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venerdì 23 novembre 2007

La mossa del Cavaliere

Continuo a pensare che l’annuncio della rottamazione di Forza Italia - hic et nunc, dal predellino dell’auto – e della contemporanea nascita di un nuovo partito – del popolo delle libertà o delle libertà del popolo, poco importa - sia frutto del talento comico di Berlusconi e del suo lato ducesco da padroncino brianzolo, candidato in pectore al Soglio di Pietro (se non papa, almeno camerlengo). L’uomo però è tutt’altro che stupido e conoscendo i suoi limiti – o per amore della ‘roba’ – si è sempre circondato di persone di grandi capacità e intelligenza, in grado di mettere le pezze ad ogni uscita ‘bizzarra’ del capo, dandogli un contenuto e uno spessore politico. Oltre, naturalmente, a tutelarne gli interessi, che è il motivo principale di tutto questo circo di cui siamo spettatori dalla famosa e famigerata discesa in campo. La task force anti cazzata ha subito messo a punto una strategia davvero niente male. Quella di domenica non è stata la mossa di un leader alla canna del gas, sconfitto (almeno provvisoriamente) dal nemico comunista, e contestato al suo interno da politici di lungo corso, più abituati di lui ai rituali del palazzo e disposti a seguirlo, pur con tutti i mal di pancia possibili, solo a fronte della condivisione del potere. Dell’uomo incazzato per l’affronto di chi – recuperato dalle fogne o dalle macerie della prima repubblica – avrebbe dovuto onorarlo e rispettarlo per tutti i giorni della sua vita e invece si è messo a dargli lezione, come ad un Giovanardi qualsiasi. Dell’animale ferito che reagisce d’istinto per difendere sé stesso e la propria tana. Niente di tutto ciò. Domenica si è assistito al meditato colpo di genio di un fine stratega, che ha capito prima degli altri parrucconi il fallimento del maggioritario e della necessità di aprire una nuova fase, anche a costo di buttare all’aria l’alleanza che fino a 48 ore prima i sondaggi davano vincente con percentuali bulgare.
La nascita del Pd e le dichiarazioni di Veltroni in merito alla possibilità di una corsa in solitaria alle elezioni, senza dunque sottostare ai ricatti delle estreme, ha suggerito al Cavaliere di fare altrettanto, di ripensare al proporzionale e ad un nuovo bipartitismo: due grandi partiti accreditati di un 25-30 per cento dei consensi che si giocano il governo del Paese dettando la linea. Chi si vuole accodare lo fa, sapendo però che, nel caso, i due potrebbero anche mettersi d’accordo tra loro. E non è vero che lui, il Cavaliere, non ne aveva mai parlato con gli altri inquilini della ormai ex Casa delle Libertà, anzi erano stati proprio loro a incitarlo al cambiamento. Certo si può discutere sul modo, ma il popolo aveva bisogno di un’iniezione di fiducia e di tornare a sognare. A questo punto si tratta di dare contenuto al nascituro, alla cui culla sono invitati tutti i moderati, Fini e Casini compresi. Di più, entrambi possono mirare alla leadership partecipando a democratiche primarie. Contro di lui, naturalmente. Fini per ora schiuma rabbia e difficilmente tornerà sui suoi passi. Casini si era già smarcato in tempi non sospetti. Entrambi si godono questa riacquistata libertà d'azione e pensano ad un terzo polo. Al momento all'ex premier hanno teso il braccio entusiasti, in un riflesso condizionato, solo Storace, Buontempo e la Santanchè. In questo modo l’annuncio del predellino è confezionato in pacchetto regalo, con tanto di fiocco, e lo spariglio acquista un senso. Volendo è anche un assist a Veltroni: caro Walter tu ed io abbiamo il consenso popolare, decidiamo noi che tipo di legge elettorale fare e poi andiamo alle urne. Tutto sommato fa comodo anche a te prendere la giusta distanza da questa maggioranza, sfruttando l’entusiasmo per la tua nuova squadra, per non rimanere nel limbo troppo a lungo, con il rischio di logorarti.
Rossana Rossanda riassume in modo perfetto e lungimirante: “(...) E' un quadro comune quello che permette un bipolarismo «perfetto», perché non muta l'idea di società ma soltanto un certo metodo dell'amministrazione, e di solito la politica estera. Collante un liberismo più o meno temperato: largo al mercato, meno stato, meno proprietà pubblica, più liberalizzazione cioè più privatizzazioni, e una riconosciuta partecipazione della Chiesa alla conduzione «morale» del paese da parte dell'uno e dell'altro schieramento (...)”.
L’accelerazione del Cavaliere non aveva però fatto i conti (o magari proprio per quello) con la bufera Rainvest e con il ritorno sotto i riflettori dell’odiato conflitto d’interessi. Veltroni, forse suo malgrado, da mazziere di questo virtuale scopone scientifico, ha così pareggiato le carte e ora si ritrova in mano il gioco. Vedremo come lo condurrà. Attenti comunque al Cavaliere: quando è all’angolo diventa ancora più pericoloso. Sarebbe però interessante sapere cosa ne pensa la sinistra.

