Ciao bresà,
l’è el tò sindec ch’el te parla. Vulie dat ena bela nutisia, te lie ‘mprumitit ‘sta primaera en campagna eletoral, te se regorderè. Se st’an ‘l tè nasit ‘n s-cet o ‘na s-ceta (perché noalter del pidielle ‘n fa mia diferense), ma anche l’an che e, quindi dat de fa, te podet egner ‘n cumù per ritirà el bonus bebè de mile euro (per s-cet). L’importante però l’è che te o tò moer - perché te ghe de eser spusat, se mia en cesa perlomeno ‘n cumù, perchè noalter del pidielle ‘n vol mia mescioc – tè o tò moer ghif de eser bresà. Per noalter la brescianità, l’alpinità è valori ‘mpotanc che negher o estracomunitari i pol mia conoser e perciò i gha mia dirito, che già ‘n ghe dà i servisi sociali, i asili ecetera ecetera. Ah, see dre a desmentegam: ‘l bonus tel do se te guadagnet apena 80 o 90 mila euro l’an, mor or les i dis i ‘ngles, chen bresà el vol dì pio o meno.
Alura te spete, se edom en cumù.
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lunedì 24 novembre 2008
sabato 15 novembre 2008
Cartellini rossi
Mi piacerebbe che in Italia ci fosse un grande partito laico e di sinistra, con una classe dirigente che si fa carico delle istanze della base su principi condivisi. Personalmente non credo tanto nella democrazia interna, non mi piacciono perlomeno i partiti che hanno diverse anime, per cui ci sono quelli di centrosinistra, quelli di sinistracentro, di sinistrasinistracentro e di centrocentrosinistra ecc. ecc.. Dove tutti si sentono in diritto di dire, puntualizzare, rettificare, polemizzare, spesso mettendo in difficoltà il segretario che dovrebbe rappresentare politicamente la posizione unitaria del partito. Per farla breve: le discussioni si fanno in sezione, per utilizzare un termine forse obsoleto, e all’esterno si arriva con una piattaforma (altro termine obsoleto) condivisa. Chi non è d’accordo o non si sente rappresentato può prendere cappello e andare via. Chi continua nei distinguo dopo la sintesi raggiunta è un provocatore e va espulso. Se però il problema è che non c’è una sintesi, ma anche… allora è un altro paio di maniche.
ELUANA: SETTE SENATORI PD, NON C'E' SOLO DDL MARINO ROMA (ANSA) - ROMA, 14 NOV - "Sulle dichiarazioni anticipate di fine vita il Partito Democratico non ha un'unica posizione". Lo dichiarano i senatori del PD Emanuela Baio, Daniele Bosone, Mauro Del Vecchio, Claudio Gustavino, Luigi Lusi, Paolo Rossi, Paolo Giaretta. "Oltre al testo del sen. Ignazio Marino - continuano i senatori del PD - esistono altri ddl, tra cui il nostro, che propone un punto di vista diverso rispetto a quello del collega. Per noi la vita è un bene indisponibile, come sostiene anche la Costituzione. Ogni giorno contribuiamo, come altri, con idee, valori, storia e cultura personali, alla costruzione del Pd: in esso ci riconosciamo e ci sentiamo parte integrante. Proprio per questo la nostra posizione non è seconda ad altre, soprattutto su temi eticamente sensibili". "Ci stupisce - concludono i senatori - dover ogni volta precisare e ribadire che il Partito Democratico si basa su un pluralismo di valori tale che ogni posizione ha la stessa dignità delle altre, compresa quella che difende la vita, dall'inizio alla sua fine. Spiace anche che ieri sera, durante la trasmissione Porta a Portà, il nostro pensiero non sia stato adeguatamente rappresentato, rischiando di apparire come isolato all'interno del partito. C'é amarezza: argomenti così rilevanti come 'il fine vita' vedranno sempre presenti e attenti, noi e molti altri con noi, nel portare avanti sino in fondo e con ogni energia possibile la battaglia in Parlamento". (ANSA).
