fin dei conti, non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo: a una passione militante: a ciò che molti chiamano utopia estremismo e noi fiducia nelle masse e tranquilla coscienza: al sostegno di chiunque riconoscerà in queste pagine un impegno comunista e questo impegno vorrà condividere.

venerdì 15 aprile 2016

Nello

Si chiamava Conelio, ma per tutti era Nello. Era un omone alto e grosso che fino alla fine prematura dei suoi giorni è stato considerato il matto del paese. O uno dei matti, perché di gente stravagante che viveva lì ce n’era parecchia. Comunque. Quando l’ho conosciuto io Nello poteva avere sì e no 40 anni, viveva con i genitori già anziani e passava il suo tempo camminando su è giù per l’allora statale che tagliava in due l’abitato o lungo le vie interne. Mai sul marciapiede, sempre sul ciglio della strada. Ogni tanto si fermava a guardare noi ragazzi giocare a calcio, senza mai dire nulla. Quindi riprendeva la sua marcia, strofinandosi le grandi mani. All’inizio devo dire che Nello un po’ di timore lo incuteva, poi è diventato una presenza normale. Certo noi ragazzi un po’ si rideva, ma mai con cattiveria. Cornelio, l’ho scoperto poi da adulto, era un ragazzo normale, almeno fino al ginnasio, dopodiché è probabilmente caduto in depressione: ha avuto un esaurimento nervoso, come si diceva allora. Ed è diventato Nello, con le sue stranezze, nella sua solitudine. Nel corso degli anni non ha mai modificato di molto le sue abitudini. Al mattino andava a comprare il pane, o meglio: entrava dal panettiere che nel frattempo gli aveva già preparato il sacchetto e lo ritirava, senza fare alcuna coda. Poi macinava chilometri. Lo potevi trovare ovunque. Mio padre, che difetti ne aveva ma non raccontava balle, mi disse un giorno di averlo visto alla periferia di Brescia che risaliva la strada e di essersi fermato per offrirgli un passaggio in auto. Nonostante l’insistenza Nello aveva declinato l’invito. Faccio due passi. Da  Brescia il nostro paese dista 60 chilometri.

All’epoca il punto di ritrovo degli amici di sempre, studenti sfaccendati come il sottoscritto o lavoratori come nella maggioranza, era il bar del  centro sportivo. Pierangelo era vicino di casa di Nello e quell’uomo sempre solo e silenzioso lo incuriosiva. Quando, soprattutto d’estate, arrivava al centro e noi si era lì sotto l’ombrellone a rinfrescarci e a discutere di calcio, di tennis, o di fighe, argomenti di cui avevamo, chi più chi meno, una libera docenza, Pierangelo lo invitava ad unirsi, gli chiedeva se voleva bere qualcosa. Ma nulla. Nello declinava gentilmente, faceva il solito giro e ripartiva per nessuna meta. Ad un certo punto l’abbiamo visto fumare. Un fumo compulsivo: una sigaretta via l’altra, dalla mattina alla sera, la causa poi della sua morte a nemmeno 60 anni.  Un giorno avvenne l’inimmaginabile. Non l’avevamo nemmeno visto arrivare, impegnati com’eravamo nella nostra prolusione giornaliera di schemi, tattica e, logicamente, fighe: Pierangelo, hai una sigaretta. Silenzio. 5,4,3,2,1. Ha parlato. Certo. Eccoti. Anzi, tieni il pacchetto, tanto ne ho un altro. E mi offriresti anche un caffettino? Un caffè per Nello. Da quel giorno la sigaretta e il caffè a Nello sono diventati un rito. Non si è però mai seduto con noi. All’inizio accettava l’offerta solo da Pierangelo, ben presto la necessità della nicotina l’avrebbe costretto a chiedere anche ad altri. In caso di rifiuto, e mi stringeva il cuore quelle volte che mi capitava di assistere, non insisteva: semplicemente si girava e se ne andava.

Nello è stata la prima persona ad entrare nella nuova biblioteca che io e altri due amici avevamo riorganizzato e riaperto in paese. Non so come avesse fatto o scoprirlo, perché non c’era insegna, non era stata fatta alcuna pubblicità se non un passaparola, non c’era stata inaugurazione, l'ingresso non era sulla via principale. Alle 15 di un giorno qualsiasi ho riaperto la porta dopo un lavoro certosino di ricatalogazione e alle 15.05 il primo, ed unico, ad entrare quel giorno è stato Nello. Ha osservato uno per uno gli scaffali dell’unica stanza, ha preso un libro e, dandomi le spalle, ha iniziato a leggerlo. Ho lasciato passare qualche minuto. Se lo vuoi leggere con calma lo puoi portare a casa. Quello o un altro, come vuoi, sono qui per quello. Nello, senza nemmeno guardarmi, mi ha detto una cosa che a distanza di anni mi commuove ancora: anch’io posso prenderlo? Anch'io posso prenderlo. Certo. Anzi sei il primo della nuova gestione e per me è un onore. Non gli ho fatto compilare la scheda, perché sono sicuro che avrebbe rimesso il libro a posto. L’ho fatto io. Questo rimane uno dei ricordi più belli che ho del mio paese.