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giovedì 28 aprile 2016

Ci chiamavamo compagni

Il 28 aprile 1971 usciva in edicola Il Manifesto. Per celebrare questi 45 anni copio il primo editoriale di Luigi Pintor che spiega perché allora aveva senso un quotidiano comunista, come veniva rimarcato fieramente in testata. La prosa oggi può fare un po' sorridere, un po' meno l'analisi politica di un mondo che è sicuramente cambiato in superficie, ma che ha mantenuto se non allargato le diseguaglianze, mettendo all’angolo la speranza e pregiudicando il futuro.
L’ultimo articolo di Pintor si chiudeva invece così: “Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un'altra parola antica che andrebbe anch'essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un'organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un'area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste”,
Luigi Pintor morirà poco dopo, il 17 maggio 2003. Sono passati 13 anni da allora. Siamo ancora fermi lì.


Un giornale comunista


Luigi Pintor

28 aprile 1971
Molti ci hanno domandato in queste settimane a volte con simpatia, altre volte con astio: ma perché fate un giornale quotidiano? Come pensate di riuscirci? E a che cosa potrà servire?
Una nostra risposta a queste domande, ormai, sarebbe inutile e pedante. Una risposta seria potrà venire solo dalla vita stessa di queste quattro pagine, che da oggi non sono più un’idea ma una realtà esposta al giudizio di tutti.
Ma le intenzioni che ci hanno mosso, ad ogni modo, non sono un mistero.
Sono le stesse intenzioni che ci hanno spinto, trenta anni fa, a rompere con la tradizione borghese che ci aveva regalato il fascismo e la guerra. Sono le stesse che ci hanno animato nella lunga milizia nel partito e nella stampa comunista per la rivoluzione italiana.
Sono le stesse che ci hanno fatto vedere nella ribellione operaia e studentesca di questi anni una nuova occasione storica per l’avanzata del comunismo.
C’è chi ama la società in cui viviamo perché è al decimo posto nella produzione industriale mondiale.
Per noi, è una società impastata di sfruttamento e di diseguaglianza, di cui sono vittime milioni di operai di fabbrica, le popolazioni meridionali prive di speranza, le giovani generazioni senza avvenire.
C’è chi giudica democratico lo stato che abbiamo, solo perché non è fascista e non ha cancellato le libertà formali.
Per noi, è uno stato fondato su leggi e strutture repressive dove polizia e istituzioni, scuola e cultura ufficiale, forze politiche e maggioranze al potere, sono modellate per colpire o ingannare gli sfruttati e gli esclusi.
O ancora c’è chi vive a suo agio nel mondo contemporaneo, giudicandolo passabilmente pacifico.
Per noi è invece un mondo odiosamente segnato dal genocidio imperialista, che solo un rilancio del processo rivoluzionario mondiale può mutare.
Se dunque questo giornale dovesse soltanto servire a una protesta, a una battaglia ideale contro l’ordine di cose esistente, già questa non sarebbe una fatica sprecata. In fondo la stampa operaia ha sempre avuto prima di tutto questa funzione: di stabilire una linea di demarcazione, con animo che Gramsci chiamava partigiano, tra chi è contro l’ordine costituito e chi in esso si adagia.
Ma questo non potrebbe bastare.
Il quadro politico che abbiamo oggi di fronte esige molto più di un rifiuto.
E’ aperta nel nostro paese una partita dal cui esito può dipendere la sorte del movimento operaio per un intero periodo storico. Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo, ora, questo giornale.
Tutti ci accorgiamo, ogni giorno, di nuovi pericoli incombenti, di cui la ripresa del teppismo fascista è solo un sintomo. Padroni e governo Agnelli e Colombo, democristiani e presunti socialisti, moltiplicano gli sforzi per chiudere in gabbia il movimento delle masse, intrecciando repressione ed elemosine.
L’imperialismo americano regola il nostro destino, secondo le leggi della divisione del mondo in sfere di influenza.
Il quadro europeo che ci sta attorno è oscurato, come mai nel dopoguerra, dall’involuzione delle società dell’est e dall’azione controrivoluzionaria dei gruppi che vi esercitano il potere.
E sulle grandi organizzazioni del movimento operaio pesa l’antica illusione del riformismo, l’illusione maledetta che cinquant’anni fa condusse a una tragica sconfitta.
Ma anche ci accorgiamo ogni giorno delle grandi possibilità di riscossa esistenti.
Si è da poco celebrata la ricorrenza di una gloriosa insurrezione armata che non ebbe solo una ispirazione antifascista, ma un’ispirazione anticapitalista e rivoluzionaria che ha formato la nostra generazione ed è tuttora viva nella coscienza di grandi masse.
Abbiamo alle spalle un decennio straordinario di offensiva operaia e di rivolta giovanile, che ha dimostrato come le fortezze dell’occidente possono essere prese d’assalto e scosse nelle fondamenta. Ancora oggi duecentomila operai del più grande complesso produttivo nazionale riscendono in lotta contro il vero nemico, contro l’organizzazione capitalistica del lavoro e del consumo. Su scala mondiale, lo scontro di classe non cede il passo né alla ferocia della guerra imperialista né alle insidie della diplomazia delle grandi potenze, e anzi ritrova nuovo alimento nella crescita della rivoluzione cinese.
In questa situazione, noi pensiamo che l’orientamento delle grandi organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia, e per un altro verso i limiti e le divisioni dei gruppi della sinistra, non ridanno la forza necessaria a una prospettiva socialista, e neppure lasciano sperare in un esito vittorioso dello scontro in atto.
Siamo convinti che c’è bisogno e urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra di classe, di un nuovo orientamento strategico complessivo.
Pensiamo che solo per questa via sarà possibile mettere a frutto il patrimonio che le esperienze del passato e del presente hanno accumulato. Perciò ci siamo costituiti in gruppo politico, perciò vogliamo dar vita – con tutte le forze disponibili ma anche con le sole nostre forze – a un movimento politico organizzato come tappa di un processo più generale.
Questo è il nostro programma, e non ci sfiora l’idea che un foglio stampato possa supplire a questo lavoro di costruzione politica.
Ma se questo giornale potrà favorire e accelerare un tale lavoro, offrire uno strumento di conoscenza, di intervento, di mobilitazione, segnare una presenza e stabilire un punto fermo già in questa fase cruciale dello scontro di classe, allora la sua ragione d’essere e la sua verità saranno chiare.
Questo è tutto.
Ed è qualcosa che appare a noi così essenziale che nessun limite, nessun ostacolo e nessun rischio ci è sembrato proibitivo.
Perciò usciamo con solo quattro pagine, senza null’altro che un notiziario politico, senza abbellimenti o manipolazioni, nella persuasione che uno sforzo di semplicità e di chiarezza può valere più di tutto il resto.
Perciò usciamo senza altro denaro che quello che ci è venuto e ci verrà dai compagni e dai lettori, dai quali interamente dipende la vita o la morte di questa impresa.
Perciò ci accontentiamo di forze limitate e inesperte, ma fino in fondo disinteressate e impegnate, scontando difetti e lacune certe.
In fin dei conti, non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo: a una passione militante: a ciò che molti chiamano utopia estremismo e noi fiducia nelle masse e tranquilla coscienza: al sostegno di chiunque riconoscerà in queste pagine un impegno comunista e questo impegno vorrà condividere.