ELUANA: SETTE SENATORI PD, NON C'E' SOLO DDL MARINO ROMA (ANSA) - ROMA, 14 NOV - "Sulle dichiarazioni anticipate di fine vita il Partito Democratico non ha un'unica posizione". Lo dichiarano i senatori del PD Emanuela Baio, Daniele Bosone, Mauro Del Vecchio, Claudio Gustavino, Luigi Lusi, Paolo Rossi, Paolo Giaretta. "Oltre al testo del sen. Ignazio Marino - continuano i senatori del PD - esistono altri ddl, tra cui il nostro, che propone un punto di vista diverso rispetto a quello del collega. Per noi la vita è un bene indisponibile, come sostiene anche la Costituzione. Ogni giorno contribuiamo, come altri, con idee, valori, storia e cultura personali, alla costruzione del Pd: in esso ci riconosciamo e ci sentiamo parte integrante. Proprio per questo la nostra posizione non è seconda ad altre, soprattutto su temi eticamente sensibili". "Ci stupisce - concludono i senatori - dover ogni volta precisare e ribadire che il Partito Democratico si basa su un pluralismo di valori tale che ogni posizione ha la stessa dignità delle altre, compresa quella che difende la vita, dall'inizio alla sua fine. Spiace anche che ieri sera, durante la trasmissione Porta a Portà, il nostro pensiero non sia stato adeguatamente rappresentato, rischiando di apparire come isolato all'interno del partito. C'é amarezza: argomenti così rilevanti come 'il fine vita' vedranno sempre presenti e attenti, noi e molti altri con noi, nel portare avanti sino in fondo e con ogni energia possibile la battaglia in Parlamento". (ANSA).
giovedì 6 novembre 2008
Il dito e la luna
Ieri il titolo di prima del Manifesto, la Casa Bianca sullo sfondo, era: Indovina chi viene a cena. Oggi Berlusconi dice di Obama che è bello, giovane e abbronzato. Il primo, il Manifesto, rischia di scomparire perché il ministro Tremonti nella manovra d’agosto ha previsto la cancellazione del finanziamento pubblico all’editoria politica e cooperativa (dovrebbe però esserci una moratoria, speriamo) in singolare sintonia peraltro con il punto C del «Piano di rinascita nazionale» di Licio Gelli, che testualmente recita: «Stampa - Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari». Il secondo, Berlusconi, è il presidente del consiglio. Detto questo, ritengo inutile l’indignazione dell’opposizione (l’opposizione?) sull’argomento. La gaffe si commenta da sola, che bisogno c’è di pretendere scuse o contrizioni di vario tipo? Se la paura è di andare incontro ad un incidente diplomatico, credo che il Pd possa dormire tranquillo: l’America con quello che pensa o dice l’Italia ci si pulisce il culo, l’ha fatto con il Cermis e l’omicidio Calipari, figuratevi con le battute del capocomico del Bagaglino. Non ho invece visto, purtroppo, prese di posizione o commenti in merito alla notizia riportata oggi da Repubblica, della giovane precaria incinta denunciata per aver rubato della carne alla Standa. Erano mesi che non ne mangiava perchè non poteva permettersi di acquistarla, avrebbe confessato tra le lacrime. Se qualcuno, pacatamente, se ne volesse occupare. Per la ragazza ma anche per chiedere al direttore del supermercato, che tanto sollecitamente ha chiamato le guardie, come mai l’ammontare del bottino, tre confezioni di carne non di primissima scelta e alcune di affettati, era di 67 euro, 130 mila lire. Servirebbe quantomeno a stabilire chi è il ladro. E’ vero che gli zingari rubano, mai però quanto i domiciliati a Montecarlo. Lo scrive Stefano Benni in Margherita Dolcevita e io sono d’accordo con lui.
