Pierre Lemaitre è un maestro
assoluto e “Lavoro a mano armata” è uno dei noir più belli che ho letto. Il
tema di fondo è il lavoro: necessario, importante, fondamentale, la vera
ragione di vita di ogni essere umano, tanto che quando non c’è più, per tutta
una serie di ragioni, nel caso specifico per una ristrutturazione aziendale,
anche un uomo come Alain Delambre - colto, sensibile e integerrimo – è disposto
ad armarsi per riconquistare quella dimensione personale e sociale che solo il
posto fisso sembra dare. La cosa straordinaria di questo romanzo è che cambia
registro almeno 4 volte e la storia prende forma su altri percorsi. Alain
Delambre ha cinquantasette anni, una moglie e due figlie ormai adulte. Una vita
passata a lavorare come responsabile delle risorse umane. Poi la crisi, il
licenziamento, la disoccupazione. Si adatta per un po’ a quello che gli viene
proposto dall’ufficio collocamento, scivolando però sempre di più nella
depressione. Poi, inaspettata, la seconda chance, quella che può ridare un
senso a tutto. Per essere assunto Alain deve
superare un test. Deve partecipare da osservatore ad un gioco di ruolo:
un finto sequestro di persona, organizzato per mettere alla prova i quadri di
una grande azienda. Un’assurdità? Forse. Sua moglie infatti non è d’accordo, ma
il signor Delambre non vuole diventare l'ennesima vittima della crisi, vuole
lavorare e il lavoro è pronto a prenderselo, se necessario, anche a mano
armata. Non rivelo ovviamente il finale. Dico solo che Alain Delambre da
osservatore diventa sequestratore vero dei partecipanti al gioco, che viene
fermato e arrestato. E che a quel punto inizia un’altra storia. Quella vera. Translate
mercoledì 23 ottobre 2019
Lavoro a mano armata
Pierre Lemaitre è un maestro
assoluto e “Lavoro a mano armata” è uno dei noir più belli che ho letto. Il
tema di fondo è il lavoro: necessario, importante, fondamentale, la vera
ragione di vita di ogni essere umano, tanto che quando non c’è più, per tutta
una serie di ragioni, nel caso specifico per una ristrutturazione aziendale,
anche un uomo come Alain Delambre - colto, sensibile e integerrimo – è disposto
ad armarsi per riconquistare quella dimensione personale e sociale che solo il
posto fisso sembra dare. La cosa straordinaria di questo romanzo è che cambia
registro almeno 4 volte e la storia prende forma su altri percorsi. Alain
Delambre ha cinquantasette anni, una moglie e due figlie ormai adulte. Una vita
passata a lavorare come responsabile delle risorse umane. Poi la crisi, il
licenziamento, la disoccupazione. Si adatta per un po’ a quello che gli viene
proposto dall’ufficio collocamento, scivolando però sempre di più nella
depressione. Poi, inaspettata, la seconda chance, quella che può ridare un
senso a tutto. Per essere assunto Alain deve
superare un test. Deve partecipare da osservatore ad un gioco di ruolo:
un finto sequestro di persona, organizzato per mettere alla prova i quadri di
una grande azienda. Un’assurdità? Forse. Sua moglie infatti non è d’accordo, ma
il signor Delambre non vuole diventare l'ennesima vittima della crisi, vuole
lavorare e il lavoro è pronto a prenderselo, se necessario, anche a mano
armata. Non rivelo ovviamente il finale. Dico solo che Alain Delambre da
osservatore diventa sequestratore vero dei partecipanti al gioco, che viene
fermato e arrestato. E che a quel punto inizia un’altra storia. Quella vera. mercoledì 5 giugno 2019
Per questo mi chiamo Giovanni
Quando frequentavo le scuole medie c’era l’ora
di narrativa. Dovevamo leggere un libro, uno all’anno, non ricordo più quali.
