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mercoledì 14 novembre 2007
Calcio e anti Stato
Non c’è giustificazione per la morte violenta di un ragazzo. Nemmeno l’errore o la tragica fatalità può e potrà mai alleviare il dolore di una famiglia, degli amici. Ma quello che è andato in scena domenica nelle ore successive al fatto di sangue all’autogrill di Arezzo è pura follia. La sospensione di una partita di calcio per volontà di una frangia della tifoseria o, ancora peggio, l’attacco alle caserme della polizia e le devastazioni a Roma, rappresentano un oltre pericoloso a cui non si può rispondere solo con il blocco dei campionati professionistici per una domenica, il lutto al braccio, il minuto di silenzio o anche con i divieti alle tifoserie organizzate di andare in trasferta e la chiusura delle curve. Ha ragione Michele Serra: il calcio è la quarta regione italiana sotto il controllo dell’anti Stato. Una specie di Locride o di Scampia diffusa, spalmata per ogni angolo del Paese, nel quale le regole e le convenzioni normalmente riconosciute e applicabili altrove non hanno più luogo. Se non si prende atto di questo, il problema si ripresenterà di nuovo. Gli ultrà in Italia non sono più di 20 mila ma possono imporre qualsiasi cosa alle società: il cambio dell’allenatore, il destino di un giocatore, decidere se una partita si può e si deve disputare o meno. Una situazione per troppo tempo tollerata tanto da diventare quasi normale. Come normali sono ormai le città blindate, le stazioni ferroviarie presidiate da celerini in assetto di guerra, gli autobus con le grate che scortano i tifosi ospiti allo stadio. Ma è calcio questo? Che senso ha? Sono passati quasi 30 anni da quando Vincenzo Paparelli è stato ucciso da un razzo sugli spalti dell’Olimpico. Possibile che nessuno sia stato in grado di fermare la degenerazione del calcio? Perchè? Per quale interesse più grande si è pronti a sacrificare una vita? Cosa vogliono questi ultras? Il loro dato distintivo non è tanto il tifo a favore ma l’odio contro l’avversario. E già questo la dice lunga sulla logica che li muove. Una guerra comunque tutta interna al loro mondo, perché insieme hanno un nemico comune da combattere: la polizia. Dalla morte dell’ispettore Filippo Raciti allo stadio di Catania nel febbraio scorso e dai successivi inasprimenti delle normative in materia di ordine pubblico si sapeva che la rabbia covava tra le frange estreme di questo anti Stato. L’uccisione tragica di un giovane tifoso, seppur a centinaia di chilometri dallo stadio dove era diretto, è stata immediatamente adottata a giustificazione di una rappresaglia indegna e insensata. Certo la scarsa chiarezza delle autorità nelle prime ore dell’accaduto, la versione confusa e francamente improbabile dei fatti accreditata dal Questore di Arezzo, non hanno fatto che alimentare la violenza e fornire alibi al branco. Se uno spara in aria e colpisce un uomo, che notoriamente non vola, facilmente ha mirato più in basso. Si era già visto al G8 di Genova con l’omicidio Giuliani che una ricostruzione del genere non paga. Io non so – non ho nemmeno la competenza e gli strumenti per affermarlo - se sia stato giusto che domenica scorsa si sia giocato. Credo che sospendere i campionati a poche ore dal fischio d’inizio delle partite, con i tifosi ormai in viaggio, sarebbe stato forse peggio, perché avrebbe impedito qualsiasi controllo. Di una cosa però sono sicuro: se la polizia deve presidiare un evento sportivo per evitare che gli spettatori si scannino tra di loro o per difendersi a loro volta, se ogni domenica è a rischio, se le forze dell'ordine devono intervenire per sedare scontri addirittura durante Legnano - Pro Patria, è arrivato il momento di fermarsi, di chiudere bottega. Almeno per un po’.