martedì 20 novembre 2007

Ma sì, domenica fondo un partito

Devo trovare assolutamente qualcosa da fare domenica: il Milan non gioca e di stare a casa con Veronica non se ne parla proprio. Sai che palle. Ma sì: fondo un altro partito. Forza Italia, la Casa delle libertà: mi sono stufato. Quei comunisti del Pd ci hanno messo più di un anno, tra cantieri, lingotti e primarie e sono riusciti a litigare pure lì. Io gli dimostro che in un giorno si può fare tutto. E senza dire nulla a nessuno. Anche perché non so proprio a chi dovrei chiedere? A quei tre parrucconi che invece di darmi una mano, o almeno una spalla, per mandare a casa Prodi adesso si smarcano e danno la colpa a me per l’approvazione della Finanziaria? Ingrati. Io che li ho tolti dalla fogna, gli ho ridato dignità politica, ho pagato i loro debiti, li ho mantenuti. Ho anche provato a fare campagna acquisti, come no? Ho messo sul tavolo una discreta cifra: ma è colpa mia se quel deficiente di Bondi ha chiamato Braida e Ancelotti? Come era prevedibile non hanno voluto saperne di Dini e Pallaro: o Ronaldinho o niente. Adesso però basta: chiamo la Michela Vittoria e le dico di organizzare una raccolta firme, ufficialmente per sfrattare Prodi dalla mia casa di Palazzo Chigi. Poi, poi gli faccio vedere io. Partito del Popolo delle Libertà. Senti come suona bene. Chi mi ama.... E se quei tre non vogliono scomparire dovranno venire a chiedermi scusa. O li licenzio. Presidente non può licenziarli. Non mi contraddire Michela Vittoria: io licenzio chi mi pare. Alle primarie del Pd quanti hanno parteciparto? Più di 4 milioni di persone? Da noi saranno almeno 5. Che dico 5: 8, 10 milioni. Tanto chi mi può smentire? La Questura? Ma andiamo!

Se è possibile mettere in mora un partito e un'intera coalizione dal predellino di un'auto, senza cioè passare da un voto congressuale, ci sta anche questa ricostruzione faziosa e da bar sport. Quello che preoccupa è l'abitudine a questo tipo di politica: ci si aspetterebbe un coro di indignazione contro una deriva pericolosa che si fa beffe delle più elementari norme democratiche e invece arriva un'ovazione da stadio.


PDL: COMIZIO IMPROVVISATO PER BERLUSCONI E BAGNO DI FOLLA
ROMA
(ANSA) - ROMA, 19 NOV - Primo bagno di folla per Silvio Berlusconi tra i futuri elettori del neonato Partito del Popolo della Libertà. Parlando ad alcune centinaia di sostenitori osannanti in Piazza di Pietra dopo la conferenza stampa di presentazione del Partito, il leader dell'opposizione improvvisa un comizio e poi si getta letteralmente dal palco tra il pubblico che lo accoglie come una vera rock star. Centinaia di "ex forzisti" invocano a gran voce le elezioni anticipate tenendo in mano i cellulari per immortalare il momento, e, non riuscendo a fotografare il palco, in tanti si accontentano di fotografare il maxischermo allestito in piazza. I giovani, arrivati ben organizzati con cartelli e striscioni, cantano "Un presidente, c'é solo un presidente", non riuscendo comunque a coprire le grida e gli applausi dei fan più anziani, altrettanto agguerriti. La stessa folla che gremisce la piazza, impedendo il passaggio delle automobili, accompagna l'ex premier e la sua scorta per tutto il tragitto fino a Palazzo Grazioli, sostando con lui davanti alla stazione di polizia di Piazza del Collegio Romano dove il Cavaliere si ferma per una foto ricordo con alcuni agenti. Il pubblico si dirada, all'arrivo al portone di Palazzo Grazioli, soltanto dopo che Berlusconi, tra sorrisi, foto e strette di mano, fa definitivo rientro nella sua residenza romana. (ANSA).

PDL: NAPOLI, TUTTI INSIEME SCEGLIEREMO LEADER CON PRIMARIE
ROMA
(ANSA) - ROMA, 19 NOV - "Pronti al dialogo con Veltroni sulla legge elettorale, aperti a tutti gli alleati perché insieme, attraverso le primarie, si scelga il leader del Partito delle libertà. Silvio Berlusconi non ha esitato un istante, ha preso tutti in contropiede e ha rimesso carburante nella macchina arrugginita della politica italiana". Lo afferma Osvaldo Napoli, del direttivo di Forza Italia. "Con le sue decisioni - sostiene ancora Napoli - Berlusconi ha messo fine ai minuetti stucchevoli che da mesi scandivano la vicenda politica. Non lo ha fatto con un'operazione di palazzo, ma ha sentito gli umori del Paese. Dietro le decisioni di Berlusconi ci sono gli 8 milioni di firme apposte da altrettanti italiani che fra sabato e domenica si sono messi in coda davanti ai 10 mila gazebo. Al salotto televisivo e alle chiacchiere da bar, Berlusconi ha preferito le strade e le piazze dove si incontrano le persone". "Da questa sera - è la conclusione del deputato azzurro - tutto si è rimesso in movimento. Gli alleati sono i primi invitati a collaborare alla costruzione della nuova fase politica. Ognuno può portare la propria pietra, senza pregiudizi o rivendicazioni. I moderati e i liberali piemontesi sono pronti da subito a dare il loro contributo e a compiere tutti gli sforzi per affermare l'idea di un'Italia nuova". (ANSA).

PDL: LUPI; BERLUSCONI E'UNO DEL POPOLO,SA ASCOLTARE LA GENTE
ROMA
(ANSA) - ROMA, 19 NOV - "Ormai anche i più scettici devono ammetterlo, Berlusconi è uno che sa ascoltare la gente, è uno del popolo". Lo afferma Maurizio Lupi, deputato di Fi. "Rimettersi in discussione, fare un partito nuovo, voler cambiare un sistema elettorale da bipolare a proporzionale puro, significa ascoltare la voce dei cittadini - sottolinea Lupi - dare credito al popolo ed ai valori che esprime anche se questo può significare rimettersi in gioco, farsi giudicare, continuare a lottare per la costruzione del bene comune". "E' una grande lezione di politica quella che Berlusconi ha proposto nella conferenza stampa di oggi - aggiunge Lupi - per guidare il Paese bisogna saperlo ascoltare anche se questo può rimettere in discussione la scontatezza accidiosa con cui il Palazzo guarda spesso i suoi cittadini".(ANSA).

