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venerdì 25 ottobre 2019

Il Codice dei Cavalieri di Cristo


C’è il cadavere di un uomo sul monte Pellegrino a Palermo, la gola tagliata e degli strani segni sul petto. A dare l’allarme è Julien Brunner, docente di Geoscienze dell’Università di Losanna, che rilascia la sua deposizione, poi esce dalla Questura e sparisce nel nulla. Il giorno successivo altri due cadaveri, a Cefalù: un uomo e una donna, appartenenti ad una setta esoterica, gli stessi segni sul petto, che si scoprirà poi essere simboli di un alfabeto antichissimo, l’enochiano. Quando gli inquirenti cercano di rintracciare Brunner per capirne di più, scoprono che il professore, di origine portoghese, è in realtà morto il giorno prima di comparire vivo e vegeto sul monte siciliano. Inizia così la nuova indagine del vicequestore Giovanni Barraco, capo della Mobile di Palermo. Un caso che lo porta a Lisbona ad indagare dapprima in un convento – il primo morto era un frate – e poi indietro nel tempo nell’Ordine dei Cavalieri di Cristo, che nella capitale portoghese viene tenuto in vita dai discendente diretti appartenenti alla nobiltà locale, in teoria con l’obiettivo statutario di fare opere di bene, in realtà non tutti in quel consesso la pensano allo stesso modo. Ci saranno altri morti, a partire proprio da uno di questi Cavalieri, in un susseguirsi di colpi di scena orchestrati con maestria e abilità da Carmelo Nicolosi, che vedono il suo Barraco impegnato in una delicatissima partita a scacchi, dove ad ogni mossa si rischia il matto (o il morto): il vicequestore non solo deve sciogliere la matassa sempre più ingarbugliata di un caso internazionale - anche la mafia marsigliese entrerà nel gioco e la storia si intreccerà con un'altra vicenda: il traffico illegale di gioielli dal Congo - ma è costretto a guardarsi le spalle perché nella polizia portoghese c’è chi potrebbe fare il doppio gioco. Per venirne a capo Giovanni Barraco può contare solo sui suoi uomini a Palermo, su Gisella Bruno, che lo raggiungerà a Lisbona, sul tenente Celia Moreira, avvenente collega con la quale nascerà qualcosa di più della semplice colleganza e Paulo Mafra, agente della polizia locale. Barraco alla fine troverà il colpevole, il burattinaio di tutti i morti ammazzati – e sono tanti - ma la cosa interessante è che fino alle ultime pagine non si riesce a capire chi è e perché. E quello che mi sento di dire è che anche il mio amico Carmelo credo l’abbia deciso solo agli ultimi 300 metri. Come in una gara di ciclismo ha portato sul rettilineo finale i 4-5 velocisti più forti, nel nostro caso i papabili colpevoli, e alla fine ne ha scelto uno. Al fotofinish. Inutile dire che lo consiglio.

giovedì 24 ottobre 2019

Non c'è stata nessuna battaglia



Romolo Bugaro, avvocato padovano della mia generazione, l’ho scoperto per caso più di 20 anni fa mentre vagavo per la città del Santo. Presentava ad una festa del libro il suo primo romanzo La brava e buona gente della nazione, finalista del Campiello. Poi l’ho perso di vista. Lo scorso anno ho letto Ragazze del Nordest; Bea vita. Crudo Nordest e Effetto domino. Adesso questo Non c’è stata nessuna battaglia. Le storie di Bugaro sono vere, crude, te le senti addosso: sono quelle della provincia, dove le dinamiche sono uguali ovunque e il disagio è un profumo indelebile sulla pelle. Le amicizie, i bar, i motorini truccati, le compagnie, gli amori, i riti di iniziazione. Qui al centro del racconto, in un flash back amaro e doloroso, ci sono le vite di 5 amici, 4 ragazzi e una ragazza – il vecchio Andrea, Nick The Best One, GMT, Tod e la Canova - le loro ambizioni, le speranze, i tormenti. C’è il mondo dei 15enni della fine degli anni 70, che, come tutti, vivono il per sempre ma finiscono per perdersi, a volte senza volerlo, disegnando una realtà altra, che per qualcuno è un buco nero dal quale non riesce più ad uscire, per altri una nuova possibilità, o forse solo un ripiego. Sullo sfondo, anche se non espresso, c’è quello che avrebbe potuto essere,  che per due dei protagonisti viene riportato a galla dopo 30 anni. Una trasmissione vista in tv e una mail inaspettata, fanno tracimare un fiume di malinconia,  mai verbalizzata, mai elaborata, di una giornata in particolare, da dove tutto è iniziato ed ha finito per segnare i loro destini. Romolo Bugaro è indubbiamente bravo, esce tra l’altro dalla “scuola” di Pier Vittorio Tondelli (Altri libertini; Pao Pao, Rimini; Camere separate), altro autore che mi sento di consigliare.  Chi come me ha superato i 50 ed è nato e vissuto per anni in provincia, può trovare in Non c’è stata nessuna battaglia un po’ della propria adolescenza.


