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giovedì 17 dicembre 2015

Radici

Lo scrive Filippo Facci su Libero e io condivido, pur condividendo poco di quello che pensa in genere Facci e assolutamente nulla della linea editoriale di Libero.




(…) Le radici cristiane, a mio dire, non c’entrano nulla, perché le mie radici, per dire, non le sento cristiane manco per niente e, nel mio caso, detesto tutte le religioni allo stesso modo: ma mi sono accorto che mi è molto più facile parlar male del Papa, e dei cattolici, che non di un milione e mezzo di islamici che vivono nella Penisola.

QUEL CHE VOGLIO DIRE

In premessa, dunque, considero questo il primo cedimento culturale, ma sul quale non voglio cedere: io voglio poter dire che (anche) la religione islamica non mi piace, non mi piace per niente, anzi, la giudico incivile anche quando moderata e più che mai slegata a qualsiasi remotissima ombra di terrorismo. È un’opinione: poi non leggetemi, non pubblicatemi, non so. Ma so che il modus islamico non piace a moltissimi di noi che pure lo rispettano perché sono – siamo – democratici, come l’islamismo di sua natura non è.
Tutto il resto viene dopo, e non m’importa nulla se gli islamici usano importare in Occidente anche un tasso di permalosità sconosciuto alla nostra cultura: si adeguino oppure si adeguino. Non voglio leggere che una gita scolastica è stata annullata perché prevedeva la visita a un Cristo dipinto da Chagall: voglio che gli insegnanti responsabili vengano sanzionati, o, addirittura, come ha scritto Claudio Magris sempre sul Corriere, licenziati. Non voglio che la scuola pubblica elimini dai testi scolastici le parole «maiale» e «carne di maiale» (più tutti i derivati) per non offendere musulmani ed ebrei: perché il mio Paese non è musulmano, non è ebreo, non è neppure propriamente cristiano: è laico, Costituzione alla mano, e i credo religiosi sono affari privati, dovrebbero esserlo. Non voglio leggere che dei capi di Stato – francesi, italiani, europei – eliminano il vino da tavola nei convivi diplomatici: il vino basta non berlo, mentre, se sono nel mio Paese, voglio poterlo bere anziché accondiscendere al galateo di teocrazie dove le condanne e violazioni dei diritti umani sono la norma: so bene che è un fatto di educazione, ma i compromessi cominciano dal vino, e io di compromessi, con chi impicca le adultere e i dissenzienti, vorrei non farne troppi. Non voglio leggere che il nuovo direttore di Charlie Hebdo ha annunciato che non pubblicherà più vignette su Maometto. Non voglio dover stare attento a come parlo più di quanto farei con un altro cittadino del mio Paese. Non voglio rinunciare a circolare in certe zone milanesi dove la gente prega per strada, e dove ogni tanto riecheggia il muezzin: esattamente come voglio poter dire e scrivere – così è – che non gradisco il giubileo papale soprattutto se è anche a spese mie. (…)

mercoledì 16 dicembre 2015

Santa Lucia

A volte la capacità di sintesi e l'arguzia dei bambini sono disarmanti. Mi racconta un collega pendolare che, a causa del recente cambio di residenza, i suoi figli, 4 e 7 anni, hanno scoperto nella nuova scuola l’esistenza della tradizione di Santa Lucia. O per meglio dire che nella notte tra il 12 e il 13 dicembre la Santa porta i doni a tutti i bambini. Come sa chi abita nel Lombardo Veneto, il rito vuole che per avere quello che desiderano, i bambini devono scrivere per tempo una letterina alla Santa. Bene. L’incipit della letterina dei figli del collega secondo me è geniale: “Cara Santa Lucia, noi adesso abitiamo qui…”.

giovedì 26 novembre 2015

Culi, pedate e Anno Santo

Questa mattina noi intellettuali organici del treno stavamo discutendo di giubileo, argomento introdotto lateralmente da me, reduce da un impegno di lavoro a Roma e avendo condiviso con i miei sodali pendolari la presenza massiccia nella capitale di esercito, polizia e carabinieri in strada e a protezione di palazzi e monumenti. Commentando la decisione del Santo Padre di mantenere comunque l’istituzione dell’Anno Santo nonostante i pericoli e bla bla bla, uno dei miei amici ha fatto ricorso ad un modo di dire in dialetto bresciano, che non conoscevo ma che rende bene l’idea. La traduzione italiana è: anche lui (riferito al Pontefice) se le va a cercare. In lingua bresciana suona: Anche lù el va a miti ‘l cùl ‘ndoche ghè le pesade. Anche lui (il Papa) va a mettere il culo dove ci sono le pedate. Non fa una piega.

lunedì 2 novembre 2015

Il Sangue dei vinti

Sai papà cosa penso? Penso che tutte le guerre facciano schifo, perché sono la negazione della ragione. E che le guerre civili lo facciano, se possibile, ancora di più. Detto questo non è vero che i morti sono tutti uguali, solo perché qualcuno ha deciso di riscrivere la storia. Certo gli eccessi, tutti gli eccessi che sono venuti dopo, vanno condannati, ma è facile dirlo oggi, a 60 anni di distanza: bisognerebbe aver vissuto la paura, i lutti, le umiliazioni. La passione per i libri è stata una delle cose che ci ha tenuto legati negli anni, anche nei periodi più difficili. Da quando era in pensione mio padre leggeva tantissimo, soprattutto saggi e soprattutto di notte. E gli piaceva parlarne, discuterne di queste sue letture: Bocca, Biagi, Montanelli, Pansa, il preferito. “Il Sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa l’aveva turbato. Leggilo, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Il mio parere te lo dico dopo, ci devo un po’ riflettere. Ricordo di averlo aperto per la prima volta pochi giorni prima che la malattia entrasse a scandire le ore e i giorni della sua e della nostra esistenza. Poi Il Sangue dei vinti è rimasto lì, nella libreria. Non volevo arrivare all’ultima pagina. Non è bastato. Ho impiegato tre anni prima di avere il coraggio di ricominciare da capo.