martedì 13 novembre 2007
Cercasi laici (disperatamente)
Agevolazioni fiscali agli enti religiosi/Contrari solamente dodici senatori
Esenzione dall'Ici: l'indagine della Ue procede
di Alessandro Nucara*
"Bisogna rivedere le forme di agevolazioni di attività che hanno un contenuto economico e commerciale. In questo caso è legittimo che queste vengano sottoposte ad un rapporto fiscale alla pari di tutti gli altri contribuenti". Di cosa stiamo parlando? Delle agevolazioni fiscali concesse dal legislatore italiano agli enti religiosi. Il solito polverone sollevato dagli anticlericali radicali, si dirà. Ebbene, ad aver fatto quella dichiarazione è stato l'attuale sottosegretario al ministero dell'Economia, on. Paolo Cento ("La Repubblica", 22 agosto 2007). In seguito, il Presidente della Camera, on. Fausto Bertinotti, all'indomani della conferenza stampa con cui la Commissione europea comunicava l'invio di una richiesta di informazioni allo Stato italiano sui presunti aiuti di Stato concessi agli enti religiosi, dichiarava ("Il Giornale", 30 agosto 2007): "alcuni beni ecclesiastici vanno totalmente esentati" (quelli destinati al culto), "altri accortamente tassati" (quelli che danno rendite).
La laicità dello Stato, abbiamo pensato ad agosto, torna finalmente ad assumere rilievo all'interno del panorama politico italiano e non è difesa solo da Rosa nel Pugno e Partito Repubblicano Italiano.
Il voto del 7 novembre al Senato, purtroppo, ha confermato che la laicità dello Stato nel nostro Paese è un valore primario solo per un'esigua minoranza dei nostri parlamentari. Come era accaduto l'anno scorso, sempre durante la discussione sulla finanziaria, un emendamento volto a concedere l'esenzione dal pagamento dell'ICI solo per gli immobili di proprietà di enti religiosi ed ONLUS non utilizzati, nemmeno parzialmente, a scopi commerciali, è stato bocciato in Senato, con il voto favorevole di solo dodici senatori. Al voto dei senatori socialisti (la parte radicale della Rosa nel Pugno, come si sa, non ha eletto senatori) si è aggiunto, ancora una volta, solo il voto del Partito Repubblicano, nella persona del senatore Del Pennino. Si sono aggiunti, nel voto del 7 novembre, pochissimi altri senatori (il verde Bulgarelli, Furio Colombo e il "dissidente" della sinistra radicale Turigliatto). Dodici senatori! A questo si riduce in Senato l'importanza di un concetto fondamentale come la laicità dello Stato? Dove sono finiti i Verdi di Paolo Cento? E Rifondazione comunista? Evidentemente la laicità dello Stato non rientra nel DNA di certe parti politiche, oppure semplicemente non è da esse ritenuta prioritaria rispetto ad altri valori presuntamente "superiori" (si è letto di un voto di astensione, che al Senato è voto contrario, per "senso di responsabilità"; ci si chiede responsabilità verso chi o verso che cosa).
Il Partito democratico di Veltroni cosa ne pensa? la laicità dello Stato è o non è un valore irrinunciabile per il quale bisogna battersi? Sono domande che un (e)lettore attento deve obbligatoriamente porsi.