mercoledì 23 ottobre 2019

Lavoro a mano armata


Pierre Lemaitre è un maestro assoluto e “Lavoro a mano armata” è uno dei noir più belli che ho letto. Il tema di fondo è il lavoro: necessario, importante, fondamentale, la vera ragione di vita di ogni essere umano, tanto che quando non c’è più, per tutta una serie di ragioni, nel caso specifico per una ristrutturazione aziendale, anche un uomo come Alain Delambre - colto, sensibile e integerrimo – è disposto ad armarsi per riconquistare quella dimensione personale e sociale che solo il posto fisso sembra dare. La cosa straordinaria di questo romanzo è che cambia registro almeno 4 volte e la storia prende forma su altri percorsi. Alain Delambre ha cinquantasette anni, una moglie e due figlie ormai adulte. Una vita passata a lavorare come responsabile delle risorse umane. Poi la crisi, il licenziamento, la disoccupazione. Si adatta per un po’ a quello che gli viene proposto dall’ufficio collocamento, scivolando però sempre di più nella depressione. Poi, inaspettata, la seconda chance, quella che può ridare un senso a tutto. Per essere assunto Alain deve  superare un test. Deve partecipare da osservatore ad un gioco di ruolo: un finto sequestro di persona, organizzato per mettere alla prova i quadri di una grande azienda. Un’assurdità? Forse. Sua moglie infatti non è d’accordo, ma il signor Delambre non vuole diventare l'ennesima vittima della crisi, vuole lavorare e il lavoro è pronto a prenderselo, se necessario, anche a mano armata. Non rivelo ovviamente il finale. Dico solo che Alain Delambre da osservatore diventa sequestratore vero dei partecipanti al gioco, che viene fermato e arrestato. E che a quel punto inizia un’altra storia. Quella vera.

mercoledì 5 giugno 2019

Per questo mi chiamo Giovanni


Quando frequentavo le scuole medie c’era l’ora di narrativa. Dovevamo leggere un libro, uno all’anno, non ricordo più quali. Si leggeva un po’ in classe, un po’ a casa e se ne discuteva. La scelta dei docenti si orientava su testi che consentissero di fare delle riflessioni di carattere etico e sociale così da fornire gli strumenti critici e far crescere personcine a modo, uno dei compiti secondo me più importanti della scuola. Su invito di un amico, ieri ho letto “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi Garlando, caporedattore della Gazzetta dello Sport. E’ la storia di Giovanni Falcone, raccontata da un padre al figlio Giovanni, appunto, nato il giorno dell’attentatuni, della strage di Capaci. Non so se oggi esiste più l’ora di narrativa, ma sicuramente il lavoro di Garlando sarebbe la lettura ideale per far capire ai ragazzi che il male lo si sconfigge prima di tutto con i comportamenti, che significa rettitudine morale, attenzione all’altro e alla cosa pubblica, ma anche non accettare e denunciare qualsiasi sopruso. Poi c’è la storia affascinante e un po’ romanzata di un uomo straordinario che è diventato patrimonio di tutti solo dopo morto, come spesso accade in questo malandato Paese, storia che aiuta a capire tante cose e comunque, soprattutto per i Millenial, conoscerla male non fa