venerdì 15 aprile 2016

Nello

Si chiamava Conelio, ma per tutti era Nello. Era un omone alto e grosso che fino alla fine prematura dei suoi giorni è stato considerato un personaggio, diciamo così, stravagante. Quando l’ho conosciuto io poteva avere sì e no 35 anni, viveva con i genitori e passava il suo tempo camminando su è giù per l’allora statale che tagliava in due l’abitato. Mai sul marciapiede, sempre sul ciglio della strada. Ogni tanto, nel suo girovagare, si fermava a guardare noi ragazzi giocare a calcio, senza mai dire nulla. Quindi riprendeva la sua marcia, strofinandosi le grandi mani. All’inizio devo dire che Nello un po’ di timore lo incuteva, poi è diventato una presenza normale. Certo noi ragazzi un po’ si rideva, ma mai con cattiveria. Cornelio, l’ho scoperto poi da adulto, era un ragazzo normale, almeno fino al ginnasio, dopodiché è probabilmente caduto in depressione. Ed è diventato Nello, con le sue stranezze, nella sua solitudine. Nel corso degli anni non ha mai modificato di molto le sue abitudini. Al mattino andava a comprare il pane, o meglio: entrava dal panettiere che nel frattempo gli aveva già preparato il sacchetto e lo ritirava, senza fare alcuna coda. Poi macinava chilometri. Lo potevi trovare ovunque. Mio padre, che difetti ne aveva ma non raccontava balle, mi disse un giorno di averlo visto alla periferia di Brescia che risaliva la strada e di essersi fermato per offrirgli un passaggio in auto. Nonostante l’insistenza Nello aveva declinato l’invito. Faccio due passi. Da  Brescia il nostro paese dista 60 chilometri.