martedì 21 ottobre 2008
Malattia di bandiera
In Italia se qualche coglione rimane appeso a una cazzo qualsiasi di montagna nel luogo più sperduto del globo terracqueo, che impari a conoscerne l’esistenza giusto perché il coglione di cui sopra non è più capace di tornare indietro in autonomia, si mobilita la qualsiasi per riportarlo a casa. Si scatena una corsa agli aiuti che tu, nel senso di io, arrivi anche a pensare ci sia qualcosa di un po’ morboso in questa corsa, sempre a favore di telecamera. Poi pensi che è la tua, nel senso di mia, idiosincrasia al buonismo, a darti fastidio e tutto sommato, pensi anche: se dovesse capitare a me, che magari non sto scalando una montagna, perché di scalare una montagna non mi è mai passato per la testa, ma magari sono solo a Brindisi, tanto per dire, e mi serve di essere aviotrasportato, che so, a Milano, perché mi è successo un incidente, che può capitare a tutti, avendo peraltro la franchigia di non essermelo andato a cercare, ecco, se dovesse succedermi qualcosa ho la certezza che il mio Paese non mi abbandonerà. E mentre lo pensi ti ritrovi in piedi, se sei seduto, petto in fuori, testa alta, nella posizione del saluto alla bandiera con una mano sulla fronte, come quando ti ripari dal sole, o sul cuore. Invece no. Se sei un Mario Rossi qualsiasi, ma poi perché si dice sempre Mario Rossi, che se per caso ti chiami Mario Rossi ti tocca girare costantemente con le mani sui dondolandi, se sei Mario Rossi, abiti in una città del nord e sei in vacanza a Brindisi, sempre tanto per dire, e ti capita improvvisa, perché è sempre improvvisa, un’emorragia cerebrale, mani sui dondolandi, col cazzo che qualcuno viene a prenderti. Te ne stai in un ospedale a 1000 e passa chilometri da casa, dove ti salvano la vita, ma a un certo punto ti dicono, lo dicono ai parenti, perché tu, nel senso di Mario Rossi, non sei in grado di interagire: guardate che se volete portare Mario Rossi in un ospedale più vicino adesso è possibile. Preferibilmente in aereo perché 10-12 ore in ambulanza non è come fare il giro dell’orto! Non dicono così perché a Brindisi probabilmente si farà una metafora diversa, ma il senso è quello. Allora tu che sei parente di Mario Rossi dici: va bene, grazie e ti dai da fare. Perché tu a Mario Rossi vuoi un bene dell’anima, ma hai dovuto mollare il lavoro e tutto il resto per assisterlo e se riesci a portarlo in una struttura della tua città, magari qualche aiuto in più ce l’hai, amici, parenti eccetera eccetera. Scopri così che solo Alitalia può fare questi trasporti e già lì la mano scatta anche a te istintivamente sui dondolandi. Chiami Alitalia e ti ritrovi in un blob, in un gioco di rimandi allucinante, perché nessuno è competente di, o è competente solo fino a, e comunque, per farla breve, non ci sono voli dedicati, perché i voli, essendo di linea, si fanno solo se c’è il numero minimo di passeggeri e quindi Alitalia ti prenota sul volo AZ eccetera eccetera, ma si riserva di confermartelo 48 ore prima della partenza. Chiami lunedì e ti dicono che ti schedulano sul volo di giovedì e tu, che non sei mai stato schedulato, forse alla visita militare, ma non ricordi, capisci che prendi l’aereo e non stai tanto a cinquantare. Poi però martedì ti dicono che, purtroppo, forse sabato, ma che non dipende da quello che parla perché lui è competente solo fino a... e allora tu gli chiedi: mi dica per favore chi è più competente di lei, con rispetto parlando s’intende, e quello ti da il numero del più competente del competente che, quando ci riesci a parlare, ti dice che