PDL: CAMMARATA, BERLUSCONI E' GRANDE INNOVATORE
PALERMO
(ANSA) - PALERMO, 19 NOV - "Silvio Berlusconi si conferma il grande innovatore della politica italiana, dimostrando una capacità ineguagliata di rispondere, con proposte serie e costruttive, non solo alle esigenze che gli italiani manifestano, ma anche alle loro insofferenze". Lo afferma il sindaco di Palermo Diego Cammarata (Fi). "L'adesione crescente dei cittadini all'antipolitica, che rischia di ammiccare al qualunquismo più bieco, - aggiunge - è stata intercettata con grande intelligenza da Silvio Berlusconi che con il Partito del popolo delle libertà riporta la protesta dei cittadini nel corretto alveo della politica e dei partiti". "La creazione di una grande forza politica - osserva - che diventerà la grande casa dei moderati che guarda alla crescita del Paese e all'affermazione dei valori di libertà e sviluppo, a cui Forza Italia ha mirato in tutti questi anni, è il segnale di una capacità di adattarsi alle richieste che emergono con forza dall'elettorato, evidentemente stanco non solo del governo Prodi, come dimostrano i milioni di firme raccolte nei gazebo voluti da Berlusconi, ma anche dei giochi di potere e di partito che si ritorcono contro i cittadini". (ANSA).

POL:BERLUSCONI, BENVENUTO PDL, ADDIO A CDL E BIPOLARISMO/ANSA
ROMA
(di Federico Garimberti) (ANSA) - ROMA, 19 NOV - Nasce un nuovo partito, muoiono bipolarismo e Casa delle Libertà. E, paradossi della politica, é proprio Silvio Berlusconi, padre di entrambi, a sacrificare il frutto di tredici anni di lavoro in nome del rilancio della sua leadership. L'ex premier sceglie il tempio di Adriano, la stessa sala dove Walter Veltroni ha presentato il suo Pd, per spiegare l'annuncio shock di ieri. Il luogo è stato prenotato nella notte, a dimostrazione del fatto che quella di Berlusconi è stata una svolta improvvisa. Alla conferenza stampa il Cavaliere arriva teso, concentratissimo. Stringe un paio di mani, poi guadagna con passo deciso il podio. In platea siedono solo giornalisti, parlamentari e alcune decine di giovani di Forza Italia. L'ex premier inizia a parlare. Alle sue spalle campeggia un logo. E' provvisorio; il nome sarà scelto dai cittadini. I colori e la fascia tricolore ricordano il simbolo del 'Partito delle liberta'. Al momento, però, la scritta è un'altra: 'Popolo della liberta''. L'inizio è soft. "Abbiamo tutti - dice - la responsabilità di non disperdere in litigi e ripicche i milioni di firme raccolte". Il nuovo soggetto, aggiunge, si chiamerà "Popolo della libertà" o "Partito della libertà", a deciderlo saranno direttamente i cittadini. Il riferimento, ricorda, è il Partito popolare europeo. Ma non sarà una "fusione fredda come quella del Pd", quanto piuttosto una scelta "dal basso, dalla gente che a milioni" ha firmato nei gazebo di Forza Italia. Parla di "decisione sofferta", ma inevitabile perché voluta dagli italiani. Annuncia un "giro d'Italia" per ricevere suggerimenti dalla gente. Sottolinea che l'iniziativa "non è contro qualcuno", ma al contrario è fatta proprio per "spalancare le porte". Riconosce che nel centrodestra, dopo cinque anni di governo, ci sono state "divisioni" tali da impedirgli di convocare vertici della Cdl. Ed ora, scandisce consapevole di dare l'estrema unzione al sistema che ha contribuito a introdurre, "mi sono reso conto che il bipolarismo è, oggi in Italia, qualcosa che non può funzionare". Si deve dunque aprire al "dialogo" per considerare "un proporzionale non macchiavellico, ma puro; con un forte sbarramento". Parte la raffica di domande. Berlusconi risponde. Spiega che il dialogo sarà aperto "a tutti", alleati ma anche avversari. Si dice disponibile ad un incontro con Walter Veltroni, anche "nell'immediato". Invita gli (ex?) alleati a "confluire" nel nuovo soggetto; nega di aver dato una 'spallata' a Fi, anziché al governo, sottolineando semmai che nel mirino ci sono i "mestieranti della politica". Identikit valido, è vero, per gli avversari. Ma anche per Fini e Casini. Ancora domande, altre precisazioni. Riforma sì, ma solo per cambiare legge elettorale e a patto che poi si voti subito, nel 2008. Del resto, dice, si occuperà il nuovo Parlamento. Governo tecnico o istituzionale? "No, le riforme si possono fare benissimo" anche con Prodi. E i partner della Cdl? Racconta di aver parlato con Bossi, ma non dice molto. Solo che "la Lega è una forza autonoma e potrà avere con la nuova forza politica gli stessi rapporti del passato". Sui leader di An e Udc neanche un accenno. Torna sul bipolarismo, ma solo per scriverne l'epitaffio: "Con queste individualità, non è più possibile". E ancora. Altre domande. Sul "no di Fini: "Non rispondo a piccole polemiche del momento"; sulle primarie: "Le faremo e saranno aperte a tutti". La conferenza stampa termina qui. Ma il Cavaliere ha bisogno di immagini. Esce. In piazza il palchetto è già e pronto, così come i giovani con slogan e piccoli cartelli. Il bagno di folla è inevitabile. Il Cavaliere si lancia letteralmente fra i supporter. Poi torna a casa, a piedi. Traffico in tilt e ancora domande. I sondaggi? "Sono molto ottimisti". Prima di infilarsi nel cortile di palazzo Grazioli, lascia cadere là: "Non ho nessun rimorso e nessun rimpianto".(ANSA).
GMB/ S0A QBXB