Domani, 3 novembre, sono dieci anni che mio papà non c’è più. Non so dire cosa mi manchi maggiormente. Forse il tempo. Quello che non son stato capace di prendermi e quello che ci è stato rubato troppo presto.

martedì 29 settembre 2015

Mia bu du

Le regole delle biglie, o per meglio dire le intenzioni di gioco, venivano declinate rigorosamente in dialetto. Mia bu du era quella che mi piaceva di più. Non tanto per il significato in sé. Per il suono. Mia bu du significava in sostanza che al giocatore in quel momento chiamato a fare la propria mossa, veniva negata la possibilità, in caso fortuito di colpo multiplo sulle biglie in campo, di vincere e raccogliere tutto. La vincita doveva limitarsi alla sola prima biglia impattata. L’abilità nel gioco non consisteva soltanto nella mira e nella capacità quindi di ciccare le biglie degli avversari, ma nell’urlare, prima degli altri, la regola (o più regole, ancora meglio) per poter fare o per impedire una o più giocate. Il prefisso Mia era per così dire la negazione: mia, nel nostro dialetto, sta per non. Mia bu, letteralmente sta per “non buono” nel senso di incapace. In senso lato: ti nego la possibilità di. Le altre intenzioni di gioco erano, in ordine sparso: bu mos, con la variante mia, stava per: posso muovere, cioè posso tirare e tentare di ciccare la biglia più vicina. In caso di successo, la regola generale del gioco voleva che il fortunato avesse un’ulteriore possibilità di tiro, partendo dalla posizione conquistata colpendo la prima biglia e dirigendo lo sparo verso quella più vicina, oppure muoversi strategicamente in avvicinamento. Bu du l’abbiamo vista. Bu cicà ‘l tutto: mi arrogo il diritto di colpire qualsiasi ostacolo si trovi davanti alla biglia che ho mirato, e qualora questo ostacolo vada a incocciare a sua volta in questa biglia, sono in diritto di pretenderla come trofeo. Bu cicà ‘ndre e n’banda era fantastica, la più visionaria: vinco in qualsiasi modo colpisca la tua biglia, sia lateralmente (n’banda), sia, in caso, anche dietro (n’dre). Che di per sé è quasi impossibile, ma secondo me qui va notata la sottigliezza. Per evitare qualsiasi tipo di contestazione da parte tua, io ti dico da subito che qualsiasi parte della sfera colpisca, fosse pure anche la parte posteriore rispetto al mio punto di tiro, ho diritto di portarmela a casa. Una regola avantissima. Bu martelet non era molto applicata, perché richiedeva un’abilità di mira ancora maggiore e perché, per tacito consenso, non era ben vista. In pratica da posizione eretta dovevi colpire la biglia mirata. Di solito lo si faceva quando questa biglia era nascosta dietro un ostacolo e non era nelle immediata vicinanza da poter usufruire del bu cicà ‘l tutto. Bu portà scalina (o scaleta) era un tentativo di furbata che pagava nell’immediato ma isolava il giocatore per il resto della giornata, nel senso che nessuno poi voleva più giocare con lui. E in questo caso il branco era spietato: se ‘l giuga lu me giughe pieo’. Se gioca lui io non gioco più detto da uno dei leader era una condanna senza appello, perché il resto dei presenti si adeguava. In cosa consisteva, bu portà scalina o scaleta. Nell’avvicinarsi di una spanna con la propria biglia per colpire quella dell’avversario. In questi casi si scatenava la rissa e si arrivava anche alle mani. Io sono vissuto in un piccolo bronx, l’arte retorica non solo non faceva parte del nostro dna ma chi provava a metterla in pratica ne prendeva il doppio. Ogni tanto qualcuno provava ad introdurre altre regole estemporanee ma diciamo che quelle elencate sopra erano le principali. Il premio del gioco, l’ho accennato prima, era immediato e consisteva nel mettersi in tasca tutte le biglie colpite. Il giocatore o i giocatori perdenti avevano la possibilità di rientrare immediatamente con un’altra biglia, di ritirarsi, di riprendere in un momento successivo: le partite potevano durare ore, interi pomeriggi, con contendenti che andavano e venivano, giocatori che perdevano tutto, giocatori che a fine giornata si rifacevano parzialmente o totalmente, giocatori che si mettevano un limite di perdita e raggiunto il quale si ritiravano. Il gioco, per forza di cose, prevedeva un minimo di due giocatori, mentre non c’era un numero massimo. Claudio era forse il più bravo. Quando arrivava lui restavamo in pochi sul campo. La maggior parte rimetteva le biglie in tasca perché non voleva tornare a casa ripulito, o “pelato” come si diceva tra di noi: "el tà pelat", ti ha pelato.

(continua)

mercoledì 12 agosto 2015

Non connesso

In teoria tra genio e coglione c’è una pletora di possibili variabili di giudizio. Posto che esistano i geni. In una multinazionale no, il confine è molto labile, anche se le variabili rimangono alte, forse solo più indefinibili. L’ho già raccontato ma mi sembra calzante. All’esame da giornalista professionista al candidato Giuseppe Viola, detto Beppe (quello sì un genio), Enzo Biagi, uno dei commissari, chiese: secondo lei, nel variegato mondo della democrazia cristiana, Fanfani è da collocarsi nell’area di destra o di sinistra? Giuseppe Viola, detto Beppe, rispose: dipende dai giorni. Ecco, anche nel nostro caso, dipende dai giorni. Non è una questione di cordate, come si è propensi a credere. perché i cambi di poltrona in quel caso stanno un po’ nelle cose. Chi ha la responsabilità della gestione industriale e del futuro delle persone che lavorano alle sue dipendenze, ha il dovere, prima di tutto, di scegliersi il gruppo di comando che ritiene più competente e di cui si fida. Questo non necessariamente comporta la svalutazione professionale e umana di chi occupava in precedenza le stesse poltrone. Purtroppo, spesso, non è così. E Roberto Banzato, manager di una multinazionale, in Non connesso, il suo bell’esordio letterario, lo descrive fin troppo bene. Certo lo porta all’esasperazione, perché la vicenda che narra è un thriller e il plotter presuppone la presenza di morti ammazzati: in questo caso 4, dei quali almeno 1, l’ultimo, è ufficialmente il cattivo, Anche se in un consesso dove si distingue solo il bianco e il nero, il primo cadavere faccio fatica a collocarlo tra le vittime. Al di là della storia gialla, a mio giudizio ben costruita – tre cadaveri in azienda, prima il direttore delle risorse umane e successivamente uno dei direttori commerciali e un ex manager messo ai margini per le variabili di cui sopra, nascondono un’intricata vicenda di soldi e di potere - sono molto curati i raccordi, le storie d’amore del protagonista, le sue riflessioni sul mondo e sulla vita, soprattutto sull’onestà intellettuale, che dovrebbe essere l’unica linea guida e motore del tutto. Sicuramente i colleghi che leggeranno il libro cercheranno di dare un nome e un volto reale ai personaggi che Banzato descrive, perché alcune dinamiche, gli ambienti, l’utilizzo del linguaggio gergale, fanno parte di un quotidiano ben conosciuto. Nelle vuote sere d’inverno, o nelle pause caffè alla macchinetta, potrebbe diventare un divertente passatempo. Quello che mi sembra importante sottolineare è invece un esordio non banale, con una scrittura piacevole che forse necessita ancora di purgarsi da qualche ingenuità, ma che sa passare dal registro letterario a quello di genere, dosando al meglio gli ingredienti del racconto, suspense compresa, senza eccedere o strafare. Il finale, non scontato, ne è un’ulteriore prova.