purtroppo l’aereo ci sarebbe ma non c’è la barella. E dov’è la barella? A Roma. Ma scusi da giovedì a sabato la barella da Roma viene giù anche a spinta visto che ha le rotelle: se magari la caricate su un aereo è un attimo. Ci vuole il telex. E chi fa il telex? Non è di mia competenza. Quindi c’è un competente più competente del più competente. E chi è questo super competente? L’ufficio barelle di Roma. Mi dia il numero dell’ufficio barelle. Non è di mia competenza. A quel punto tu cosa fai? Provi a chiamare il pronto soccorso di Fiumicino, gli spieghi la situazione e gli dici se per cortesia in via eccezionale ti possono dare l’interno dell’ufficio barelle. Certo. Ma all’ufficio barelle non risponde nessuno. In preda alla disperazione continui la ricerca su google e ti imbatti in un numero di telefono e visto che tanto non costa niente provare... ti risponde una voce di donna gentile che ti ascolta mentre le dici, guardi non so se ho fatto il numero giusto ma non so più a chi rivolgermi e lei ti dice: vedo come posso aiutarla, il medico aeronautico sta visitando ma non si preoccupi, la faccio richiamare. E il medico aeronautico dopo un paio d’ore ti richiama davvero e non solo ti ascolta ma ti dice tante cose, compresa quella più importante: mi informo io all’ufficio competente, vedrà che una soluzione la troviamo. E tu all'inizio pensi, ok riprendiamo la solita trafila, ma perlomeno ho trovato una persona disponibile e umana in questa merda assoluta. E invece dopo nemmeno un’ora squilla il cellulare ed è l’ufficio competente che ti dice che c’è il volo, c’è la barella e sabato Mario Rossi può partire. Tutte queste telefonate le abbiamo fatte mio cognato ed io che siamo due mastini, soprattutto mio cognato, e l’assicurazione che copriva il viaggio di Mario Rossi, ma mi chiedo: se questa cosa fosse successa ad un Mario Rossi che conta ancora meno di noi che contiamo un cazzo, o che era a Brindisi per i fatti suoi e non con un viaggio organizzato, cosa sarebbe successo? Il signore a cui sarò infinitamente grato si chiama Baretti. Dottor Baretti.
venerdì 19 settembre 2008
Dai tortelli alle torte
Ricevo da Carlo
E pensare che l'ho visto da vicino, Roberto Colannino. Era uno degli ultimi due sabati di agosto, in una trattoria nel mantovano, sulle colline moreniche, con la moglie. Sembrava proprio una persona normale. Camicia azzurra con maniche rivoltate, pantalone grigio un po' sciatto con le pieghe sul culo (faceva caldo, basta poco). Lei no, le mogli sono sempre un passo avanti, elegante sobria, sorridente. Belli, una bella copia di anziani, che con 30 euro a testa, una volta al mese, il sabato, possono permettersi anche la trattoria. Invece no. Probabilmente quella sera, prima di andarsene su una Mercedes ML 400 blu, era già tutto pronto. Il piano Alitalia, l'accordo con Berlusconi, con le banche. Davanti a un bel piatto di tortelli di zucca, al gelato e a un buon vino bianco della zona, nonno Roberto parlava con la moglie non solo del figlio e del nipotino, ma anche di affari veri, di soldi veri. Tanti, tanti che uno normale non li ha mai visti. Parlava di tagliare gli stipendi ai dipendenti dell'Alitalia, poi di licenziarne 5 mila, poi di assorbire Air One (che funziona bene, finora). Non certo di come andare a riprendere i milioni e milioni gettati per pagare chi in questi 30 anni ha fatto fallire la compagnia. Manager, amministratori, politici, amici degli amici. Milioni che potrebbero essere utilizzati almeno per lasciare gli stipendi di chi lavora così come sono. Non mi sembra che abbiano chiesto altro.
