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venerdì 15 aprile 2016

Nello

Si chiamava Conelio, ma per tutti era Nello. Era un omone alto e grosso che fino alla fine prematura dei suoi giorni è stato considerato il matto del paese. O uno dei matti, perché di gente stravagante che viveva lì ce n’era parecchia. Comunque. Quando l’ho conosciuto io Nello poteva avere sì e no 40 anni, viveva con i genitori già anziani e passava il suo tempo camminando su è giù per l’allora statale che tagliava in due l’abitato o lungo le vie interne. Mai sul marciapiede, sempre sul ciglio della strada. Ogni tanto si fermava a guardare noi ragazzi giocare a calcio, senza mai dire nulla. Quindi riprendeva la sua marcia, strofinandosi le grandi mani. All’inizio devo dire che Nello un po’ di timore lo incuteva, poi è diventato una presenza normale. Certo noi ragazzi un po’ si rideva, ma mai con cattiveria. Cornelio, l’ho scoperto poi da adulto, era un ragazzo normale, almeno fino al ginnasio, dopodiché è probabilmente caduto in depressione: ha avuto un esaurimento nervoso, come si diceva allora. Ed è diventato Nello, con le sue stranezze, nella sua solitudine. Nel corso degli anni non ha mai modificato di molto le sue abitudini. Al mattino andava a comprare il pane, o meglio: entrava dal panettiere che nel frattempo gli aveva già preparato il sacchetto e lo ritirava, senza fare alcuna coda. Poi macinava chilometri. Lo potevi trovare ovunque. Mio padre, che difetti ne aveva ma non raccontava balle, mi disse un giorno di averlo visto alla periferia di Brescia che risaliva la strada e di essersi fermato per offrirgli un passaggio in auto. Nonostante l’insistenza Nello aveva declinato l’invito. Faccio due passi. Da  Brescia il nostro paese dista 60 chilometri.

All’epoca il punto di ritrovo degli amici di sempre, studenti sfaccendati come il sottoscritto o lavoratori come nella maggioranza, era il bar del  centro sportivo. Pierangelo era vicino di casa di Nello e quell’uomo sempre solo e silenzioso lo incuriosiva. Quando, soprattutto d’estate, arrivava al centro e noi si era lì sotto l’ombrellone a rinfrescarci e a discutere di calcio, di tennis, o di fighe, argomenti di cui avevamo, chi più chi meno, una libera docenza, Pierangelo lo invitava ad unirsi, gli chiedeva se voleva bere qualcosa. Ma nulla. Nello declinava gentilmente, faceva il solito giro e ripartiva per nessuna meta. Ad un certo punto l’abbiamo visto fumare. Un fumo compulsivo: una sigaretta via l’altra, dalla mattina alla sera, la causa poi della sua morte a nemmeno 60 anni.  Un giorno avvenne l’inimmaginabile. Non l’avevamo nemmeno visto arrivare, impegnati com’eravamo nella nostra prolusione giornaliera di schemi, tattica e, logicamente, fighe: Pierangelo, hai una sigaretta. Silenzio. 5,4,3,2,1. Ha parlato. Certo. Eccoti. Anzi, tieni il pacchetto, tanto ne ho un altro. E mi offriresti anche un caffettino? Un caffè per Nello. Da quel giorno la sigaretta e il caffè a Nello sono diventati un rito. Non si è però mai seduto con noi. All’inizio accettava l’offerta solo da Pierangelo, ben presto la necessità della nicotina l’avrebbe costretto a chiedere anche ad altri. In caso di rifiuto, e mi stringeva il cuore quelle volte che mi capitava di assistere, non insisteva: semplicemente si girava e se ne andava.

Nello è stata la prima persona ad entrare nella nuova biblioteca che io e altri due amici avevamo riorganizzato e riaperto in paese. Non so come avesse fatto o scoprirlo, perché non c’era insegna, non era stata fatta alcuna pubblicità se non un passaparola, non c’era stata inaugurazione, l'ingresso non era sulla via principale. Alle 15 di un giorno qualsiasi ho riaperto la porta dopo un lavoro certosino di ricatalogazione e alle 15.05 il primo, ed unico, ad entrare quel giorno è stato Nello. Ha osservato uno per uno gli scaffali dell’unica stanza, ha preso un libro e, dandomi le spalle, ha iniziato a leggerlo. Ho lasciato passare qualche minuto. Se lo vuoi leggere con calma lo puoi portare a casa. Quello o un altro, come vuoi, sono qui per quello. Nello, senza nemmeno guardarmi, mi ha detto una cosa che a distanza di anni mi commuove ancora: anch’io posso prenderlo? Anch'io posso prenderlo. Certo. Anzi sei il primo della nuova gestione e per me è un onore. Non gli ho fatto compilare la scheda, perché sono sicuro che avrebbe rimesso il libro a posto. L’ho fatto io. Questo rimane uno dei ricordi più belli che ho del mio paese.

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