Si è letto tanto in questi mesi sulle indagini della Commissione europea a proposito dei privilegi fiscali degli enti religiosi. Purtroppo la disinformazione è stata la caratteristica principale delle dichiarazioni di tanti politici ed alti esponenti degli organi ecclesiali. Sia chiaro una volta per tutte: ciò che è stato denunciato, e su cui la Commissione europea sta indagando, sono i privilegi fiscali relativi alle attività commerciali svolte dagli enti religiosi e dalle ONLUS. Se vi sono delle attività commerciali svolte da tali soggetti, è giusto che siano sottoposte alle stesse norme alle quali sono sottoposti gli altri operatori concorrenti: il diritto comunitario, peraltro, esige l'applicazione della normativa in materia di concorrenza a tutti i soggetti che esercitano attività economica, indipendentemente dalla loro natura giuridica (profit o non - profit). Nessuno sta, dunque, sostenendo che le mense della Caritas siano in concorrenza con i ristoranti (come si è letto in un articolo di "Famiglia Cristiana"), né vi sono "oscure intenzioni" dietro le indagini della Commissione europea (come dichiarava Monsignor Betori, "Libero", 29 agosto 2007). Si chiede semplicemente che un convento adibito per una minima parte ad alloggi per suore o frati e per gran parte ad hotel o bed & breakfast sia soggetto alla stessa imposizione fiscale cui sono soggetti gli hotel di proprietà di enti non religiosi; che una clinica di proprietà di un ente religioso, che fa pagare i propri servizi esattamente come le altre cliniche private, sia sottoposta allo stesso regime fiscale; che una scuola privata di proprietà di enti religiosi, per accedere alla quale si paga una retta, esattamente come per le altre scuole private, paghi le tasse allo stesso modo; e la lista potrebbe continuare. Questo deve chiedere, anzi esigere, chi ha a cuore la laicità dello Stato.
Se non sbagliamo i calcoli, dodici senatori significano circa il 4% del Senato della Repubblica. C'è da chiedersi se solo il 4% della società italiana abbia a cuore la laicità dello Stato e ponga questo principio fondamentale in cima alla scala dei propri valori "politici". Noi crediamo di no; ed è a tutti questi individui non degnamente rappresentati nel nostro Parlamento che si deve rivolgere la nuova Costituente Liberaldemocratica.
P.S. Sarebbe interessante sapere come il governo italiano, dopo questo voto in Senato, intenderà rispondere, nei prossimi trenta giorni, alla nuova ed ulteriore richiesta di informazioni, da parte della Commissione europea, sull'esenzione ICI, così come su altri privilegi fiscali concessi agli enti religiosi ed alle ONLUS.
*avvocato
Esenzione dall'Ici: l'indagine della Ue procede
di Alessandro Nucara*
"Bisogna rivedere le forme di agevolazioni di attività che hanno un contenuto economico e commerciale. In questo caso è legittimo che queste vengano sottoposte ad un rapporto fiscale alla pari di tutti gli altri contribuenti". Di cosa stiamo parlando? Delle agevolazioni fiscali concesse dal legislatore italiano agli enti religiosi. Il solito polverone sollevato dagli anticlericali radicali, si dirà. Ebbene, ad aver fatto quella dichiarazione è stato l'attuale sottosegretario al ministero dell'Economia, on. Paolo Cento ("La Repubblica", 22 agosto 2007). In seguito, il Presidente della Camera, on. Fausto Bertinotti, all'indomani della conferenza stampa con cui la Commissione europea comunicava l'invio di una richiesta di informazioni allo Stato italiano sui presunti aiuti di Stato concessi agli enti religiosi, dichiarava ("Il Giornale", 30 agosto 2007): "alcuni beni ecclesiastici vanno totalmente esentati" (quelli destinati al culto), "altri accortamente tassati" (quelli che danno rendite).
La laicità dello Stato, abbiamo pensato ad agosto, torna finalmente ad assumere rilievo all'interno del panorama politico italiano e non è difesa solo da Rosa nel Pugno e Partito Repubblicano Italiano.