All’epoca il punto di ritrovo degli amici di sempre, studenti sfaccendati come il sottoscritto o lavoratori come nella maggioranza, era il bar del  centro sportivo. Pierangelo era vicino di casa di Nello e quell’uomo sempre solo e silenzioso lo incuriosiva. Quando, soprattutto d’estate, arrivava al centro e noi si era lì sotto l’ombrellone a rinfrescarci e a discutere di calcio, di tennis, o di fighe, argomenti di cui avevamo, chi più chi meno, una libera docenza, Pierangelo lo invitava ad unirsi, gli chiedeva se voleva bere qualcosa. Nello declinava gentilmente, faceva il solito giro e ripartiva per nessuna meta. Ad un certo punto l’abbiamo visto fumare. Un fumo compulsivo: una sigaretta via l’altra, dalla mattina alla sera, la causa poi della sua morte a nemmeno 60 anni.  Un giorno avvenne l’inimmaginabile. Non l’avevamo nemmeno visto arrivare, impegnati com’eravamo nella nostra prolusione giornaliera di schemi, tattica e, logicamente, fighe: Pierangelo, hai una sigaretta. Silenzio. 5,4,3,2,1. Ha parlato. Certo. Ecco. Anzi, tieni il pacchetto, tanto ne ho un altro. E mi offriresti anche un caffettino? Un caffè per Nello. Da quel giorno la sigaretta e il caffè a Nello sono diventati un rito. Non si è però mai seduto con noi. All’inizio accettava l’offerta solo da Pierangelo, ben presto la necessità della nicotina l’avrebbe costretto a chiedere anche ad altri. In caso di rifiuto, e mi stringeva il cuore quelle volte che mi capitava di assistere, non insisteva: semplicemente si girava e se ne andava.

Nello è stata la prima persona ad entrare nella nuova biblioteca che io e altri due amici avevamo riorganizzato e riaperto in paese. Non so come avesse fatto o scoprirlo, perché non c’era insegna, non era stata fatta alcuna pubblicità se non un passaparola, non c’era stata inaugurazione, l'ingresso non era sulla via principale. Alle 15 di un giorno qualsiasi ho riaperto la porta dopo un lavoro certosino di ricatalogazione e alle 15.05 il primo, ed unico, ad entrare quel giorno è stato Nello. Ha osservato uno per uno gli scaffali dell’unica stanza, ha preso un libro e, dandomi le spalle, ha iniziato a leggerlo. Ho lasciato passare qualche minuto. Se lo vuoi leggere con calma lo puoi portare a casa. Quello o un altro, come vuoi, sono qui apposta. Nello, senza nemmeno guardarmi, mi ha detto una cosa che a distanza di anni mi commuove ancora: anch’io posso prenderlo? Anch'io posso prenderlo. Certo. Anzi sei il primo della nuova gestione e per me è un onore. Non gli ho fatto compilare la scheda, perché sono sicuro che avrebbe rimesso il libro a posto. L’ho fatto io. Questo rimane uno dei ricordi più belli che ho del mio paese.