martedì 28 maggio 2019

La guerra dei nostri nonni

Il libro è di qualche anno fa, ma anche gli avvenimenti che narra non sono recentissimi. La cifra distintiva è che qui non ci sono eroi da venerare, ma uomini e donne, i nostri nonni, contadini e braccianti, mandati al massacro da un colpo di stato che esautorò il Parlamento. Aldo Cazzullo racconta la Grande Guerra attraverso le storie e le vicende delle persone normali, la forza morale di cui furono capaci, protagonisti e vincitori della prima sfida dell’Italia unita, non più solo un nome sulla carta geografica. Senza dimenticare le responsabilità di politici, generali e affaristi che portarono il Paese al massacro, Cazzullo narra questa genesi conducendo il lettore nell’abisso del dolore, in una sofferenza che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare: i mutilati al volto, le decimazioni degli innocenti, l’esercito dei folli, le donne friulane e venete violentate dagli invasori, l’istituto degli “orfani dei vivi”, dove le mamme italiane andavano a vedere di nascosto i piccoli tedeschi, che erano pur sempre loro figli. L’Italia nacque allora – scrive Cazzullo - Nelle trincee. Sul Grappa e sul Piave. Eravamo un popolo giovane. Non ci capivamo neppure tra di noi: ognuno parlava il suo dialetto. Potevamo essere spazzati via, dimostrammo di essere una nazione. Un consiglio di lettura, soprattutto per i più giovani.
 
 

lunedì 27 maggio 2019

Sinistri


antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto, che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo, arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.
“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso
Siamo nel 2023. L’Italia è stata ormai traghettata nella Terza Repubblica. Al governo c’è il Partito della Felicità che ha messo al bando tutte le altre forze politiche in nome di una fantomatica pace sociale. Una “risoluzione programmatica” iniziata qualche anno prima e culminata nel 2019 con l’arresto, la condanna per terrorismo e la sparizione fisica di quella che all’epoca venne ribattezzata la Banda dei Nove: i leader del principale Movimento d’opposizione nato dal blog antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto, che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo, arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.
“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso.antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto, che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo, arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.
“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso


lunedì 13 maggio 2019

La logica della lampara


Non sempre quello che si vede è quello che si vede. A volte è solo apparenza di una verità costruita ad arte. Ci sono due testimoni attendibili che all’alba vedono gettare dagli scogli una valigia trasportata a mano con grande difficoltà. C’è subito appresso una telefonata anonima che denuncia alla polizia un possibile omicidio in una villetta a mare. C’è del sangue in quella casa che corrisponde al sangue trovato nella valigia e soprattutto c’è la ragazza che aveva affittato quella casa che non si trova più: una giovane avvocato occupata del principale studio della città. E guarda caso nella valigia c’è il suo iphone, dal quale la scientifica riesce a recuperare tutto il contenuto: chat, messaggi vocali, immagini e quant’altro sufficienti a chiudere in faccia le porte del carcere, per non aprirle mai più, al titolare dello studio, un notabile in odore di mafia. L’unica cosa che manca è il cadavere, che rimane sullo sfondo, più che in fondo al mare. E questo in un’indagine di omicidio non è indifferente. Troppo semplice comunque, troppo facile per Vanina Guarrasi, vicequestore della Mobile di Catania. Nonostante sia convinta che il grande avvocato mammasantissima la galera la meriterebbe a prescindere, per un’accusa così grave ci vogliono dei riscontri più solidi. E in effetti le cose sono molto più complicate di quanto qualcuno vuol far credere. Anche per questo caso sarà determinante l’appoggio dell’ottuagenario commissario in pensione Biagio Patanè, che già in Sabbia Nera aveva riportato alla luce una storia antica nella quale c’erano i prodromi dell’indagine in vetrina. La verità verrà ricostruita poco alla volta grazie alle intuizioni della Guarrasi e non sarà la verità dell’apparenza. Ecco, io sono ufficialmente innamorato di Vanina Guarrasi e la colpa è di Max di Domenico che conoscendo la mia passione per la Sicilia me l’ha fatta conoscere. Per gli amanti del genere, “La logica della lampara” di Cristina Cassar Scalia è da leggere.