PDL: CONFALONIERI, BERLUSCONI MI RICORDA LENIN E ELTSIN
ROMA
(ANSA) - ROMA, 20 NOV - Berlusconi che sale sul predellino dell'auto a Piazza San Babila piena di gente ricorda a Fedele Confalonieri "l'arrivo di Lenin in Russia a bordo del treno piombato" e "mi ha fatto venire in mente anche Eltsin che parla ai moscoviti dalla torretta del carro armato, all'epoca del tentato golpe contro Gorbaciov". Il presidente di Mediaset lo afferma in un'intervista al Corriere della sera, cui dichiara che "Il lato artistico di Berlusconi è quello di essere sorprendente" e che questa volta "E' diverso, ancora più importante" della prima discesa in campo: "Dopo un decennio non è più un outsider, tutti lo conoscono. Eppure anche questa volta è riuscito a sorprendere gli addetti ai lavori", e aggiunge che "Silvio ha suonato il primo accordo musicale di una sinfonia ancora da scrivere". (ANSA).

PDL: BERTOLINI, BERLUSCONI ACCORCIA TEMPI LUNGHI POLITICA
ROMA
(ANSA) - ROMA, 20 NOV - "Silvio Berlusconi ha la dote innata di accorciare, dimezzare i tempi lunghi, estenuanti della politica. Quello che il Partito democratico ha fatto in un anno lui lo ha compiuto in un fine settimana". E' il commento di Isabella Bertolini, vice presidente dei deputati di Fi. "Con il consenso di 10 milioni di persone - dice - il presidente Berlusconi ha fondato un nuovo Partito con l'obiettivo, preciso ed immediato, di modernizzare l'Italia e di mandare a casa il governo Prodi". "Per il nostro Paese - conclude Bertolini - si apre una nuova era. Chi liquida questa nuova avventura come l'ennesimo colpo di teatro di Berlusconi non ha compreso l'importanza della svolta in atto".(ANSA).

PDL: A.MARTUSCIELLO, DA BERLUSCONI STRAORDINARIA INTUIZIONE
NAPOLI
(ANSA) - NAPOLI, 20 NOV - "Una straordinaria intuizione che ha saputo interpretare il sentimento del popolo di centrodestra". E' il giudizio del deputato di Forza Italia Antonio Martusciello in merito all'annuncio di Silvio Berlusconi di dar vita al Partito del popolo. "Al di là delle prevedibili dichiarazioni da parte della sinistra, di caratterizzare la nascita del Partito del Popolo come un tentativo del presidente Berlusconi di restyling di Forza Italia - spiega Martusciello - quella comunicata ieri dal leader azzurro è stata, ancora una volta, una straordinaria intuizione". "E' auspicabile che tutti gli alleati colgano l'importanza di questo progetto e, superando le ruvide polemiche, talvolta di stampo personalistico, convoglino le proprie risorse nella costruzione di un vero grande Partito del popolo delle libertà. La partecipazione popolare che ha animato in questi giorni le piazze italiane - aggiunge Martusciello - oltre a premiare il presidente Berlusconi per il proprio operato, rappresenta un segnale chiaro che indica una strada da cui è auspicabile che le forze del centrodestra non si allontanino". "Il contatto con la gente rappresenterà una sorta di stella polare in grado di indicare la rotta ai dirigenti del nuovo soggetto politico permettendo di evitare, come invece è accaduto nella formazione del Partito democratico, vecchie logiche di spartizione e di supremazia della nomenclatura - conclude l'esponente forzista - Berlusconi ha chiaro il percorso ed anche per questo è consapevole della necessità di instaurare un dialogo parlamentare che porti velocemente ad una riforma elettorale".(ANSA).

lunedì 19 novembre 2007

La giusta distanza


E’ la giusta distanza emotiva dagli avvenimenti la prospettiva migliore per darne una lettura verosimile, senza per forza giudicarli, soprattutto attraverso le categorie del bene e del male. Più complicato mantenere un distacco da sè: mettersi in gioco comporta sempre un rischio, a volte anche estremo. L’ultimo film di Carlo Mazzacurati, “La giusta distanza”, è la fotografia – nera, ma non solo – della provincia italiana, protagonista passiva delle trasformazioni sociali in atto, dove è inutile cercare colpevoli perché nessuno è innocente. I personaggi di Mazzacurati sono uomini e donne dei nostri tempi: né buoni, né cattivi, almeno in senso assoluto, gente qualunque, con una condotta magari eticamente discutibile, ma che oggi rientra ampiamente nel concetto di normalità. C’è il tabaccaio (il bravissimo Giuseppe Battiston), sposato con una rumena scelta attraverso un catalogo in rete, che si è inventato un’attività alternativa: la pesca d’altura in Adriatico per i turisti, in modo da mantenersi il Suv e le (eventuali) amanti; c’è l’autista dell’autobus, alla vigilia delle nozze con l’estetista, che però si lascia distrarre dalla bellezza della giovane maestra (Valentina Lodovini); c’è addirittura il direttore del call center erotico, che festeggia in trattoria il successo dell’impresa. Il resto è il paese, con i suoi piccoli casi di cronaca (i cani morti ammazzati e i laboratori clandestini) globalizzato suo malgrado dall’arrivo degli immigrati, con i quali ha apparentemente imparato a convivere. Ma alla scoperta del delitto che rompe gli equilibri, è pronto a recuperare il pregiudizio e a condannare silenziosamente quello che è il colpevole ideale: il fidanzato respinto, extracomunitario e per giunta musulmano. Solo il gesto estremo di chi sa di essere in carcere da innocente porterà a scoprire la verità: anche qui una verità banalmente, o tragicamente, di provincia, come a Erba, come a Perugia. L’affresco è molto ben fatto. Valentina Lodovini è una piacevole scoperta, così come Ahmed Hafiene. Bello il cameo di Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del caporedattore del giornale locale. Bravi e ben caratterizzati tutti gli altri, da Giuseppe Battiston a Natalino Balasso a Ivano Marescotti. La vicenda è semplice e ruota attorno a tre protagonisti: Mara, la giovane maestra elementare arrivata dalla città per sostituire la vecchia insegnante uscita di testa (che comparirà nell’unica scena ‘fantastica’, felliniana, del film); Giovanni, 17enne con il sogno di diventare giornalista e l’amico tunisino Hassan, artigiano, titolare di un’officina meccanica. E’ Mara a sconvolgere la quiete del paese. E’ bella, solare, espansiva. Hassan ne rimane affascinato ma all’inizio si accontenta di andarla a spiare la notte dalle finestre della casa che lei ha affittato. Anche Giovanni la controlla da lontano. Aiuta Mara a collegarsi ad internet e le ‘ruba’ la password d’accesso alla posta elettronica. Scoperto, Hassan si scusa e corteggia apertamente Mara. Lei in un primo momento lo respinge, poi inizia con l’uomo una relazione, pur sapendo – o forse proprio per quello - che alla fine dell’anno scolastico partirà per il Brasile per un progetto cooperativo. Giovanni riesce a diventare corrispondente del giornale locale e il caporedattore, nel dargli i rudimenti del mestiere, gli ricorda che per raccontare al meglio quel che succede in zona bisogna mantenere la giusta distanza dagli avvenimenti: per non apparire troppo freddi, ma nemmeno eccessivamente coinvolti dalla conoscenza dei personaggi, con il rischio di essere fuorviati dalle emozioni. La situazione precipita quando a Mara viene anticipata la partenza per il Brasile e proprio quel giorno Hassan le chiede di sposarlo. A quel punto Mara non può più nascondere il suo reale progetto di vita e i due ragazzi hanno una discussione. La sera stessa Mara viene uccisa nella sua casa e tutti gli indizi portano ad Hassan. Un colpevole perfetto. Caso chiuso. Al processo Hassan si difende per quel che può, giudicato preventivamente già dal suo avvocato. In carcere l’uomo si suicida e la sorella chiede a Giovanni, in nome della vecchia amicizia, di ridargli, almeno post mortem, la dignità perduta. E tocca proprio al giovane giornalista, mantenendo la giusta distanza, mettere insieme i tasselli che porteranno a scoprire il vero assassino.