giovedì 31 marzo 2016

Nonni


I nonni della casa di riposo hanno sempre gli occhi bassi. Non penso lo facciano perché per la maggior parte sono costretti in carrozzina, e la loro prospettiva visiva ne risulta condizionata. Sono più propenso a credere che sia dignità la loro: la volontà di tenere per sé la tristezza e il peso di una sconfitta, ancora più della consapevolezza di vivere un ultimo tempo, scandito dalla monotonia di gesti sempre uguali e da un’ineluttabilità maligna e perversa, che ogni giorno bussa alla porta per portarsi via qualcuno, il compagno o il vicino di stanza. Hanno quasi tutti figli questi nonni, che hanno cresciuto probabilmente con sacrificio. Hanno nipoti, che spesso hanno accudito meglio di quanto hanno fatto con i figli, e al posto loro. Figli e nipoti a cui hanno voluto e continuano a voler bene. Lo si legge negli sguardi di quei pochi che hanno il piacere di una visita non di cortesia.  A volte mi trovo a incrociare qualcuno di questi figli e nipoti e a sentire le conversazioni, meglio: ne ascolto i silenzi. E’doloroso pensare di non aver nulla da dire ad un genitore, ad un nonno, non avere un argomento che possa fargli dimenticare per un’ora la violenza dell’abbandono. Vergogna? E’ il minimo che possa capitare. Del resto ognuno alla fine deve fare i conti con la propria coscienza. Di una cosa sono sicuro. Tutti  questi parenti non sapranno mai cosa si stanno perdendo.

sabato 19 marzo 2016

Auguri papà


Durante i primi mesi della sua malattia ci vedevamo con mio padre almeno una volta alla settimana. Mia sorella lo accompagnava in ospedale ed io passavo del tempo con lui nella sala d’aspetto del Day Hospital, in attesa che venisse visto dal medico. L’appuntamento era tassativamente per tutti i pazienti alle 7.30 per il prelievo del sangue. Dopodichè, il passaggio in ambulatorio, con il verdetto sul fixing dei globuli bianchi e la chiacchiera con il dottore, veniva stabilito in base a criteri rigidi: prima chi doveva essere sottoposto a chemioterapia, poi le situazioni più critiche, a valle tutti gli altri. Questo significava che se quella settimana eri considerato alla stregua di un codice bianco potevi stare ad aspettare il tuo turno anche fino alle 14. Un sollievo, in senso assoluto, una passione dover stare più di 6 ore seduti su sedie di plastica. Quel periodo rientra comunque tra i ricordi più piacevoli. Papà tutto sommato non stava malissimo, sembrava che dopo una prima fase critica, i medici avessero finalmente trovato la cura giusta: un vecchio chemioterapico orale che non solo gli aveva stabilizzato il numero dei globuli bianchi, ma gli aveva ridato fiato e appetito. Il cammino, gli era stato detto dal primario, sarebbe stato lungo. In ogni caso non c’era da temere: sarebbe tornato ad una vita accettabile. Di più, nessuno poteva dire di cosa sarebbe morto, perché tutti si muore prima o poi: sicuramente però non di quella malattia che aveva in corpo e che alla prima diagnosi era stata identificata come una mastocitosi. Una bella iniezione di fiducia, no? Di quel periodo ricordo le chiacchierate e il suo sorriso quando arrivavo.  Riponeva gli occhiali, chiudeva il giornale e iniziava a parlare. Parlava dell’ultimo libro letto, del suo orto, sempre con molto orgoglio, e delle bocce, la passione di un tempo.  Era capace di raccontarti partite, tornei interi, accosto dopo accosto, spigandoti la scelta tattica di ogni singola giocata, quelle degli avversari di turno, in un crescendo epico anche fisico e gestuale. Molti di quegli aneddoti li avevo già sentiti, a volte con le stesse parole. In quei momenti però non si ricordava che era in ospedale. E soprattutto del perché era lì.
Auguri papà. Sono passati più di dieci anni da quando te ne sei andato ma non passa giorno senza pensarti.