E pensare che l'ho visto da vicino, Roberto Colannino. Era uno degli ultimi due sabati di agosto, in una trattoria nel mantovano, sulle colline moreniche, con la moglie. Sembrava proprio una persona normale. Camicia azzurra con maniche rivoltate, pantalone grigio un po' sciatto con le pieghe sul culo (faceva caldo, basta poco). Lei no, le mogli sono sempre un passo avanti, elegante sobria, sorridente. Belli, una bella copia di anziani, che con 30 euro a testa, una volta al mese, il sabato, possono permettersi anche la trattoria. Invece no. Probabilmente quella sera, prima di andarsene su una Mercedes ML 400 blu, era già tutto pronto. Il piano Alitalia, l'accordo con Berlusconi, con le banche. Davanti a un bel piatto di tortelli di zucca, al gelato e a un buon vino bianco della zona, nonno Roberto parlava con la moglie non solo del figlio e del nipotino, ma anche di affari veri, di soldi veri. Tanti, tanti che uno normale non li ha mai visti. Parlava di tagliare gli stipendi ai dipendenti dell'Alitalia, poi di licenziarne 5 mila, poi di assorbire Air One (che funziona bene, finora). Non certo di come andare a riprendere i milioni e milioni gettati per pagare chi in questi 30 anni ha fatto fallire la compagnia. Manager, amministratori, politici, amici degli amici. Milioni che potrebbero essere utilizzati almeno per lasciare gli stipendi di chi lavora così come sono. Non mi sembra che abbiano chiesto altro.
Sono tutti gay con il culo degli altri

FUGA CON SCUSA
Gabriele Polo
Roberto Colaninno ha lanciato l'ultimatum: «O così, o ritiriamo l'offerta». Il «così» è un piatto avvelenato composto da migliaia di persone disoccupate, da stipendi tranciati al minimo e condizioni miserevoli per chi resterebbe al lavoro (con le conseguenti ricadute in termini di sicurezza per chi vola). «L'offerta» è quel piano Cai per l'Italia alata che spacciandosi come operazione di salvataggio di Alitalia risponde invece alle promesse elettorali di Berlusconi, ai conseguenti benefit (anche in altri settori) per un pugno di imprenditori e alle manovre finanziarie del duo Passera(Intesa)-Toto(AirOne); a partire dai debiti del secondo col primo. Con queste premesse oggi sapremo se quel «non un soldo in più» che ieri ha pronunciato il «capitano coraggioso» di Mantova si tradurrà in una ritirata imprenditoriale o in una debacle sindacale. Sembra un film già visto e in molti lo racconteranno così: come già per la trattativa con Air France i sindacati fanno precipitare Alitalia. Ma non è vero. Se non altro perché il piano di Air France era davvero un progetto industriale con un futuro, mentre quello della Cai è solo un imbroglio. A danno dell'Alitalia, dei suoi lavoratori, dell'erario e di tutti noi. La realtà è che il sacro fuoco che aveva spinto Colaninno e soci ad assecondare le promesse berlusconiane - pensando di guadagnarci sopra qualcosa - si è spento ben presto. Era almeno da una decina di giorni che Roberto Colaninno pensava di mollare tutto. Non poteva farlo da solo, aveva bisogno di un «aiutino» perché nel mondo che conta in pochi hanno il coraggio di dire «ho sbagliato». Ora ha l'occasione di liberarsi da una creatura che vive come un macigno, scaricando la colpa sull'odiato sindacato. Una scusa, una bugia che però - di questi tempi - ha il vantaggio di essere creduta, perché, a forza di ripeterla, una sciocchezza può diventare una cosa seria. Come Berlusconi insegna. Invece la sciocchezza sarebbe proprio accettare l'ultimatum della Cai. Toccherà ai sindacati - e alla Cgil in primo luogo - scegliere tra la forma e la sostanza, tra un finto salvataggio che nulla salva e l'autentico broglio di un assemblaggio aereo che pagheranno lavoratori, viaggiatori, contribuenti. Cisl, Uil e Ugl hanno già scelto la prima strada: contano sull'ondata populista che sorregge Berlusconi e su un'informazione deviata peggio degli antichi servizi segreti. I cosidetti «autonomi» stanno dall'altra parte, ma di loro in pochi si curano, perché - così recita il luogo comune - alla fine si frantumeranno. In mezzo c'è la Cgil, combattuta tra l'essere additata come responsabile di un disastro e la necessità di porre un freno al totale arbitrio degli speculatori sul mondo del lavoro. La Cgil sa bene che il piano di Colaninno non sta in piedi; sa anche che accodandosi a Cisl, Uil, Ugl aprirebbe una frattura difficilmente sanabile con chi vuole rappresentare e sa che firmando accetterebbe implicitamente un altro piano, quello che Confindustria ha presentato per uccidere il contratto nazionale di lavoro. Ora deve scegliere. Su Alitalia e su cosa vuole essere.