giovedì 6 agosto 2015

Camille

Pierre Lemaitre chiude la trilogia dedicando il volume al suo protagonista, il comandante Camille Verhoeven. Dopo la scomparsa violenta della moglie Irene, che non è riuscito a salvare dalla follia del loro carnefice, il comandante si trova a fare i conti con la sua vita, con le regole della professione, con la perdita di altri affetti, inghiottiti dalle conseguenze di lacerazioni e di ferite troppo profonde da rimarginare. Eppure a Camille la vita sembrava aver riservato una nuova occasione: una giovane donna, Anne, bella, forse troppo, comparsa dal nulla: un nulla comprensibilmente e umanamente ignorato dall’uomo Camille, ma che avrebbe dovuto far riflettere il poliziotto. Una donna con la quale ricominciare? condividere? o semplicemente grazie alla quale non pensare. E quando la realtà gli bussa alla porta, Camille deve tornare a pensare da poliziotto, per salvare il salvabile. E per farlo chiede aiuto nientemeno che all’assassino di sua moglie, che in carcere ha intessuto una fitta trama di conoscenze e di scambi di favori. E anche qui, alla fine, come già in Alex, poco importa se la giustizia non coincide con la verità.

Anne Forestier sta entrando in una gioielleria in pieno centro a Parigi, quando improvvisamente fanno irruzione dei rapinatori che la picchiano selvaggiamente e la sfigurano. La donna riesce miracolosamente a sfuggire alla follia assassina e viene trasportata d'urgenza in ospedale. È l'unica testimone e ha visto in faccia il suo aggressore. Anne Forestier non è una donna qualunque: è l'amante di Camille Verhoeven. Sconvolto, il commissario si getta anima e corpo in questa nuova indagine che è per lui a tutti gli effetti una questione personale. La caccia al colpevole si fa sempre più drammatica soprattutto perché Anne è in pericolo: il rapinatore, uomo di rara ferocia, è deciso a trovarla e a ucciderla per non essere arrestato. Verhoeven capisce subito di chi si tratta, conosce bene le sue abitudini e le sue malefatte, ma di Anne ignora molte cose... Ciò che segue è un faccia a faccia drammatico tra i due, e Anne è la posta in gioco. Toccato profondamente nel suo intimo, Verhoeven diventa un uomo violento e implacabile, fino a sacrificare tutti i suoi principi. Ma la vera domanda, alla fine, è: in questa storia chi è in realtà il cacciatore e chi la preda?

mercoledì 5 agosto 2015

Il Cedegolo

Il Cedegolo era il nome con il quale gli autisti e i controllori, che all’epoca si chiamavano ancora bigliettai, identificavano il pullman che da Cedegolo, paese della media Vallecamonica, scendeva a Lovere, sul lago d’Iseo, raccogliendo gli studenti iscritti negli istituti superiori del capoluogo lacustre. Il Cedegolo passava dal mio di paese alle 7 e 20 e ripartiva dal porto di Lovere alle 13 e 30, mezzora dopo la fine delle lezioni. La prima cosa che ho imparato è che sul Cedegolo c’erano delle gerarchie. I primi posti alle spalle del conducente erano riservati a due stagionati studenti dell’Itis, gli unici peraltro a potergli parlare. In verità le loro erano discussioni, spesso accese, rigorosamente in dialetto. L’argomento era ininfluente, un po’ come al bar. Per tornare ai riservati, la bella del pullman, una biondina dell’artistico, aveva un sua collocazione nelle prime file. Gli altri random. Dal paese prima del mio, esauriti i posti a sedere, tutti in piedi per i successivi 20 chilometri. Ogni primo del mese faceva il viaggio con noi anche il signor Trotti, storico bigliettaio della linea, per distribuire gli abbonamenti. Se qualcuno dimenticava i soldi doveva subire, urbi et orbi, la ramanzina paternalistica del Trotti, che dava il la alle più varie reazioni: c’era chi rimaneva totalmente indifferente, chi si sarebbe scavato un buco per la vergogna, quorum ego, chi provava a ribattere mettendo sul tavolo della discussione argomenti come il prezzo eccessivo a fronte di un servizio non proprio impeccabile. In realtà i polemisti lo facevano solo per spirito goliardico, sapendo di scatenare l’aziendalismo del Trotti, che immancabilmente ci cascava. Discussioni che altrettanto immancabilmente finivano con un Trotti accalorato che sentenziava sul ‘buontempo’ che avevamo tutti noi studenti, mentre lui alla nostra età era già al lavoro e bla bla bla. Era un modo divertente per passare il tempo e non c’era nessuno sul Cedegolo che non gli volesse bene. Il Trotti alle 13.30 si posizionava invece all’entrata della porta posteriore del pullman a controllare gli abbonamenti e a ripetere le stesse scene se qualcuno se l’era dimenticato a casa. Anche in questo caso c’era chi fingeva apposta di non avere il tesserino o di non trovarlo, per dare la stura alle gag. La variante delle 13.30 era che il Trotti salisse e si mettesse a discutere con i due dei primi posti, compagni di classe di suo figlio, sull’opportunità degli scioperi, delle assemblee e dei consigli di classe. Qui i toni salivano di molto finché Trotti non decideva di dare a tutti dei lasarù. Non credo serva la traduzione. Sul Cedegolo sono nati e finiti degli amori, consolidate amicizie e man mano che passavano gli anni si scalava automaticamente la gerarchia del pullman. Ho bei ricordi del Cedegolo e ogni tanto rivedo con piacere alcune delle persone con cui ho condiviso 5 anni di viaggi. magari sul giornale, perché sono diventate amministratori locali di qualche comune, o perché è in programma una loro personale. Tutto questo per dire che oggi mi lasciano perplesso e amareggiato le scene che mi capita di vedere sui bus cittadini, la maleducazione gratuita di ragazzini trovati senza biglietto e la pazienza di controllori, che per età potrebbero essere i loro nonni, nel subire le contumelie e le sfide di questi teppisti in erba. Noi con Trotti giocavamo, però sapevamo dov’era il limite. E non perché lui rappresentava l’autorità. Perché conoscevamo il rispetto.



martedì 4 agosto 2015

Alex

Alex, secondo libro della trilogia di Pierre Lemaitre (Irene e Camille nell’ordine gli altri due titoli) è quello che mi ha convinto di più. Per la storia, il ritmo della scrittura, i continui cambi di ruolo della protagonista, che passa da vittima a carnefice e di nuovo a vittima, spiazzando il lettore e cambiandone i sentimenti: da un’affezione e una solidarietà umana per l’incubo nel quale viene inghiottita all’inizio del romanzo, al distacco e al disagio che prende nello scoprire che quella condizione disumana è la vendetta orchestrata da un padre per l’uccisione premeditata e aberrante del figlio. Ma Pierre Lemaitre a questo punto rovescia di nuovo la prospettiva, dando un senso lontano e famigliare al male di Alex, e in un certo qual modo una giustificazione anche al lettore per l’imbarazzo di provare comunque attrazione verso questa donna. La cui lucida follia viene portata alle estreme conseguenze, solo però dopo essere riuscita ad architettare la sua vendetta: una vendetta che si ammanta di giustizia. Perlomeno è quello che Lameitre fa dire alla fine al comandante Camille, che più o meno suona così: non è necessario scoprire la verità, l'importante è fare giustizia. Nel caso specifico sono assolutamente d’accordo, la realtà è un po’ più complicata, anche se a volte…