venerdì 11 marzo 2016

Il campo della chiesolina


Negli anni ‘60 se nascevi nella periferia del mondo non avevi alternative: o giocavi bene a pallone o non eri nessuno. E io, fortunatamente, a pallone giocavo bene. Al campo di fianco alla chiesetta di San Filippo, patrono del paese, che noi monelli, chissà poi perché, chiamavamo chiesolina, di solito ero tra i due che facevano le squadre, o comunque ero sempre la prima scelta di chi vinceva il bim bum bam. Diciamo che gli anni tra il 63 e il 66 sono stati prolifici di ragazzini che ci sapevano fare con il fobal e un paio di noi sono anche finiti in serie A. Comunque non è questo il tema del post. Il tema è il campetto dell’oratorio. Campo a 7 (a stare larghi), dove noi passavamo interi pomeriggi in partite di minimo 2 ore, esclusi i supplementari, fino al "chi segna questo vince", inventandoci sfide intestine tra contrada di sopra e contrada di sotto, quando non eravamo impegnati a difendere con orgoglio l’onore del paese contro i coetanei dei centri limitrofi, a cui ricambiavamo poi la visita a qualche giorno di distanza. Trasferta rigorosamente in bicicletta. Gli accordi su giorno e ora degli incontri venivano presi al telefono da chi all’epoca aveva la fortuna di avere l’apparecchio in casa. Per l’occasione segnavamo anche il campo con la calce, recuperata da un cantiere vicino e apparecchiavamo la porta con la segatura che, già vestiti con le scarpe bullonate, andavamo a prendere con una carriola, sempre del cantiere, nella segheria del padre di uno di noi. Al campo non c’erano spogliatoi a disposizione, quindi si arrivava da casa già in tenuta da calcio. Che poi la tenuta da calcio consisteva in una maglietta più o meno dello stesso colore e i calzoncini, quelli che la mamma non ti aveva messo a lavare nel frattempo. I due lati lunghi del campo erano delimitati, da una parte da un muro a secco e da una rete di un paio di metri che si affacciava sulla via che portava alla parte più vecchia del paese, la contrada alta. Dal lato opposto da un altro muro e da una rete che separava il rettangolo di gioco dall’orto della caserma dei carabinieri e dal cortile di un’altra casa semi abbandonata. In entrambi i casi lo spazio tra il muro e la riga del fallo laterale era largo poco più di un paio di scarpe 42. Uno dei lati corti era protetto da una rete abbastanza alta ma non sufficiente per impedire ad alcuni palloni di andare a finire nella casa dell’invalido (ne ho già parlato in un post passato) e da lì scomparire, malgrado le suppliche e le scuse, o venire restituiti bucati. Di fianco alla casa dell’invalido c’era la mia scuola elementare. L’altro lato corto si apriva invece direttamente sulla facciata di due case: al primo piano di una c'era il bar della signora Rara, l’altra era un casermone abitato solo al 5° e ultimo, ma comunque sempre a rischio vetri se la palla sorvolaba la traversa, come dicevano i cronisti di Tutto il calcio minuto per minuto. Già allora, rispetto ai campi degli altri paesi, era una cosa inguardabile, senza tanto senso. Ma era il nostro campo, il nostro San Siro, l’Olimpico, dove, fieri, non permettevamo a nessuno di venire a vincere. La cosa che mi ricordo di più di quelle sfide era il clima. Cessavano le rivalità tra contrade e nel Cogno giocavano quelli più bravi, che erano riconosciuti da tutti, senza polemiche. Il campo era la mia vera casa, sin dal mattino. Dalla prima alla quinta, in qualsiasi stagione, con qualsiasi clima, prima di entrare alle 8 si tiravano due calci al pallone che tenevamo gelosamente in classe e all’intervallo delle 10.30 si organizzava la partita. A mezzogiorno suonava la campana e all’una la maggior parte di noi era già al campo della chiesolina pronta per il consueto pomeriggio di calcio. Nell’attesa del numero sufficiente si faceva una partita a biglie in uno degli angoli o si scambiavano le figurine dei calciatori. Oggi quel campo non c’è più. Al suo posto han costruito due villette. La caserma dei carabinieri è diventata un piccolo condominio. Così la scuola elementare. Il bar della Rara è chiuso da tempo. La casa dell’invalido invece è sempre lì. Senza più l’invalido. L’ho scoperto di recente perché al paese vado solo a salutare mia madre e non mi è più capitato di fare a piedi i percorsi della mia infanzia. Non so come dire, ma ho provato un dolore quasi fisico, la tristezza di una perdita. Un pezzo non banale della mia storia era stato cancellato per sempre. La maggioranza degli abitanti di oggi il campo della chiesolina, la caserma dei carabinieri, le scuole elementari non li ha mai visti. Del bar della Rara e dell’invalido non hanno probabilmente mai sentito parlare. Dai facciamo una partita. Chi fa le squadre? Bim bum bam. Chi segna questo vince.

sabato 30 gennaio 2016

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti e bisognerebbe pensare a quello che si dice, al dolore che si può procurare con i propri pregiudizi, gli egoismi, le chiusure becere al dialogo, al confronto delle idee, semplicemente perché ci si arroga il diritto di accomodarsi sempre dalla parte del giusto, per potere o religione. Ricopio Michele Serra perchè quello che scrive sull'argomento mi sembra meraviglioso.