Si leggeva un po’ in classe, un po’ a casa e se ne discuteva. La scelta dei
docenti si orientava su testi che consentissero di fare delle riflessioni di
carattere etico e sociale così da fornire gli strumenti critici e far crescere
personcine a modo, uno dei compiti secondo me più importanti della scuola. Su
invito di un amico, ieri ho letto “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi
Garlando, caporedattore della Gazzetta dello Sport. E’ la storia di Giovanni
Falcone, raccontata da un padre al figlio Giovanni, appunto, nato il giorno
dell’attentatuni, della strage di Capaci. Non so se oggi esiste più l’ora di
narrativa, ma sicuramente il lavoro di Garlando sarebbe la lettura ideale per
far capire ai ragazzi che il male lo si sconfigge prima di tutto con i
comportamenti, che significa rettitudine morale, attenzione all’altro e alla
cosa pubblica, ma anche non accettare e denunciare qualsiasi sopruso. Poi c’è
la storia affascinante e un po’ romanzata di un uomo straordinario che è
diventato patrimonio di tutti solo dopo morto, come spesso accade in questo
malandato Paese, storia che aiuta a capire tante cose e comunque, soprattutto
per i Millenial, conoscerla male non famartedì 28 maggio 2019
La guerra dei nostri nonni
Il libro è di qualche anno fa, ma anche gli avvenimenti che narra non sono recentissimi. La cifra distintiva è che qui non ci sono eroi da venerare, ma uomini e donne, i nostri nonni, contadini e braccianti, mandati al massacro da un colpo di stato che esautorò il Parlamento. Aldo Cazzullo racconta la Grande Guerra attraverso le storie e le vicende delle persone normali, la forza morale di cui furono capaci, protagonisti e vincitori della prima sfida dell’Italia unita, non più solo un nome sulla carta geografica. Senza dimenticare le responsabilità di politici, generali e affaristi che portarono il Paese al massacro, Cazzullo narra questa genesi conducendo il lettore nell’abisso del dolore, in una sofferenza che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare: i mutilati al volto, le decimazioni degli innocenti, l’esercito dei folli, le donne friulane e venete violentate dagli invasori, l’istituto degli “orfani dei vivi”, dove le mamme italiane andavano a vedere di nascosto i piccoli tedeschi, che erano pur sempre loro figli. L’Italia nacque allora – scrive Cazzullo - Nelle trincee. Sul Grappa e sul Piave. Eravamo un popolo giovane. Non ci capivamo neppure tra di noi: ognuno parlava il suo dialetto. Potevamo essere spazzati via, dimostrammo di essere una nazione. Un consiglio di lettura, soprattutto per i più giovani.lunedì 27 maggio 2019
Sinistri
antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto,
che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario
della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo,
arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da
un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un
componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di
potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato
che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per
intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non
lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso Siamo nel 2023. L’Italia è stata ormai traghettata nella Terza Repubblica. Al governo c’è il Partito della Felicità che ha messo al bando tutte le altre forze politiche in nome di una fantomatica pace sociale. Una “risoluzione programmatica” iniziata qualche anno prima e culminata nel 2019 con l’arresto, la condanna per terrorismo e la sparizione fisica di quella che all’epoca venne ribattezzata la Banda dei Nove: i leader del principale Movimento d’opposizione nato dal blog antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto, che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo, arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.
“Sinistri”
non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il
futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve
essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto
che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte,
basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite
Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un
antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e
deriso.antieroi.org. Solo l’ideologo, Adelos, l’uomo senza volto,
che nessuno ha mai visto, sfugge alla cattura. Il 15 maggio 2023, anniversario
della caduta del Movimento, sul tavolo del capo della Polizia, Egidio Servillo,
arriva un plico. Contiene 10 racconti, apparentemente slegati tra loro. Da
un’attenta lettura Servillo capisce però che ognuno si riferisce ad un
componente della Banda. E tutti insieme raccontano a loro volta una storia di
potere, di violenza, di orrore. È evidente che a scriverli non può essere stato
che Adelos. E a quel punto Egidio Servillo ha anche tutti gli elementi per
intuirne l’identità. Ma non è questa scoperta il risvolto più inquietante e non
lo è nemmeno il pericolo del ritorno dei terroristi.
