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venerdì 11 marzo 2016

Il campo della chiesolina


Negli anni ‘60 se nascevi nella periferia del mondo non avevi alternative: o giocavi bene a pallone o non eri nessuno. E io, fortunatamente, a pallone giocavo bene. Al campo di fianco alla chiesetta di San Filippo, patrono del paese, che noi monelli, chissà poi perché, chiamavamo chiesolina, di solito ero tra i due che facevano le squadre, o comunque ero sempre la prima scelta di chi vinceva il bim bum bam. Diciamo che gli anni tra il 63 e il 66 sono stati prolifici di ragazzini che ci sapevano fare con il fobal e un paio di noi sono anche finiti in serie A. Comunque non è questo il tema del post. Il tema è il campetto dell’oratorio. Campo a 7 (a stare larghi), dove noi passavamo interi pomeriggi in partite di minimo 2 ore, esclusi i supplementari, fino al chi segna questo vince, inventandoci sfide intestine tra contrada di sopra e contrada di sotto, quando non eravamo impegnati a difendere con orgoglio l’onore del paese contro i coetanei di Piamborno, Esine e Cividate, i paesi limitrofi, a cui ricambiavamo poi la visita a qualche giorno di distanza. Trasferta rigorosamente in bicicletta. Gli accordi su giorno e ora degli incontri venivano presi al telefono da chi all’epoca aveva la fortuna di avere l’apparecchio in casa. Per l’occasione segnavamo anche il campo con la calce, recuperata da un cantiere vicino e apparecchiavamo la porta con la segatura che, già vestiti con le scarpe bullonate, andavamo a prendere con una carriola, sempre del cantiere, nella segheria del padre di uno di noi. Al campo non c’erano spogliatoi a disposizione, quindi si arrivava da casa già in tenuta da calcio. Che poi la tenuta da calcio consisteva in una maglietta più o meno dello stesso colore e i calzoncini, quelli che la mamma non ti aveva lavato. I due lati lunghi del campo erano delimitati da una parte da un muro a secco e da una rete di un paio di metri che si affacciava sulla via che portava alla parte più vecchia del paese, la contrada alta. Dal lato opposto da un altro muro e da una rete che separava il rettangolo di gioco dall’orto sul retro della caserma dei carabinieri e dal cortile di un’altra casa semi abbandonata. In entrambi i casi lo spazio tra il muro e la riga del fallo laterale era largo poco più di un paio di scarpe 42. Uno dei lati corti era protetto da una rete abbastanza alta ma non sufficiente per impedire ad alcuni palloni di andare a finire nella casa dell’invalido (ne ho già parlato in un post passato) e da lì scomparire, malgrado le suppliche e le scuse, o venire restituiti bucati. Di fianco alla casa dell’invalido c’era la mia scuola elementare. L’altro lato corto si apriva invece direttamente sulla facciata di due case: una ospitava al primo piano il bar della signora Rara, l’altra era un casermone abitato solo al 5° e ultimo piano, ma comunque sempre a rischio vetri se la palla andava alta sulla traversa. Già allora, rispetto ai campi degli altri paesi, era una cosa messa lì così, senza tanto senso. Ma era il nostro campo, il nostro San Siro, l’Olimpico, dove, fieri, non permettevamo a nessuno di venire a vincere. La cosa che mi ricordo di più di quelle sfide era il clima che si respirava. Cessavano le rivalità tra contrade e nel Cogno giocavano quelli più bravi, che erano riconosciuti da tutti e senza polemiche. Il campo era la mia vera casa, sin dal mattino. Dalla prima alla quinta, in qualsiasi stagione, con qualsiasi clima, prima di entrare alle 8 si tiravano due calci al pallone che tenevamo gelosamente in classe e all’intervallo delle 10.30 si organizzava la partita. A mezzogiorno suonava la campana e all’una la maggior parte di noi era già al campo pronta per il consueto pomeriggio di calcio. Nell’attesa del numero sufficiente si faceva una partita a biglie in uno degli angoli o si scambiavano le figurine dei calciatori. Oggi quel campo non c’è più. Al suo posto han costruito due villette. La caserma dei carabinieri è diventata un piccolo condominio. Così la scuola elementare. Il bar della Rara è chiuso da tempo. La casa dell’invalido invece è sempre lì. Senza più l’invalido. L’ho scoperto di recente perché al paese vado solo a salutare mia madre e non mi è più capitato di fare a piedi i percorsi della mia infanzia. Non so come dire, ma ho provato un senso di dolore, quasi fisico, la tristezza di una perdita. Un pezzo non banale della mia storia è stato cancellato per sempre. La maggioranza degli abitanti di oggi il campo della chiesolina, la caserma dei carabinieri, le elementari non li hanno mai visti. Del bar della Rara e dell’invalido non hanno probabilmente mai sentito parlare. Dai facciamo una partita. Chi fa le squadre? Bim bum bam. Chi segna questo vince.

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