Gabriele Polo
Roberto Colaninno ha lanciato l'ultimatum: «O così, o ritiriamo l'offerta». Il «così» è un piatto avvelenato composto da migliaia di persone disoccupate, da stipendi tranciati al minimo e condizioni miserevoli per chi resterebbe al lavoro (con le conseguenti ricadute in termini di sicurezza per chi vola). «L'offerta» è quel piano Cai per l'Italia alata che spacciandosi come operazione di salvataggio di Alitalia risponde invece alle promesse elettorali di Berlusconi, ai conseguenti benefit (anche in altri settori) per un pugno di imprenditori e alle manovre finanziarie del duo Passera(Intesa)-Toto(AirOne); a partire dai debiti del secondo col primo. Con queste premesse oggi sapremo se quel «non un soldo in più» che ieri ha pronunciato il «capitano coraggioso» di Mantova si tradurrà in una ritirata imprenditoriale o in una debacle sindacale. Sembra un film già visto e in molti lo racconteranno così: come già per la trattativa con Air France i sindacati fanno precipitare Alitalia. Ma non è vero. Se non altro perché il piano di Air France era davvero un progetto industriale con un futuro, mentre quello della Cai è solo un imbroglio. A danno dell'Alitalia, dei suoi lavoratori, dell'erario e di tutti noi. La realtà è che il sacro fuoco che aveva spinto Colaninno e soci ad assecondare le promesse berlusconiane - pensando di guadagnarci sopra qualcosa - si è spento ben presto. Era almeno da una decina di giorni che Roberto Colaninno pensava di mollare tutto. Non poteva farlo da solo, aveva bisogno di un «aiutino» perché nel mondo che conta in pochi hanno il coraggio di dire «ho sbagliato». Ora ha l'occasione di liberarsi da una creatura che vive come un macigno, scaricando la colpa sull'odiato sindacato. Una scusa, una bugia che però - di questi tempi - ha il vantaggio di essere creduta, perché, a forza di ripeterla, una sciocchezza può diventare una cosa seria. Come Berlusconi insegna. Invece la sciocchezza sarebbe proprio accettare l'ultimatum della Cai. Toccherà ai sindacati - e alla Cgil in primo luogo - scegliere tra la forma e la sostanza, tra un finto salvataggio che nulla salva e l'autentico broglio di un assemblaggio aereo che pagheranno lavoratori, viaggiatori, contribuenti. Cisl, Uil e Ugl hanno già scelto la prima strada: contano sull'ondata populista che sorregge Berlusconi e su un'informazione deviata peggio degli antichi servizi segreti. I cosidetti «autonomi» stanno dall'altra parte, ma di loro in pochi si curano, perché - così recita il luogo comune - alla fine si frantumeranno. In mezzo c'è la Cgil, combattuta tra l'essere additata come responsabile di un disastro e la necessità di porre un freno al totale arbitrio degli speculatori sul mondo del lavoro. La Cgil sa bene che il piano di Colaninno non sta in piedi; sa anche che accodandosi a Cisl, Uil, Ugl aprirebbe una frattura difficilmente sanabile con chi vuole rappresentare e sa che firmando accetterebbe implicitamente un altro piano, quello che Confindustria ha presentato per uccidere il contratto nazionale di lavoro. Ora deve scegliere. Su Alitalia e su cosa vuole essere.