“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso
“Sinistri” non è un libro di fantapolitica. È un romanzo politico appassionante. Anzi, il futuro è solo un pretesto per analizzare la realtà e per dire che non serve essere politologi per capire cosa stiamo vivendo e cosa ci aspetta. Sopratutto che non c’è nulla di nuovo o di clamoroso. Le risposte sono già state scritte, basta leggere appena sotto la superficie. Due parole sugli autori. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Prende il nome dal Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì per essere bastonato e deriso
lunedì 13 maggio 2019
La logica della lampara
Non sempre quello che si vede è quello che si vede.
A volte è solo apparenza di una verità costruita ad arte. Ci sono due testimoni
attendibili che all’alba vedono gettare dagli scogli una valigia trasportata a
mano con grande difficoltà. C’è subito appresso una telefonata anonima che
denuncia alla polizia un possibile omicidio in una villetta a mare. C’è del
sangue in quella casa che corrisponde al sangue trovato nella valigia e
soprattutto c’è la ragazza che aveva affittato quella casa che non si trova
più: una giovane avvocato occupata del principale studio della città. E guarda
caso nella valigia c’è il suo iphone, dal quale la scientifica riesce a
recuperare tutto il contenuto: chat, messaggi vocali, immagini e quant’altro
sufficienti a chiudere in faccia le porte del carcere, per non aprirle mai più,
al titolare dello studio, un notabile in odore di mafia. L’unica cosa che manca
è il cadavere, che rimane sullo sfondo, più che in fondo al mare. E questo in
un’indagine di omicidio non è indifferente. Troppo semplice comunque, troppo
facile per Vanina Guarrasi, vicequestore della Mobile di Catania. Nonostante
sia convinta che il grande avvocato mammasantissima la galera la meriterebbe a
prescindere, per un’accusa così grave ci vogliono dei riscontri più solidi. E
in effetti le cose sono molto più complicate di quanto qualcuno vuol far
credere. Anche per questo caso sarà determinante l’appoggio dell’ottuagenario
commissario in pensione Biagio Patanè, che già in Sabbia Nera aveva riportato
alla luce una storia antica nella quale c’erano i prodromi dell’indagine in vetrina.
La verità verrà ricostruita poco alla volta grazie alle intuizioni della
Guarrasi e non sarà la verità dell’apparenza. Ecco, io sono ufficialmente
innamorato di Vanina Guarrasi e la colpa è di Max di Domenico che conoscendo la
mia passione per la Sicilia me l’ha fatta conoscere. Per gli amanti del genere,
“La logica della lampara” di Cristina Cassar Scalia è da leggere.martedì 26 febbraio 2019
L'unica storia
“Abbiamo quasi tutti
un'unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una
cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo
in altrettante storie. Ma ce n'è una sola che conta, una sola da raccontare, alla
fine”. Questa è la storia d’amore di Paul, studente inglese di 19 anni. Quella con
Susan, 48 anni, madre di famiglia, conosciuta un’estate al circolo del tennis. Con
lei, per lei, Paul impara l’amore per sempre e il suo contrario più doloroso.