venerdì 16 novembre 2007

Proporzionale

(…) Accettare la logica dell'agonia, illudendosi che la forma (il governo) corrisponda alla sostanza (un centrosinistra), affidandosi agli interessi di Pallaro o alla resistenza della Montalcini, procrastinerebbe il problema ma non lo risolverebbe. Anche perché tre senatori centristi oggi pesano più dei restanti centocinquanta della maggioranza. Perciò, se proprio bisogna governare qualcosa, meglio organizzare una via di fuga che prenda atto della fine dell'attuale coalizione e attrezzarsi alle elezioni preparate da una riforma elettorale minimamente corrispondente alla realtà italiana. Cioè un proporzionale vero, senza pasticci ispano-tedeschi - che svincoli la rappresentanza politica dai lacci del bipolarismo maggioritario. In questo paese esistono quattro grandi aree, differenziate per valori e indirizzi, da cui dovrebbero derivare i programmi e le azioni: una destra populista e autoritaria, una destra moderata, un grande centro attorno al Pd e una sinistra oggi troppo frantumata e inerme. Sarebbe bene che il Parlamento li potesse accogliere per quello che sono, dando modo a ciascuno di fare la sua parte, ridando senso e chiarezza allo scontro politico. È quel minimo di agibilità democratica che pensavamo di ottenere battendo Berlusconi. Ma finora non è andata così.

Gabriele Polo, Il Manifesto, 15 novembre 2007

mercoledì 14 novembre 2007

Calcio e anti Stato

Non c’è giustificazione per la morte violenta di un ragazzo. Nemmeno l’errore o la tragica fatalità può e potrà mai alleviare il dolore di una famiglia, degli amici. Ma quello che è andato in scena domenica nelle ore successive al fatto di sangue all’autogrill di Arezzo è pura follia. La sospensione di una partita di calcio per volontà di una frangia della tifoseria o, ancora peggio, l’attacco alle caserme della polizia e le devastazioni a Roma, rappresentano un oltre pericoloso a cui non si può rispondere solo con il blocco dei campionati professionistici per una domenica, il lutto al braccio, il minuto di silenzio o anche con i divieti alle tifoserie organizzate di andare in trasferta e la chiusura delle curve. Ha ragione Michele Serra: il calcio è la quarta regione italiana sotto il controllo dell’anti Stato. Una specie di Locride o di Scampia diffusa, spalmata per ogni angolo del Paese, nel quale le regole e le convenzioni normalmente riconosciute e applicabili altrove non hanno più luogo. Se non si prende atto di questo, il problema si ripresenterà di nuovo. Gli ultrà in Italia non sono più di 20 mila ma possono imporre qualsiasi cosa alle società: il cambio dell’allenatore, il destino di un giocatore, decidere se una partita si può e si deve disputare o meno. Una situazione per troppo tempo tollerata tanto da diventare quasi normale. Come normali sono ormai le città blindate, le stazioni ferroviarie presidiate da celerini in assetto di guerra, gli autobus con le grate che scortano i tifosi ospiti allo stadio. Ma è calcio questo? Che senso ha? Sono passati quasi 30 anni da quando Vincenzo Paparelli è stato ucciso da un razzo sugli spalti dell’Olimpico. Possibile che nessuno sia stato in grado di fermare la degenerazione del calcio? Perchè? Per quale interesse più grande si è pronti a sacrificare una vita? Cosa vogliono questi ultras? Il loro dato distintivo non è tanto il tifo a favore ma l’odio contro l’avversario. E già questo la dice lunga sulla logica che li muove. Una guerra comunque tutta interna al loro mondo, perché insieme hanno un nemico comune da combattere: la polizia. Dalla morte dell’ispettore Filippo Raciti allo stadio di Catania nel febbraio scorso e dai successivi inasprimenti delle normative in materia di ordine pubblico si sapeva che la rabbia covava tra le frange estreme di questo anti Stato. L’uccisione tragica di un giovane tifoso, seppur a centinaia di chilometri dallo stadio dove era diretto, è stata immediatamente adottata a giustificazione di una rappresaglia indegna e insensata. Certo la scarsa chiarezza delle autorità nelle prime ore dell’accaduto, la versione confusa e francamente improbabile dei fatti accreditata dal Questore di Arezzo, non hanno fatto che alimentare la violenza e fornire alibi al branco. Se uno spara in aria e colpisce un uomo, che notoriamente non vola, facilmente ha mirato più in basso. Si era già visto al G8 di Genova con l’omicidio Giuliani che una ricostruzione del genere non paga. Io non so – non ho nemmeno la competenza e gli strumenti per affermarlo - se sia stato giusto che domenica scorsa si sia giocato. Credo che sospendere i campionati a poche ore dal fischio d’inizio delle partite, con i tifosi ormai in viaggio, sarebbe stato forse peggio, perché avrebbe impedito qualsiasi controllo. Di una cosa però sono sicuro: se la polizia deve presidiare un evento sportivo per evitare che gli spettatori si scannino tra di loro o per difendersi a loro volta, se ogni domenica è a rischio, se le forze dell'ordine devono intervenire per sedare scontri addirittura durante Legnano - Pro Patria, è arrivato il momento di fermarsi, di chiudere bottega. Almeno per un po’.