venerdì 12 settembre 2008
Forza Italia
Un bel Paese, non c’è che dire. 1) Uomini di destra che occupano legittimamente i posti che occupano ma che non riescono a scrollarsi di dosso il manganello, in un tentativo, fastidioso per non dire altro, di riscrivere la storia con le stesse coordinate di chi parla di calcio al bar dopo aver letto la Gazzetta. 2) Compagni di merende che con il sostegno di una politica connivente cercano di far cassa comprando Alitalia (per probabilmente rivenderla a Air France), riversandoci addosso un mare di debiti e malgrado ciò passano per i salvatori della patria. 3) Merde assolute e senza vergogna che ricattano gli operai della Thyssen proponendo la mobilità o la ricollocazione in cambio: 1. del ritiro della costituzione di parte civile al processo che vede i vertici aziendali alla sbarra per rispondere dell’incendio che costo la vita a non ricordo quanti lavoratori; 2 della rinuncia ad eventuali richieste di danni, in futuro, per eventuali malattie professionali (perchè questo mettere le mani avanti?). 4) Il taglio di decine di migliaia di insegnanti della scuola pubblica quando, per contro, si vanno a dare 5000 miliardi di euro a Gheddafi per costruire una probabile Salerno (Tripoli) Reggio Calabria.
PAURA DEL PILOTA
Gabriele Polo
Salireste su un aereo con alla guida un pilota stanco, sottopagato e arrabbiato? E con delle hostess pronte a rovesciarvi l'aranciata in faccia? Evidentemente no. Ma questo è quello che vi potrebbe succedere se verranno accettate - come in molti sembrano disposti a fare - le proposte della Cai, nuovo acronimo aereo che nelle citazioni ha ormai soppiantato l'antico «Club alpino italiano». Ora, se l'aranciata gettata in faccia da un assistente di volo pagato mille euro al mese può anche essere sopportabile, non lo è certamente l'idea di sollevare i piedi da terra con il rischio di ripiombarci violentemente, causa imperita manovra di un comandante con la mente al mutuo da pagare e uno stipendio di 2.000 euro. E che perdipiù ha dormito poche ore per poter lavorare di più e così arrotondare una magra paga-base. Ben difficile che su quell'aereo ci salirete a cuor leggero - più probabile che cercherete tutte le soluzioni alternative. Tra i tanti paradossi e imbrogli di un'operazione di «salvataggio» fatta soprattutto per salvare la faccia a Berlusconi (ottenendo in cambio un bel po' di commesse collaterali) e i conti della coppia Passera-Toto, c'è anche l'incoerenza tra le sbandierate dichiarazioni per «un'impresa di qualità» e l'inesistente qualità del servizio promessa ai viaggiatori. Che, poi, è una tradizione del capitalismo italiano, il cui «sviluppo» è sempre stato cercato nella contrazione dei costi (a iniziare da quello del lavoro), pensando che il lavoratore sia solo una merce da comprare a basso prezzo e il prodotto una voce puramente quantitativa, facendo utili sul «numero». La merce è, invece, il prodotto, nel caso dei trasporti aerei, i voli; e perché sia un buon prodotto i «produttori» devono essere gratificati da un minimo di tangibile riconoscenza - misurabile in stipendi, orari e diritti. Invece la Cai, oltre a scaricare i costi economici su tutti noi (è stato calcolato che la liquidazione della bad company costerà 100 euro a ogni cittadino italiano, infanti compresi), pensa di nascere costringendo i suoi futuri dipendenti a condizioni di lavoro pesantissime, presupponendo un servizio pessimo, mettendo a rischio la sicurezza di chiunque salga su quegli aerei. Che saranno anche «nuovi», ma con equipaggi rapidamente «invecchiati» da stress e rancori. Quale tipo di competitività possa avere una simile azienda solo Colaninno lo sa. Ma - si dice - «al di là di questo c'è il fallimento». Bel ragionamento: prima fanno saltare la trattativa con Air France, poi mettono a carico della collettività le perdite, infine impongono un'organizzazione del lavoro da terzo mondo. Tutto in nome dell'italianità. Valore assoluto in cui, evidentemente, non rientrano piloti, hostess e altri addetti «dell'aria». E nemmeno i potenziali viaggiatori. Che piuttosto di salire su simili aerei per una vacanza alle Seychelles, preferiranno ripiegare su una gita in montagna. Magari organizzata dal Cai. Quello vero.