Che non è l’odio, ma la consapevolezza che nemmeno un sentimento sconfinato è in
grado di salvare dall’autodistruzione la donna della sua vita: di proteggerla dall’alcol,
dalle bugie e dalle verità nascoste che giorno dopo giorno si sono accomodate
nella loro cucina. Fino allo strazio dell’abbandono, perché per entrambi non
c’è salvezza e per non affogare Paul è costretto a restituirla – restituirla,
fa male solo dirlo - alla sua vecchia famiglia. Paul la sua unica storia la
racconta a distanza di 50 anni, quando i protagonisti sono quasi tutti
scomparsi. Lo fa all’inizio in prima persona, completamente immerso in una dimensione
nuova, fantastica, inebriante, trasgressiva. Passa quindi ad alternare la prima
alla seconda persona quasi volesse raccontare prima di tutto a sé stesso i
fatti e leggerli con maggiore obiettività. Per arrivare poi definitivamente
alla terza, dove l’io narratore scompare e quello che è successo viene
presentato nella sua cruda realtà. Qualcuno ha scritto, e io sono d’accordo,
che come ne “Il senso di una fine”, l’elemento dominante del romanzo di Julian Barnes
è il tempo, che trasforma le persone e i sentimenti, esalta e avvilisce le
relazioni, alimenta e distrugge l’amore. E al concetto del tempo è legata la
funzione della memoria, che permette di rivivere il passato con nostalgia ma
con più equilibrato e corretto distacco. “L’unica storia” non è un romanzo di
iniziazione sessuale: è un approfondito esame dell’animo umano e di come esso reagisce
di fronte ad un sentimento totalizzante, che a volte, come in questo caso, si
presenta nel suo aspetto meno convenzionale. (…) ciascuno ha la propria storia
d’amore. Anche se è stata un fallimento, anche se si è ormai spenta, o non è
mai riuscita a partire, o se fin dal principio era tutta e solo mentale, questo
non la rende meno vera. E’ l’unica storia (…).domenica 24 febbraio 2019
Mio padre è stato anche Beppe Viola
(…) Lì, nella chiesa dove avevo fatto la prima
comunione e la cresima, dove ero andata a confessarmi per tutte le palle che
raccontavo ai miei, o perché giocavo al dottore con Fabio e sapevo bene che era
peccato, in quella chiesa lì, appunto, vidi per la prima volta la cassa da
morto, bella lucida, davanti all’altare. E lì dentro c’era papà. Come fa a
uscire da lì? Fino ad allora per me era morto Beppe Viola, quello della
televisione, quello che fa ridere. Fu solo in quel momento che mi resi conto
che a morire era stato il mio papà, e cominciai a stringere io la mano a Enzo,
e la gola stringeva me, e finalmente avvertii la prima lacrima calda, lenta,
densa e pesante di un dolore e di una solitudine che sarebbero diventati miei
compagni per tutta la vita (…). Fu la mamma, dopo aver lanciato una rosa rossa
nella fossa, sopra la bara, a rompere il silenzio. “Ciao, Peppi”, disse.
L’ultimo loro momento di intimità. Quel “ciao Peppi” lo sento rimbombare dentro
di me, un’eco che non si è ancora placata (…). Non disse addio perché nessuno
di noi era pronto per un addio. Fu semplicemente un ciao, un ci vediamo, un a
dopo. Quasi come una speranza. Un’illusione che questo non fosse altro che uno
di quegli scherzi che ci faceva lui, che poi ricompare e tutti ridiamo come
matti (…).
Marina Viola, la seconda della 4 figlie di
Beppe, a oltre 30 anni dalla morte del padre ha cercato di ricostruirne
l’identità attraverso i racconti degli amici più cari, quelli noti e quelli
sconosciuti: del bar, dell’ippodromo, della strada. L’ha fatto perché quando muore
tuo padre e tu sei ancora una bambina i ricordi con il tempo si affievoliscono e
il rischio è che rimanga solo il mito. Ma anche per lasciarlo finalmente andare
quel papà che è stato anche Beppe Viola. E’ un bel libro questo firmato da
Marina: sull’uomo, sul padre, sul marito, con tutti i suoi pregi e i tanti
difetti. A me manca Beppe Viola, manca tanto, come credo manchi a chi fa il
giornalista. Immagino alle figlie. Non arriverà mai il momento di dirgli addio.
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