martedì 13 novembre 2007

Cercasi laici (disperatamente)

Agevolazioni fiscali agli enti religiosi/Contrari solamente dodici senatori
Esenzione dall'Ici: l'indagine della Ue procede

di Alessandro Nucara*

"Bisogna rivedere le forme di agevolazioni di attività che hanno un contenuto economico e commerciale. In questo caso è legittimo che queste vengano sottoposte ad un rapporto fiscale alla pari di tutti gli altri contribuenti". Di cosa stiamo parlando? Delle agevolazioni fiscali concesse dal legislatore italiano agli enti religiosi. Il solito polverone sollevato dagli anticlericali radicali, si dirà. Ebbene, ad aver fatto quella dichiarazione è stato l'attuale sottosegretario al ministero dell'Economia, on. Paolo Cento ("La Repubblica", 22 agosto 2007). In seguito, il Presidente della Camera, on. Fausto Bertinotti, all'indomani della conferenza stampa con cui la Commissione europea comunicava l'invio di una richiesta di informazioni allo Stato italiano sui presunti aiuti di Stato concessi agli enti religiosi, dichiarava ("Il Giornale", 30 agosto 2007): "alcuni beni ecclesiastici vanno totalmente esentati" (quelli destinati al culto), "altri accortamente tassati" (quelli che danno rendite).
La laicità dello Stato, abbiamo pensato ad agosto, torna finalmente ad assumere rilievo all'interno del panorama politico italiano e non è difesa solo da Rosa nel Pugno e Partito Repubblicano Italiano.
Il voto del 7 novembre al Senato, purtroppo, ha confermato che la laicità dello Stato nel nostro Paese è un valore primario solo per un'esigua minoranza dei nostri parlamentari. Come era accaduto l'anno scorso, sempre durante la discussione sulla finanziaria, un emendamento volto a concedere l'esenzione dal pagamento dell'ICI solo per gli immobili di proprietà di enti religiosi ed ONLUS non utilizzati, nemmeno parzialmente, a scopi commerciali, è stato bocciato in Senato, con il voto favorevole di solo dodici senatori. Al voto dei senatori socialisti (la parte radicale della Rosa nel Pugno, come si sa, non ha eletto senatori) si è aggiunto, ancora una volta, solo il voto del Partito Repubblicano, nella persona del senatore Del Pennino. Si sono aggiunti, nel voto del 7 novembre, pochissimi altri senatori (il verde Bulgarelli, Furio Colombo e il "dissidente" della sinistra radicale Turigliatto). Dodici senatori! A questo si riduce in Senato l'importanza di un concetto fondamentale come la laicità dello Stato? Dove sono finiti i Verdi di Paolo Cento? E Rifondazione comunista? Evidentemente la laicità dello Stato non rientra nel DNA di certe parti politiche, oppure semplicemente non è da esse ritenuta prioritaria rispetto ad altri valori presuntamente "superiori" (si è letto di un voto di astensione, che al Senato è voto contrario, per "senso di responsabilità"; ci si chiede responsabilità verso chi o verso che cosa).
Il Partito democratico di Veltroni cosa ne pensa? la laicità dello Stato è o non è un valore irrinunciabile per il quale bisogna battersi? Sono domande che un (e)lettore attento deve obbligatoriamente porsi.
Si è letto tanto in questi mesi sulle indagini della Commissione europea a proposito dei privilegi fiscali degli enti religiosi. Purtroppo la disinformazione è stata la caratteristica principale delle dichiarazioni di tanti politici ed alti esponenti degli organi ecclesiali. Sia chiaro una volta per tutte: ciò che è stato denunciato, e su cui la Commissione europea sta indagando, sono i privilegi fiscali relativi alle attività commerciali svolte dagli enti religiosi e dalle ONLUS. Se vi sono delle attività commerciali svolte da tali soggetti, è giusto che siano sottoposte alle stesse norme alle quali sono sottoposti gli altri operatori concorrenti: il diritto comunitario, peraltro, esige l'applicazione della normativa in materia di concorrenza a tutti i soggetti che esercitano attività economica, indipendentemente dalla loro natura giuridica (profit o non - profit). Nessuno sta, dunque, sostenendo che le mense della Caritas siano in concorrenza con i ristoranti (come si è letto in un articolo di "Famiglia Cristiana"), né vi sono "oscure intenzioni" dietro le indagini della Commissione europea (come dichiarava Monsignor Betori, "Libero", 29 agosto 2007). Si chiede semplicemente che un convento adibito per una minima parte ad alloggi per suore o frati e per gran parte ad hotel o bed & breakfast sia soggetto alla stessa imposizione fiscale cui sono soggetti gli hotel di proprietà di enti non religiosi; che una clinica di proprietà di un ente religioso, che fa pagare i propri servizi esattamente come le altre cliniche private, sia sottoposta allo stesso regime fiscale; che una scuola privata di proprietà di enti religiosi, per accedere alla quale si paga una retta, esattamente come per le altre scuole private, paghi le tasse allo stesso modo; e la lista potrebbe continuare. Questo deve chiedere, anzi esigere, chi ha a cuore la laicità dello Stato.
Se non sbagliamo i calcoli, dodici senatori significano circa il 4% del Senato della Repubblica. C'è da chiedersi se solo il 4% della società italiana abbia a cuore la laicità dello Stato e ponga questo principio fondamentale in cima alla scala dei propri valori "politici". Noi crediamo di no; ed è a tutti questi individui non degnamente rappresentati nel nostro Parlamento che si deve rivolgere la nuova Costituente Liberaldemocratica.
P.S. Sarebbe interessante sapere come il governo italiano, dopo questo voto in Senato, intenderà rispondere, nei prossimi trenta giorni, alla nuova ed ulteriore richiesta di informazioni, da parte della Commissione europea, sull'esenzione ICI, così come su altri privilegi fiscali concessi agli enti religiosi ed alle ONLUS.