Molto in breve, per non togliere la bellezza della lettura. Mentre cammina per le strade di Parigi, Alex, una giovane donna di trent'anni, viene seguita da uno sconosciuto, che la aggredisce. la picchia selvaggiamente, la carica su un furgone facendo perdere le sue tracce. Portata in un magazzino abbandonato, la ragazza viene rinchiusa in una gabbia di legno appesa a due metri da terra. Per lei non c'è via d'uscita: non sa dove si trova, né cosa voglia quell'uomo che non le rivolge mai la parola. I giorni passano tra mille sofferenze. Piegata dentro quella gabbia che non le permette il minimo movimento, in quel luogo umido e buio, Alex sente che il suo destino è segnato e che nessuno verrà a soccorrerla. Ha una sola certezza: il suo rapitore vuole vederla morire. Ma chi è il sequestratore? Perché ha architettato tutto questo? E, soprattutto, chi è davvero Alex? Quando l'aguzzino viene finalmente identificato e la polizia fa irruzione nel luogo del sequestro, la gabbia è vuota. E la ragazza si è volatilizzata...

sabato 1 agosto 2015

Svizzeri

A parte Roger Federer, nativo di Basilea, che il Maestro Gianni Clerici, al quale mi inchino, ritiene il più grande tennista di tutti i tempi, non mi sovviene alcuno svizzero dotato di qualche genio. Per la verità, Federer, al padre cantonale somma una madre sudafricana e questo probabilmente un po’ di differenza la fa. Non è razzismo il mio, è una constatazione, pronto a chiedere venia e cambiare idea di fronte a prove contrarie. Ieri, venerdì di pre ferie, mi sono concesso un’uscita straordinaria dal lavoro, in tempo per salire sul Venezia Ginevra delle 17.32. Il treno svizzero, lo chiamo, in dieci anni che lavoro a Verona l’avrò preso 5, forse 6 volte. A sufficienza però per ammirarne alcune caratteristiche estetiche e strutturali. Un design degno del miglior Giugiaro, una pulizia quasi imbarazzante non solo all’interno, che è da stereotipo, ma anche all’esterno, minchia, che quasi ti viene da toglierti le scarpe prima di salire e di chiedere scusa per la camicia stazzonata. Devo dire che la mia non è ammirazione: in realtà un po’ mi terrorizzano queste situazioni da laboratorio. In ogni caso è un viaggio confortevole anche se non ho mai avuto il piacere di provare i posti a sedere, tutti rigorosamente prenotati, ma lo spazio di disbrigo tra una carrozza e l’altra è sufficientemente ampio per potersi appoggiare e leggere: il treno svizzero non sbanda e non fa rumore. Pauraaa, direbbe il mister Conte nell'imitazione di Crozza. Ieri, dicevo, finalmente, aggiungo, lo svizzero mi è caduto. Ebbene sì, il treno perfetto ha una falla. Nei bagni di questi convogli straordinari è montato un sistema d’allarme in caso d’incendio, che molto più banalmente parte se qualche furbastro cerca di violare il divieto di fumo. E fin qui nulla che non rientri nelle perversioni svizzere. Cosa succede nella pratica e cosa è successo ieri. Il sistema che accerta la presenza di fumo aziona una sirena e contemporaneamente scarica sul reo (se non è veloce ad uscire) una quantità smisurata di acqua, che non avendo uno sfogo interno al minuscolo locale si espande nella carrozza attigua. Non solo, dopo qualche minuto parte anche una nebulizzazione profumata che invade la stessa carrozza costringendo gli occupanti a migrare altrove, bagagli compresi. E immaginatevi il casino in un treno già esaurito. Mentre assistevo alla scena mi figuravo l’inventore di questo congegno bullarsi con i vertici delle ferrovie svizzere e la fierezza di questi ultimi nell’installarlo sui loro treni. In particolare su quelli che viaggiano in Italia. Tutto molto bello? No, l’inventore rossocrociato non ha previsto un dispositivo che blocca il congegno una volta partito. Metti che sia un falso allarme. Finché tutta l’acqua non è fuoriuscita dai suoi alloggiamenti, e a Brescia continuava a scendere (il tutto è inizito che eravamo all’uscita di Verona Porta Nuova) non si può fare nulla. Geniale. Ora, il signore anziano che ha dato la stura a tutto ciò ha avuto la sfiga di non essere visto solo da me, che me ne sarei stato zitto, ma anche dalla bigliettaia, che in modo tanto gentile quanto fermo si è fatta consegnare la carta d'identità. Quello che mi ha fatto meditare sono state le reazioni delle persone. Fatta salva la colpa (grave? non so...) del reo, è andata in scena tutta la commedia dell’arte. Spettatori paganti i giapponesi, che non hanno capito un cazzo di quello che stava succedendo ma ridevano giapponesicamente contenti. L’ipotetico colpevole, impassibile di fianco a me, sconosciuto dagli altri che non avevano assistito alle fasi iniziali della tragedia, si è sentito insultare, augurare un cancro ai polmoni e amenità varie, neanche fosse Goebbels. Un tizio, che si era coperto il volto con un fazzoletto ha spiegato che lui era alla scuola Diaz durante il G8 di Genova e che quell'esperienza gli era servita da lezione con tutti quei lacrimogeni che venivano lanciati. Qui però c’era acqua nebulizzata, ma fa nulla. Vai a sapere cosa passa nella testa delle persone. Che forti del branco e della vittima sacrificale si dicevano pronti alle peggiori fustigazioni, se solo lo avessero avuto tra le mani, ecc. ecc. Salvo poi, quando il capotreno è passato invitando il reo, sempre impassibile di fianco a me, a non allontanarsi, zittirsi tutti e far finta di nulla, telefonare, guardare altrove. Io non fumo. Devo ammettere che mi stanno anche un po’ sui coglioni quelli che tra una stazione e l’altra scendono a farsi tre tiri di sigaretta. Non voglio scomodare il Pasolini di Valle Giulia, ma io ieri mi sono sentito solidale con il vecchio fumatore. E ho goduto per aver colto in fallo gli svizzeri.