"Per avere definito "feccia" Carlo Giuliani, il ragazzo di Genova ucciso da un suo coetaneo in divisa mentre lanciava un estintore contro un gippone dei carabinieri, un ex senatore di Alleanza nazionale è stato condannato a congruo risarcimento. È una buona notizia. Delle proprie parole bisogna essere responsabili: specie di quelle che versano acido sul dolore altrui. Giuliani non era un criminale né un rifiuto della società (come il termine "feccia" vuole intendere). Era un ragazzo incazzato per l'andazzo delle cose, e incazzarsi per l'andazzo delle cose è sovente una qualità tipica dell'essere un ragazzo. Se in tanti hanno chinato il capo di fronte alla sua morte, è perché in tanti non hanno dimenticato di avere avuto vent'anni. Perfino un adulto di estrema destra, come la persona condannata ieri, dovrebbe essere nelle condizioni (umane ben prima che politiche) di capirlo. Né feccia né eroe, Giuliani è stato spesso trattato come un farabutto che se l'è cercata o come un modello da emulare. Credo che siano entrambe distorsioni puerili che fanno torto alla sua vita e alla sua morte. Non si lanciano estintori contro i gipponi; non si spara ai manifestanti. Si tratta di due torti (il secondo più grave del primo) ma sono stati trattati come due ragioni per pura cecità politica. Se si dovesse piangere solo per gli eroi, avremmo gli occhi quasi sempre asciutti".

mercoledì 13 gennaio 2016

Mia bu du (2)


Claudio era il più bravo. Infatti arrivava sempre con soltanto una biglia in tasca. E se malauguratamente capitava che la perdesse se ne faceva prestare un’altra da uno di noi e immancabilmente iniziava la raccolta. In verità capitava raramente, non solo che perdesse ma anche che qualcuno fosse disposto a confrontarsi con lui. Inutile dire che io non mi tiravo mai indietro: vedere giocare Claudio, che era un po’ più grande di me e di tutti i miei sodali delle biglie (o cicche, nell’idioma autoctono) era uno spettacolo. In ogni caso delle biglie perse mi sarei rifatto in seguito con i miei pari. Poi, vuoi mettere vincere una biglia a Claudio: diventavi l’eroe di giornata e quella biglia, che era stata nelle mani del campione del me paes, era un trofeo da esibire e da utilizzare nelle partite successive, per sfruttarne la magia. Ognuno di noi aveva una biglia preferita, con la quale giocava: in caso di perdita consegnava all’avversario una di quelle di scorta che teneva in tasca. Ogni tanto qualcuno arrivava con la marmorina, la regina delle biglie: bianca, con sfumature di colore, che logicamente non veniva mai messa in palio dal proprietario, almeno fino a quando rimaneva a secco. Solo allora, a fronte di minimo 10 ciccate, in caso logicamente di partita testa a testa, la mitica marmorina poteva passare di mano. La mia biglia portafortuna aveva sfumature arancioni e me la son sempre tenuta, anche perché non faceva gola a nessuno. Il campo di gioco preferito era ai margini del piazzale della grande fabbrica dove lavoravano tutti i nostri genitori, poco prima del canale che scorreva a fianco della parete sud del cotonifico e degli orti, a disposizione dei residenti nelle case operaie, dove sempre i nostri genitori coltivavano la verdura e allevavano galline e conigli. Approfittando di una riasfaltatura avevamo scavato una piccola buca che, come dicevo nella puntata precedente, rappresentava il cuore del gioco, l’abbrivio di tutto, in un certo senso metafora della vita, ma all’epoca non arrivavo a tanto. E fortunatamente questo potrebbe rappresentare un’attenuante. Quella era la buca per antonomasia. A cicche si giocava lì. Il campo principale, il Maracanà, il Bernabeu delle biglie era il piazzale dell’Olcese. Lì venivano i bambini da tutte le contrade, persino dall’estremo Nord, dalla località Prada, terra di nessuno tra i paesi di Cogno e di Cividate. Arrivavano in bici e comunque giocavano sempre fuori casa. I padroni del campo eravamo noi delle case operaie. E Claudio era uno dei nostri.

(Continua)