Il voto del 7 novembre al Senato, purtroppo, ha confermato che la laicità dello Stato nel nostro Paese è un valore primario solo per un'esigua minoranza dei nostri parlamentari. Come era accaduto l'anno scorso, sempre durante la discussione sulla finanziaria, un emendamento volto a concedere l'esenzione dal pagamento dell'ICI solo per gli immobili di proprietà di enti religiosi ed ONLUS non utilizzati, nemmeno parzialmente, a scopi commerciali, è stato bocciato in Senato, con il voto favorevole di solo dodici senatori. Al voto dei senatori socialisti (la parte radicale della Rosa nel Pugno, come si sa, non ha eletto senatori) si è aggiunto, ancora una volta, solo il voto del Partito Repubblicano, nella persona del senatore Del Pennino. Si sono aggiunti, nel voto del 7 novembre, pochissimi altri senatori (il verde Bulgarelli, Furio Colombo e il "dissidente" della sinistra radicale Turigliatto). Dodici senatori! A questo si riduce in Senato l'importanza di un concetto fondamentale come la laicità dello Stato? Dove sono finiti i Verdi di Paolo Cento? E Rifondazione comunista? Evidentemente la laicità dello Stato non rientra nel DNA di certe parti politiche, oppure semplicemente non è da esse ritenuta prioritaria rispetto ad altri valori presuntamente "superiori" (si è letto di un voto di astensione, che al Senato è voto contrario, per "senso di responsabilità"; ci si chiede responsabilità verso chi o verso che cosa).
Il Partito democratico di Veltroni cosa ne pensa? la laicità dello Stato è o non è un valore irrinunciabile per il quale bisogna battersi? Sono domande che un (e)lettore attento deve obbligatoriamente porsi.
Si è letto tanto in questi mesi sulle indagini della Commissione europea a proposito dei privilegi fiscali degli enti religiosi. Purtroppo la disinformazione è stata la caratteristica principale delle dichiarazioni di tanti politici ed alti esponenti degli organi ecclesiali. Sia chiaro una volta per tutte: ciò che è stato denunciato, e su cui la Commissione europea sta indagando, sono i privilegi fiscali relativi alle attività commerciali svolte dagli enti religiosi e dalle ONLUS. Se vi sono delle attività commerciali svolte da tali soggetti, è giusto che siano sottoposte alle stesse norme alle quali sono sottoposti gli altri operatori concorrenti: il diritto comunitario, peraltro, esige l'applicazione della normativa in materia di concorrenza a tutti i soggetti che esercitano attività economica, indipendentemente dalla loro natura giuridica (profit o non - profit). Nessuno sta, dunque, sostenendo che le mense della Caritas siano in concorrenza con i ristoranti (come si è letto in un articolo di "Famiglia Cristiana"), né vi sono "oscure intenzioni" dietro le indagini della Commissione europea (come dichiarava Monsignor Betori, "Libero", 29 agosto 2007). Si chiede semplicemente che un convento adibito per una minima parte ad alloggi per suore o frati e per gran parte ad hotel o bed & breakfast sia soggetto alla stessa imposizione fiscale cui sono soggetti gli hotel di proprietà di enti non religiosi; che una clinica di proprietà di un ente religioso, che fa pagare i propri servizi esattamente come le altre cliniche private, sia sottoposta allo stesso regime fiscale; che una scuola privata di proprietà di enti religiosi, per accedere alla quale si paga una retta, esattamente come per le altre scuole private, paghi le tasse allo stesso modo; e la lista potrebbe continuare. Questo deve chiedere, anzi esigere, chi ha a cuore la laicità dello Stato.
Se non sbagliamo i calcoli, dodici senatori significano circa il 4% del Senato della Repubblica. C'è da chiedersi se solo il 4% della società italiana abbia a cuore la laicità dello Stato e ponga questo principio fondamentale in cima alla scala dei propri valori "politici". Noi crediamo di no; ed è a tutti questi individui non degnamente rappresentati nel nostro Parlamento che si deve rivolgere la nuova Costituente Liberaldemocratica.
P.S. Sarebbe interessante sapere come il governo italiano, dopo questo voto in Senato, intenderà rispondere, nei prossimi trenta giorni, alla nuova ed ulteriore richiesta di informazioni, da parte della Commissione europea, sull'esenzione ICI, così come su altri privilegi fiscali concessi agli enti religiosi ed alle ONLUS.
*avvocato
lunedì 12 novembre 2007
Grandi Vecchi
Il mio amico Carlo mi manda questa nota. Non posso dire di condividere in toto quello che scrive, ma non è necessario essere sempre d’accordo. Personalmente ho molto rispetto per i grandi vecchi del giornalismo, soprattutto di quelli che hanno una memoria storica e ne sono testimoni.