martedì 21 luglio 2015

Paura

Suona l'iphone. E’ mia sorella. Voce concitata: dove sei? Sto facendo un prelievo al bancomat e poi vado a trovare mamma, perché? Perché la sto chiamando da mezzora e non risponde al telefono. Possibile che non possa prendermi un pomeriggio di libertà? Comunque sono quasi a casa. Ok, dico. Arrivo anch’io. Sono a 4 chilometri dal paese dove abita mia madre, che ha 82 anni, è in gamba certo, compatibilmente con l’età, ma non si sa mai con questo caldo. Mi impongo di non pensare. Salgo in auto e accendo la radio. Ultima curva. 200 metri e sono arrivato. Proprio sotto il condominio dei miei, un assembramento di persone. Bloccano la strada. Vedo un lampeggiante. Pochi secondi, 10 anni di vita persi. L'iphone. E’ di nuovo mia sorella. Tranquillo, la mamma era sul balcone e non ha sentito le chiamate. Bene, dico. Cos’è allora tutto questo casino. Niente, c’è Salvini: sta inaugurando la sede della Lega qui nel palazzo. Quelli che vedi sono gli antagonisti che stanno protestando. Ok. Non immaginavo che in Valle ci fossero ancora tanti compagni. Dopo la paura almeno una buona notizia.

giovedì 23 aprile 2015

Irene

Un serial killer che uccide le sue vittime ispirandosi ai classici della letteratura gialla, un commissario che intuisce l’eccezionalità delle macabre rappresentazioni e quale può essere la conseguenza tragica, enorme, di quell'indagine per la sua vita privata, ma è costretto suo malgrado a seguire la trama già scritta dall’assassino. Fino all’epilogo finale, dove non ci può essere che un solo vincitore. O due sconfitti. Pierre Lemaitre, parigino, scrive un noir intenso, non convenzionale, con una trama originale e diabolica. Una scoperta e un consiglio di lettura. Irene, di Pierre Lemaitre, Mondadori, 353 pagine

Letti anche:

La banda degli amanti di Massimo Carlotto. Ritorno in grande stile di Marco Buratti, detto l’Alligatore e dei suoi due amici,Beniamino Rossini e Max La Memoria, un vecchio bandito e un genio dell’informatica, che indagando sulla scomparsa di un mite professore universitario si ritrovano in una torbida storia di rapimenti di coppie (da qui il titolo) orchestrata dalla menta criminale di Giorgio Pellegrini, protagonista di altri due libri di Carlotto: Arrivederci amore ciao e Alla fine di un giorno noioso. Per chi apprezza Carlotto è da non perdere. La banda degli amanti, Massimo Carlotto, edizioni e/o, 195 pagine

Dove sei stanotte, di Alessandro Robecchi. Robecchi, che per me è un genio e sa usare tutti i registri narattivi, si cimenta nel suo secondo giallo. Protagonista è sempre Carlo Monterossi, fortunato autore di una trasmissione trash, da pomeriggio di Canale 5 per intenderci, di cui non va per nulla fiero. Ma protagonista è anche la Milano da copertina in attesa dell’Expo, il grande flop che ci apprestiamo a vivere a breve, e quella delle periferie, come il Corvetto, che non è solo un’uscita dalla tangenziale ma un mondo pulsante e colorato dove l'immigrazione cerca una propria ragione sociale e dove una vecchia coppia di sudamericani ne catalizza la Resistencia. L’abbrivio: un giovane giapponese, sosia di un archistar atteso alla mostra di cartonati di cui sopra, si intrufola ad una festa in casa del nostro autore televisivo. Monterossi la mattina successiva lo scopre addormentato sul divano. Ha una ferita alla testa. Sicuramente fugge da qualcuno e nasconde qualcosa, ma il ragazzo non vuole parlare e soprattutto non vuole si chiami la polizia. Carlo Monterossi lo fa medicare e lo lascia in casa a riposare. Quando ritorna trova il giapponese cadavere in garage e il suo appartamento devastato da una perquisizione. Chi è stato, cosa cercava e perché? Monterossi capisce che qualsiasi cosa ci sia sotto a quel punto anche lui è in pericolo e sceglie di scomparire, attirando su di sè i sospetti. Si nasconde proprio in quella parte di mondo che non è in attesa dell'Expo, dove riuscirà a mettere insieme tutti i tasselli del giallo. Dove sei stanotte, Alessandro Robecchi, Sellerio editore, pagine 345

La verità e altre bugie, di Sascha Arango è un libro avvincente sul ruolo del caso nella vita e dei rapporti tra uomo e donna. Un bugiardo seriale dal torbido passato diventa il più acclamato scrittore di bestellers, pur non avendo mai scritto una riga dei suoi romanzi. L’autore è in realtà la moglie, e questa è l’unica bugia innocente, perché è condivisa e rispetta un accordo tra i due. Le cose cambiano quando il protagonista, Henry Hayden, scopre che la giovane amante, editor della casa editrice, aspetta un figlio da lui. Come uscire da quella situazione, senza perdere nulla della vita finalmente tranquilla e agiata? Sbarazzandosi dell’amante, of course. Ma il caso vuole che all’appuntamento con il tragico destino ci sia in realtà la moglie. A quel punto per far quadrare tutti i conti, i dubbi di chi è sopravvissuto, e trovare le risposte per chi indaga, servono il cinismo e le capacità di un bugiardo perfetto. Soprattutto se a mettere ulteriore pressione compare dal passato un vecchio e dimenticato compagno di orfanotrofio di Henry, che ha forse intuito i suoi segreti. Ci saranno altri omicidi e altri colpi di scena, compreso il finale. Un indizio per capirne di più? Ce lo dice lo stesso Hayden : “I bugiardi tra di noi sapranno che ogni menzogna deve contenere un pizzico di verità per essere credibile. Una spruzzata di verità spesso basta, ma deve esserci, come l’oliva nel Martini”. La verità e altre bugie, Sascha Arango, Marsilio, 248 pagine

L’appuntamento di Piergiorgio Pulixi. E’ un noir psicologico per stomaci forti. Un ristorante di lusso. Un uomo e una donna iniziano a parlare. È la prima volta che si incontrano. Ma il loro non è un incontro normale. Lei è costretta a stare lì e a rispondere alle domande sempre più inquietanti e morbose dell’uomo. Più l’elegante sconosciuto si intrufola nella sua vita, più la donna si rende conto di avere davanti un mostro manipolatore e affamato di controllo. Dalle domande scabrose e imbarazzanti si arriva a umiliazioni sempre più crudeli, in un gioco psicologico al massacro a cui la donna non può sottrarsi. Ma quella sera una serie di rivelazioni ribalteranno drasticamente ruoli e copione, perché le apparenze ingannano e niente in quel ristorante è come sembra. Attraverso dialoghi serrati che fanno emergere tutta la tensione e la brutalità latente, l’autore ci conduce in un noir psicologico ricco di colpi di scena e suspense, esplorando i territori della perversione umana, dell’ossessione per il controllo e del pericolo che corre la nostra privacy in un mondo virtuale in cui le nostre vite sono facili prede di lupi mascherati da agnelli. L’appuntamento, Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o, 128 pagine