*avvocato

lunedì 12 novembre 2007

Grandi Vecchi

Il mio amico Carlo mi manda questa nota. Non posso dire di condividere in toto quello che scrive, ma non è necessario essere sempre d’accordo. Personalmente ho molto rispetto per i grandi vecchi del giornalismo, soprattutto di quelli che hanno una memoria storica e ne sono testimoni.


Non amo i grandi vecchi del giornalismo. Penso che a 65 anni, come tutti i lavoratori, anche loro debbano andare in pensione. Invece restano li, attaccati alla macchina da scrivere e soprattutto alle migliaia di euro con cui i loro corsivi vengono strapagati dagli stessi editori che sottopagano giornalisti giovani e bravi con 30 euro per articolo, spesso in nero, quando va bene.
No grazie.
E poi alla fine, quando si diventa vecchi ci si limita a fare morale e si finisce col rompere i coglioni.
Enzo Biagi, ma anche Montanelli, Bocca, Pansa, Romano, Cervi, Scalfari e molti altri…. Quante tirate moraliste, facili con un conto in banca gonfio, e quante ‘giravolte’ di posizioni.
E poi, sempre li a giudicarci, come i preti.
E poi fanno tutti doppio (sono tutti scrittori), triplo (moderano incontri e convegni), quadruplo (intervengono in trasmissioni televisive) lavoro. Per migliaia di euro, naturalmente.
No grazie.
Addio rispettoso a Enzo Biagi, ma il mondo va avanti. E di lui, come di noi tra qualche anno, gli altri sapranno fare senza.

giovedì 8 novembre 2007

Spunti di riflessione

Gli occhi innocenti del diavolo

“….Facciamo appena in tempo a proclamare la rivincita della fisiognomica guardando la foto del romeno violentatore e assassino di Tor di Quinto, con il suo sguardo torvo, i baffi spioventi, la maglia sfilacciata, quand’ecco apparire le foto dei multietnici violentatori e assassini di Perugia (…).
Ci spaventa che il male non abbia un appropriato dress code, una riconoscibile immagine, un codice già decifrato. Che possa essere dovunque e chiunque (…). A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l’ex marito, la mamma. Sono tutti gialli in una stanza chiusa (…). La cronaca nera italiana assomiglia al cinema e alla fiction del paese: due camere, una cucina, un pianerottolo, facce già viste. Quando? Poco fa, salendo in ascensore, scambiando sorrisi e banalità sul clima, il lavoro, gli studi. Non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga, è già sfasciato perché non può contenere l’ubiquità del Male, non ci sono ghetti o frontiere per arginarlo, segnaletiche per essere avvertiti della sua imminenza. Accettarlo è un modo per disattivare l’allarme e accendere l’intelligenza”.

Gabriele Romagnoli, da Repubblica di mercoledì 7 novembre


Se l’uomo topo diventa il signore della paura

“…l’uomo che divide la tana coi topi (dite se questo è un uomo, che vive…) sbuca dal suo buio, aggredisce, strazia, e torna a sprofondare (…). Una preda inarrivabile, una borsetta, una donna, è apparsa al suo sguardo notturno, ed è stata strappata alla vita. Dopo, anche la fila di baracche orripilanti e la comunità di persone disgraziate che non erano lì per ghermire violentare e ammazzare è venuta alla luce, e per il fatto stesso di non essere più invisibile è stata spazzata via. Questa è la verità insopportabile della tragedia romana. Il resto è terribile, ma noto (…).
Il fango dal quale è emerso Mailat non attenua di un millimetro la sua colpa. Ma l’autopsia delle baracche, dei cartoni e le pagine di giornale con le donne nude e le Ferrari rosse, costringe a chiedersi perché persone come lui, a parte il gusto della vita brada, dovrebbero temere la galera. Può darsi che sia tardi. Ma anche se lo fosse, e non restasse che limitare i danni di una esasperazione irreversibile dello spirito pubblico, una frontiera non può essere oltrepassata: quella della responsabilità personale, e del rifiuto di giudizi e misure collettive”.