PAURA DEL PILOTA
Gabriele Polo
Salireste su un aereo con alla guida un pilota stanco, sottopagato e arrabbiato? E con delle hostess pronte a rovesciarvi l'aranciata in faccia? Evidentemente no. Ma questo è quello che vi potrebbe succedere se verranno accettate - come in molti sembrano disposti a fare - le proposte della Cai, nuovo acronimo aereo che nelle citazioni ha ormai soppiantato l'antico «Club alpino italiano». Ora, se l'aranciata gettata in faccia da un assistente di volo pagato mille euro al mese può anche essere sopportabile, non lo è certamente l'idea di sollevare i piedi da terra con il rischio di ripiombarci violentemente, causa imperita manovra di un comandante con la mente al mutuo da pagare e uno stipendio di 2.000 euro. E che perdipiù ha dormito poche ore per poter lavorare di più e così arrotondare una magra paga-base. Ben difficile che su quell'aereo ci salirete a cuor leggero - più probabile che cercherete tutte le soluzioni alternative. Tra i tanti paradossi e imbrogli di un'operazione di «salvataggio» fatta soprattutto per salvare la faccia a Berlusconi (ottenendo in cambio un bel po' di commesse collaterali) e i conti della coppia Passera-Toto, c'è anche l'incoerenza tra le sbandierate dichiarazioni per «un'impresa di qualità» e l'inesistente qualità del servizio promessa ai viaggiatori. Che, poi, è una tradizione del capitalismo italiano, il cui «sviluppo» è sempre stato cercato nella contrazione dei costi (a iniziare da quello del lavoro), pensando che il lavoratore sia solo una merce da comprare a basso prezzo e il prodotto una voce puramente quantitativa, facendo utili sul «numero». La merce è, invece, il prodotto, nel caso dei trasporti aerei, i voli; e perché sia un buon prodotto i «produttori» devono essere gratificati da un minimo di tangibile riconoscenza - misurabile in stipendi, orari e diritti. Invece la Cai, oltre a scaricare i costi economici su tutti noi (è stato calcolato che la liquidazione della bad company costerà 100 euro a ogni cittadino italiano, infanti compresi), pensa di nascere costringendo i suoi futuri dipendenti a condizioni di lavoro pesantissime, presupponendo un servizio pessimo, mettendo a rischio la sicurezza di chiunque salga su quegli aerei. Che saranno anche «nuovi», ma con equipaggi rapidamente «invecchiati» da stress e rancori. Quale tipo di competitività possa avere una simile azienda solo Colaninno lo sa. Ma - si dice - «al di là di questo c'è il fallimento». Bel ragionamento: prima fanno saltare la trattativa con Air France, poi mettono a carico della collettività le perdite, infine impongono un'organizzazione del lavoro da terzo mondo. Tutto in nome dell'italianità. Valore assoluto in cui, evidentemente, non rientrano piloti, hostess e altri addetti «dell'aria». E nemmeno i potenziali viaggiatori. Che piuttosto di salire su simili aerei per una vacanza alle Seychelles, preferiranno ripiegare su una gita in montagna. Magari organizzata dal Cai. Quello vero.
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