La guerra dei nostri nonni, di Aldo Cazzullo. La Grande Guerra raccontata attraverso le storie e le vicende degli uomini e delle donne normali, la forza morale di cui furono capaci, protagonisti e vincitori della prima grande sfida dell’Italia unita, non più solo un nome geografico ma una nazione. Senza dimenticare le responsabilità di politici, generali e affaristi che portarono il Paese al massacro, Aldo Cazzullo ci conduce nell’abisso del dolore, in una sofferenza che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare: i mutilati al volto, le decimazioni degli innocenti, l’esercito dei folli, le donne friulane e venete violentate dagli invasori, l’istituto degli “orfani dei vivi”, dove le mamme andavano di nascosto a vedere i piccoli tedeschi che erano pur sempre loro figli. La guerra dei nostri nonni, Aldo Cazzullo, Mondadori, 248 pagine.


mercoledì 25 marzo 2015

A Campiglio la Madonna non c'era

Il 5 giugno del 1999 a Campiglio la Madonna non c’era, e se c'era guardava da un’altra parte. Quel giorno Marco Pantani si stava preparando alla passerella di Milano: ancora una tappa e il Giro d'Italia sarebbe stato suo per la seconda volta. Qualcuno però aveva previsto che quella storia, bella, entusiasmante, eroica, avesse un altro finale. Anzi, l'aveva già scritto. La mattina del 5 giugno invece di uscire dall’albergo in maglia rosa, Marco Pantani esce circondato dai carabinieri. Tanti carabinieri. Neanche fosse un mafioso. Cosa ha fatto il Pirata, l’idolo, il mito di chi ama il ciclismo? Ha forse stuprato una cameriera? No, in uno dei controlli a sorpresa disposti dalla federazione - talmente a sorpresa che la sera prima tutti sapevano, tanto che al mattino Pantani ritarda addirittura la colazione in attesa degli addetti al prelievo, persi per strada – in uno di questi controlli, dicevo, a Marco Pantani trovano l’ematocrito fuori dalla norma. Il regolamento della federazione ciclistica dice che in caso di supero dei parametri stabiliti, l’atleta deve essere fermato, a salvaguardia della sua salute. Significa che l’uomo corre un pericolo e per questo va tutelato. Come? A buon senso uno si aspetterebbe che Pantani venga trattenuto in stanza, accompagnato in ospedale, di vedere fuori all’albergo un’ambulanza. Invece ci sono le gazzelle dei carabinieri. E le telecamere. Marco cos’hai da dire ai tuoi tifosi? Che domanda del cazzo è? Eppure gliela fanno. Perché in quel momento Pantani diventa il dopato, il drogato, l’uomo da sputare. L’ematocrito alto per la vulgata significa che sono state assunte sostanze dopanti. Non gli viene concesso nemmeno il beneficio del dubbio. Probabilmente è lì che Marco Pantani inizia a morire. Sicuramente è l’inizio della fine di un uomo che era salito talmente in alto che la sua caduta era diventata paradossalmente più vantaggiosa economicamente di qualsiasi vittoria. E se chi gestisce questi interessi, personaggi a cui l’etica, la stessa vita, importa una sega, si trova a fianco il silenzio pilatesco o la connivenza silenziosa delle istituzioni, non c’è partita. Marco Pantani non doveva finire quel giro d’Italia. Lo sanno anche nell'ambiente, perchè il PIrata è diventato un capopopolo che si batte per i diritti del gruppo e i capipopolo a chi comanda non piacciono. Lo sa addirittura un malavitoso napoletano che lo dice in carcere a Renato Vallanzasca: se hai dei soldi giocateli ma non su Pantani. Perché il pelatino verrà fermato, gli dice: non sa come ma è certo che sarà così. Vallanzasca cercherà di dirlo ai giudici. Lo scriverà in una lettera anche a mamma Tonina. Ma può essere credibile uno come Vallanzasca? Ovviamente no. Il delatore del povero Enzo Tortora, che era notoriamente un uomo specchiato, sì. Il bel Renè no. Questa è comunque solo una delle tante note stonate di una vicenda che ha voluto trovare a tutti i costi un capro espiatorio, che ha sacrificato sull’altare dell’ipocrisia un giovane uomo che aveva il torto di andare più forte degli altri. E in Italia chi è bravo all'inizio piace. Tanto, anche. Per un po’. Poi rompe i coglioni. Perché mette ancora più in evidenza la mediocrità degli altri. E questo non va bene. E più uno è bravo e più deve cadere in maniera ignominiosa per soddisfare l’affronto e per permettere al coro di avere ancora erezioni. La storia di Pantani è piena di misteri. Marco Martinelli ha provato a portarla a teatro e nelle tre ore e passa di spettacolo, intitolato semplicemente "Pantani", la racconta bene, lasciando al termine una senso di disagio e di impotenza. L'Italia esige e vive di eroi. Ma non sa difenderli. Peggio: non vuole.

martedì 17 marzo 2015

Atti osceni in luogo privato

Antonio D’Orrico su Sette usa toni entusiastici nei suoi confronti. Marco Belpoliti (L’Espresso) definisce il suo romanzo uno dei più belli delle ultime stagioni. Un endorsement gli arriva anche da Emmanuel Carrere, genio della letteratura francese. E ditemi se è poco. Marco Missiroli è a mio modo di vedere uno tra i più interessanti scrittori italiani. Atti osceni in luogo privato è un romanzo di crescita, sentimentale, erotica, culturale; è un romanzo di perdita, di grandi passioni e di grandi dolori, di donne soprattutto, come punto di riferimento e come salvezza, che è libertà di continuare a stupirsi e, in un certo senso, di esistere.

Il sunto lo prendo da Libreriamo, mentre l’intervista a Missiroli è dell’Arena.

“Questa è una storia che comincia una sera a cena, quando Libero Marsell, dodicenne, intuisce come si può imparare ad amare. La famiglia si è da poco trasferita a Parigi. La madre ha iniziato a tradire il padre. Questa è la storia, raccontata in prima persona, di quel dodicenne che da allora si affaccia nel mondo guidato dalla luce cristallina del suo nome. Si muove come una sonda dentro la separazione dei genitori, dentro il grande teatro dell’immaginazione onanistica, dentro il misterioso mondo degli adulti. Misura il fascino della madre, gli orizzonti sognatori del padre, il labirinto magico della città. Avverte prima con le antenne dell’infanzia, poi con le urgenze della maturità, il generoso e confidente mondo delle donne. Le Grand Liberò – così lo chiama Marie, bibliotecaria del IV arrondissement, dispensatrice di saggezza, innamorata dei libri e della sua solitudine – è pronto a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell’amore. Lunette lo porta sin dove arrivano, insieme alla dedizione, la gelosia e lo strazio. Quando quella passione si strappa, per Libero è tempo di cambiare. Da Parigi a Milano, dallo Straniero di Camus al Deserto dei Tartari di Buzzati, dai Deux Magots, caffè esistenzialista, all’osteria di Giorgio sui Navigli, da Lunette alle “trentun tacche” delle nuove avventure che lo conducono, come un destino di libertà, al sentimento per Anna. Libero Marsell, le Grand Liberò, LiberoSpirito, è un personaggio “totale” che cresce con noi, pagina dopo pagina, leggero come la giovinezza nei film di Truffaut, sensibile come sono sensibili i poeti, guidato dai suoi maestri di vita a scoprire l’oscenità che lo libera dalla dipendenza di ogni frase fatta, di ogni atto dovuto, in nome dello stupore di esistere”.