Adriano Sofri, da Repubblica di mercoledì 7 novembre

martedì 6 novembre 2007

Bertinotti

"Non nego ci sia un problema criminalità legato alla forte affluenza di rumeni in Italia, ma evitiamo un capro espiatorio e spostiamo il dibattito su come nasce la violenza e come si origina". Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ieri sera a 'Otto e mezzo', ha dato l’ennesima prova di essere uno dei pochi osservatori lucidi, in grado di leggere politicamente i fatti e di darne risposte conseguenti, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni. “Capisco che c’è tensione da ruolo, ma quando abbiamo fatto politiche di emergenza – ha ammonito Bertinotti – dopo dieci anni ce ne siamo pentiti. Non dico che non si debba intervenire: ritengo che lo si debba fare per prevenire e reprimere la violenza. E penso che si possa reprimere nel giusto”. Il vero problema, ha provato a ragionare Bertinotti, è “il disfacimento degli elementi che creano una comunità solidale. C’è disattenzione nei confronti della povertà: i campi di Tor di Quinto c’erano anche prima dell’assassinio Reggiani” . Anche per questo – ha aggiunto il presidente della Camera – “ascolto con grande attenzione, pur se non credente, le parole della Chiesa e del Papa che si interrogano su questioni di fondo. La politica deve trovare una sua consistenza tra l'emergenza ed il significato dell'esistenza”. “Nelle baraccopoli se ci sono persone propense al crimine vanno represse. Però bisogna anche sviluppare modelli alternativi come è avvenuto a Pisa, dove oggi, dopo dieci anni, tutti i bambini rom vanno a scuola e agli adulti è stato trovato un lavoro". Bertinotti non si è sottratto nemmeno ad un’autocritica: “la sinistra potrebbe avere sottovalutato il carattere devastante della violenza e di ogni complicità con essa. La colpa? Aver pensato che esiste una violenza buona”.

domenica 4 novembre 2007

Rauss

Nei momenti tragici le parole più sensate arrivano sempre dalle vittime, da chi si porta e si porterà per sempre dentro l’orrore della morte violenta di un proprio caro. “L’assassino avrebbe potuto essere anche un italiano”. Stop, fermi tutti. Si deve rifare la scena. Questa battuta non era prevista nel copione e ha rovinato la sceneggiatura. Lascia perdere i condizionali: qui il mostro è un rumeno, un rom, uno zingaro, uno di quella razza là, insomma, il resto sono solo chiacchiere. Invece no, non sono chiacchiere. Uno Stato è forte se fa rispettare le leggi non se reagisce emotivamente agli avvenimenti per calmare la piazza. Ha ragione Gabriele Polo, direttore del Manifesto, quando scrive: “Forse sarebbero bastati un paio di lampioni su quella strada, per evitare a Giovanna Reggiani il buio e l'orrore in cui è stata trascinata”. Le immagini della stazione di Tor di Quinto le hanno viste tutti. Come tutti hanno visto il rosario di baracche a ridosso del fiume, dove migliaia di persone – persone, non topi – vivono invisibili da anni in condizioni disumane. Da anni, non da ieri, da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea e quei bastardi degli zingari, il copyright è degli ascoltatori di Radio Padania Libera, sono diventati comunitari. Possibile che nessuno ci abbia mai fatto caso, si sia mai chiesto, che so il sindaco, per esempio, l’assessore ai servizi sociali, i vigili urbani: toh guarda quanti accattoni ci sono in giro ultimamente, chissà dove vanno a dormire? Probabilmente – come scrive ancora Polo - “sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana delle periferie per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone”. Le periferie, appunto. Se proprio non vogliamo occuparci degli invisibili del fiume, anche se prima o poi verranno a bussarci alla porta di casa, sarebbe il caso di dare un occhio a quella parte della città che non si chiama centro e che, di solito, è territorialmente più estesa. Più che una stazione romana quella di Tor di Quinto sembra una stazione di Bagdad: mancano solo i cecchini. Certo rimane l’omicidio efferato. Rimane che il colpevole deve essere punito e tutto il resto. La risposta contenuta in un decreto d’urgenza rischia però di trasformare “un delitto individuale – è sempre Polo che scrive - nell'annuncio di un repulisti di massa. E non servirà a salvare altre future vittime (…). Non servirà a cacciare le paure metropolitane e nemmeno - più in piccolo - a conquistare consensi elettorali”.

venerdì 2 novembre 2007

La storia senza aiutini

Allora si può. Allora è possibile fare una televisione lontana dai brunivespa, da Cogne, da Garlasco, dai palombellisotiscrepet, dalle isole, dai lapi, che è visibilmente un ritardato ma l’ordine dato dalla famiglia è di farlo passare per un genio del marketing; una tv dove non si cucina e dove non c’è bisogno degli aiutini perché le domande che pone non hanno premi in palio. La magia l’ha fatta La7, la cenerentola delle tv generaliste, che martedì ha mandato in onda, in diretta e senza interruzioni pubblicitarie (allora si può!), “Il Sergente”, monologo di Marco Paolini, tratto dal capolavoro di Mario Rigoni Stern “Il Sergente nella neve”. Una grande pagina di storia che Paolini ha reso viva dando corpo e voce ai protagonisti, raccontando l’inferno del Don attraverso la quotidianità di quei ragazzi parlanti dialetto veneto, lombardo, bresciano e bergamasco, invasori improbabili, disperati poveri cristi, tanto da suscitare la pietas dei russi, che non negarono all’invasore in fuga una scodella di patate. “Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino”, diceva Pasolini. Ma la notizia ancora più confortante è che l’azzardo di La7 è stato premiato anche dall’Auditel, unico termometro con cui i dirigenti delle televisioni pubbliche misurano la bontà dei programmi (lo stesso fanno anche i privati, ma essendo la loro un’impresa puramente commerciale ne hanno più diritto). Uno spunto di riflessione per chi finora ha difeso il trash sostenendo, per comodità, che la gente (anzi, la gggente) quando è seduta davanti al video vuole solo svagarsi e sognare.