Da L’Arena

http://www.larena.it/stories/178_interviste/1095993_una_vita_tra_oscenit_e_tumulti_alla_mcenroe/?refresh_ce#scroll=2997



Rimane impresso nella mente, Libero Marsell — le Grand Libero, come chiamano a Parigi il ragazzo italiano che si è trasferito in Francia con la famiglia — protagonista di Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 249 pagine, 16 euro) di Marco Missiroli, il riminese trentaquattrenne, già vincitore del Campiello opera prima 2006, e che con questo suo quinto romanzo è stato incoronato dalla critica («habemus un nuovo grande scrittore italiano», Antonio D'Orrico, «Sette» del «Corriere»). Romanzo di formazione, sentimentale ed erotica, ci porta nella vita e nei sentimenti di Libero, che incontriamo dodicenne e che diventa adulto in corso di narrazione, conoscendo il mondo delle donne e leggendo libri fondamentali. Un romanzo che ha la leggerezza dei film di François Truffaut e sensibilità poetica.

L'oscenità come provocazione che libera, in nome dello stupore di esistere. A partire dall'inizio del romanzo: Marco Missiroli, vuole descrivercelo?

Il viaggio del mio protagonista comincia da una ferita: quando, dodicenne, scopre la madre inequivocabilmente inginocchiata di fronte al migliore amico di famiglia. Il ragazzo rimuove la scena, ma si trova a un bivio: rimanere la persona invisibile che è — senza amici, senza particolari passioni — o diventare se stesso, quello che promette il suo nome. Libero. Lo diventerà, seguendo l'istinto erotico (che non è mai di conquista, ma di conoscenza: non mi interessa la carnalità) e attraverso la lettura di libri.

I romanzi da leggere sono in parte consigliati dal padre, che Libero chiama Monsieur Marsell: un genitore distaccato?

No, è amatissimo. Ha chiamato il figlio Libero e cerca di ispirargli un gran senso di libertà. È adorata dal ragazzo anche la madre, che pure gli ha complicato edipicamente la vita, come ho già spiegato. Libero impiegherà tutto il romanzo a capire la figura materna, ma ci riuscirà. Il padre viene a mancare quasi da subito, ma rimane nel libro, importantissimo: è la coscienza morale, politica e sentimentale di Libero.

Qual è l'altro personaggio, oltre ai genitori, che inizia il ragazzo felicemente alla vita?

La bibliotecaria, Marie. È il grande cuore del romanzo. Costituisce il legame tra il protagonista e i lettori. I lettori in generale, anche coloro che non stanno leggendo il mio romanzo. Marie sa educare Libero attraverso i libri: non con testi che hanno solo il compito di acculturarlo, ma con libri che sono, invece, legati al sentimento che lo anima al momento. Dapprima gli consiglia Albert Camus, che folgora il ragazzo: Lo straniero gli comunica il senso di spaesamento e lo invita a rifiutare la freddezza e a meravigliarsi del mondo. Da Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, accoglie l'allarme a evadere dal trantràn. Il poeta Walt Whitman gli insegna l'arte di aspettare e quella della seduzione, come affrontare i lutti e come godere delle piccole gioie, che sono quelle che fanno andare avanti. Ma chi gli entra proprio nella pelle è William Faulkner con Mentre morivo. È il romanzo che lo compenetra durante la perdita della madre. Gli insegna che la morte è anche e soprattutto rigenerazione. Avrebbe dovuto intitolarsi Mentre vivevo perché, in realtà, è un libro sulla vita. Come avevamo deciso per il mio romanzo, in un primo momento, il titolo Mentre amavo. Poi ho preferito Atti osceni in luogo privato.

Libero abita in due città: la Parigi degli anni Settanta, poi la Milano degli Ottanta. Come le vive?

Parigi è la città dell'adolescenza e della primissima giovinezza. È un luogo di sogno. Milano rappresenta la scoperta della consapevolezza, la consistenza dolorosa che lo fa uomo. Per la prima volta Libero si sente nel mondo. A Parigi lascia una ragazza amatissima, la sua prima vera passione, Lunette. Un passaggio difficilissimo, per lui, perché Lunette non va dimenticata, ma introiettata. Avrà una bulimia di donne, prima di incontrare quella giusta: ciascuna importante, mai strumento, perché a me, come ho detto, non interessa il sesso in sè. L'universo femminile rappresenta la vita. Le donne rimettono tutte al mondo Libero, a cominciare dalla madre.

C'è un altro tema, più lieve, che attraversa il suo romanzo: il gioco del tennis. Campeggia da protagonista John McEnroe: ma perché, con una delle sue «oscenità», lo fa diventare raffigurazione della madre morente?

McEnroe è un personaggio dal molto talento, dalle molte bizze, inimbrigliabile: come Madame Marsell, la madre di Libero. Il campione poteva urlare cose irripetibili al pubblico, come perdere con classe signorile. Madame Marsell decide di uscire di scena così: con incanto, gioiosamente, come fece anche Frida Kahlo. È il più grande atto d'amore. La madre fa mostra di grande dignità perché ha vinto molto, anche se adesso perde. È il McEnroe di Parigi, del Roland Garros. E lascia una grande eredità: tutti i tumulti che ha vissuto con grande libertà. Perché esser vivi significa esistere tumultuosamente.

La morte della madre coincide con la formazione di una nuova famiglia. La compagna di Libero partorisce un figlio: Alessandro. Il suo protagonista è diventato, finalmente, all'altezza del proprio nome?

Nel lettone con la moglie Anna, il pensiero a Madame Marsell appena scomparsa, stringendosi al petto il figlioletto neonato, Libero può assaporare per la prima volta una sorta di completezza e serenità. Sta per compiere trentasei anni, la pienezza lo attenderà in futuro a cinquanta, sessant'anni. Per ora deve accontentarsi di un sentimento non ancora gestibile. Ma può, finalmente, generare il suo nome, che accenna a cieli sconfinati, attraverso il figlio.

Alessandra Milanese

mercoledì 25 febbraio 2015

Uno di noi

Due uomini. Due storie. Percorsi apparentemente inconciliabili. Il direttore di un quotidiano comunista e l’uomo dei servizi segreti. Costretti, loro malgrado, non solo a incontrarsi, ma a fidarsi l’uno dell’altro, a mettere da parte i vissuti e le diffidenze e fare fronte comune, perché nell’inferno di Baghdad c’e una donna da riportare a casa, prigioniera dei ribelli sunniti. Per l'uno è soprattutto un’amica e collega. Per l’altro un’italiana da salvare. Per il resto del Paese, Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto. I primi sono giorni convulsi, i più pericolosi per un ostaggio. C’è da capire se chi tiene Giuliana ha convenienza a trattare o meno e in che termini. Il dirigente del Sismi sa cosa fare e inizia a muovere le sue pedine in Medio Oriente. Una sera di pioggia, alle spalle di Montecitorio, l'uomo dell'intelligence spiega cosa ha in mente e il direttore del Manifesto forse lo vede per la prima volta: una stretta di mano e i due uomini diventano semplicemente Nicola e Gabriele. Oggi sarebbero buoni amici, se la notte del 4 marzo di dieci anni fa Nicola Calipari non fosse stato ucciso dal fuoco amico, nell’estremo tentativo di proteggere con il suo il corpo tornato libero di Giuliana Sgrena. Giuliana non doveva tornare viva e Nicola aveva troppi nemici nei Servizi, sicuramente si muoveva a dispetto delle imposizioni e delle intransigenze degli americani. Scrive Gabriele: “Nicola voleva cambiare le regole del gioco, andare oltre la semplice trattativa sulla somma da pagare per il riscatto. Aveva intuito che si poteva rispondere e trattare anche politicamente. E c’era riuscito. I rapitori erano sunniti, cercavano di non essere tagliati fuori dal processo di ricostruzione del paese. Chiedevano un riconoscimento e un ruolo. E quelle condizioni che dopo l’uccisione di Nicola non hanno avuto un seguito, avrebbero forse potuto ritagliare per l’Italia e per la stabilità dell’Iraq un futuro diverso”. A dieci anni da quel mese lunghissimo, di fronte al disastro iracheno cresciuto sull’emarginazione della componente sunnita che è stato il carburante che ha provocato l’incendio jihadista dell’Isis, l’intuizione di Calipari appare come un’incredibile incompiuta. Ma allora i nemici sul campo erano troppi. E troppe le coincidenze sospette. A partire da quel posto di blocco nei pressi dell’aeroporto da cui sono partite le raffiche che ferirono Giuliana e uccisero Nicola. Nessuno ha pagato e pagherà mai per quella morte. "La morte di Nicola Calipari è stata risolta classificandola come qualcosa di fatale. Come si fa con le ingiustizie del mondo quando vengono accettate per paura di dar loro un nome". Gabriele Polo tieni vivo il ricordo di Nicola nel libro “Il mese più lungo. Dal sequestro Sgrena all’omicidio Calipari”. Il giorno dei funerali, su una foto a tutta pagina, il Manifesto dedicò a Calipari uno dei titoli più belli e struggenti del quotidiano di via Tomacelli: Uno di noi.

Letti anche:
Gianluca Morozzi: L'età dell'oro
Giorgio Fontana: Per legge superiore
Antonio Manzini: Non è stagione
Alessia Gazzola: Una lunga estate crudele
Stefano Benni: Le beatrici

lunedì 16 febbraio 2015

Libri letti nel 2014

Fare il pendolare in treno aiuta. Di seguito l'elenco dei libri letti nel 2014 e che mi sento di consigliare agli appassionati del genere noir:
Alessia Gazzola : L’allieva; Un segreto non è per sempre; Le ossa della principessa; Sindrome da cuore in sospeso.
Antonio Manzini: La costola di Adamo; Pista nera.
Francesco Recami: La casa di ringhiera; Gli scheletri nell’armadio; Il segreto di Angela.
Giorgio Fontana: Morte di un uomo felice.
Mario Costa: L’ultima scommessa.
Alessandro Robecchi: Questa non è una canzone d’amore.
Diego Da Silva: Non avevo capito niente; Mia suocera beve; Mancarsi; Sono contrario alle emozioni.
Simonetta Agnello Hornby: Boccamurata.
Paolo Nori: Siamo buoni se siamo buoni.
Massimo Lugli: Il guardiano; Le strade dei delitti; Ossessione proibita; Gioco perverso.
Nicola Fiorin: Lentamente muore; Il migliore dei mondi possibili; Il canto delle sirene.
Andrea Camilleri: La banda Sacco; Inseguendo un’ombra; Morte in mare aperto.
Gianrico Carofiglio: Le regole dell’equilibrio; Una mutevole verità.
Gianrico e Francesco Carofiglio: La casa nel bosco
Massimo Carlotto: Il mondo non mi deve nulla.
Gianni Farinetti: Rebus di mezza estate; Prima di morire.
Marco Malvaldi: Il telefono senza fili.
Giovanni Floris: Il confine di Bonetti.
Emmanuel Carrere: L'Avversario.

venerdì 13 febbraio 2015

Scuse

Se per ogni volta che Trenitalia si è scusata (anche con me) per il disagio di un ritardo avessi guadagnato un euro a quest'ora avrei perlomeno estinto il mutuo.

venerdì 16 gennaio 2015

Salse e palpebre

Salgo in treno e come ogni mattina cerco un posto isolato per poter leggere ed evitare i conversatori seriali. Poso lo zaino, mi metto gli occhiali e apro il libro della settimana. Nei sedili di fianco ci sono due ragazze e un ragazzo. A occhio hanno dai 25 ai 30 anni. Sono sicuramente colleghi di lavoro: lo si capisce dai riferimenti d’ufficio, dalle attività condivise e bla bla bla. Ad un certo punto la conversazione vira sul privato. Una delle due ragazze dice: a parte periodi intensi come questo, un buon giorno per uscire la sera è il giovedì, a patto che il venerdì tu non abbia riunioni particolari e il lavoro da fare è più o meno impostato. Domenica sono andata a ballare la salsa, ho fatto l’una e mezza e ne sto pagando ancora le conseguenze. La sera, quando sono le 11, mi cala la palpebra. Neanche fossi una cinquantenne. Gli altri annuiscono ridendo. Io, cinquantenne, incasso. Così imparo ad ascoltare. Volevi leggere, no? Leggi e fatti i cazzi tuoi. Comunque, non per bullarmi, ma di solito alle 11 io sto ancora facendola la salsa. E contemporaneamente buttando la pasta. Quando va bene. Perché a volte le vite vanno così. Al mattino mi alzo alle 6 e mezza, anche se dormirei nell’acqua e quando suona la sveglia mi verrebbe istintivo di violare il secondo comandamento, ma poi penso al mutuo e questo mi basta (ancora) per trascinarmi sotto la doccia. Va bè, me la sto prendendo troppo. Alla sua età avrei detto la stessa cosa. E mio padre, allora cinquantenne, faceva il doppio lavoro per mantenerci.

venerdì 9 gennaio 2015

Je suis Charlie

Potranno strappare tutti i fiori, ma non potranno mai fermare la primavera. (Pablo Neruda)