Non amo i grandi vecchi del giornalismo. Penso che a 65 anni, come tutti i lavoratori, anche loro debbano andare in pensione. Invece restano li, attaccati alla macchina da scrivere e soprattutto alle migliaia di euro con cui i loro corsivi vengono strapagati dagli stessi editori che sottopagano giornalisti giovani e bravi con 30 euro per articolo, spesso in nero, quando va bene.
No grazie.
E poi alla fine, quando si diventa vecchi ci si limita a fare morale e si finisce col rompere i coglioni.
Enzo Biagi, ma anche Montanelli, Bocca, Pansa, Romano, Cervi, Scalfari e molti altri…. Quante tirate moraliste, facili con un conto in banca gonfio, e quante ‘giravolte’ di posizioni.
E poi, sempre li a giudicarci, come i preti.
E poi fanno tutti doppio (sono tutti scrittori), triplo (moderano incontri e convegni), quadruplo (intervengono in trasmissioni televisive) lavoro. Per migliaia di euro, naturalmente.
No grazie.
Addio rispettoso a Enzo Biagi, ma il mondo va avanti. E di lui, come di noi tra qualche anno, gli altri sapranno fare senza.
Non amo i grandi vecchi del giornalismo. Penso che a 65 anni, come tutti i lavoratori, anche loro debbano andare in pensione. Invece restano li, attaccati alla macchina da scrivere e soprattutto alle migliaia di euro con cui i loro corsivi vengono strapagati dagli stessi editori che sottopagano giornalisti giovani e bravi con 30 euro per articolo, spesso in nero, quando va bene.
No grazie.
E poi alla fine, quando si diventa vecchi ci si limita a fare morale e si finisce col rompere i coglioni.
Enzo Biagi, ma anche Montanelli, Bocca, Pansa, Romano, Cervi, Scalfari e molti altri…. Quante tirate moraliste, facili con un conto in banca gonfio, e quante ‘giravolte’ di posizioni.
E poi, sempre li a giudicarci, come i preti.
E poi fanno tutti doppio (sono tutti scrittori), triplo (moderano incontri e convegni), quadruplo (intervengono in trasmissioni televisive) lavoro. Per migliaia di euro, naturalmente.
No grazie.
Addio rispettoso a Enzo Biagi, ma il mondo va avanti. E di lui, come di noi tra qualche anno, gli altri sapranno fare senza.
giovedì 8 novembre 2007
Spunti di riflessione
Gli occhi innocenti del diavolo
“….Facciamo appena in tempo a proclamare la rivincita della fisiognomica guardando la foto del romeno violentatore e assassino di Tor di Quinto, con il suo sguardo torvo, i baffi spioventi, la maglia sfilacciata, quand’ecco apparire le foto dei multietnici violentatori e assassini di Perugia (…).
Ci spaventa che il male non abbia un appropriato dress code, una riconoscibile immagine, un codice già decifrato. Che possa essere dovunque e chiunque (…). A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l’ex marito, la mamma. Sono tutti gialli in una stanza chiusa (…). La cronaca nera italiana assomiglia al cinema e alla fiction del paese: due camere, una cucina, un pianerottolo, facce già viste. Quando? Poco fa, salendo in ascensore, scambiando sorrisi e banalità sul clima, il lavoro, gli studi. Non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga, è già sfasciato perché non può contenere l’ubiquità del Male, non ci sono ghetti o frontiere per arginarlo, segnaletiche per essere avvertiti della sua imminenza. Accettarlo è un modo per disattivare l’allarme e accendere l’intelligenza”.
Gabriele Romagnoli, da Repubblica di mercoledì 7 novembre
Se l’uomo topo diventa il signore della paura
“…l’uomo che divide la tana coi topi (dite se questo è un uomo, che vive…) sbuca dal suo buio, aggredisce, strazia, e torna a sprofondare (…). Una preda inarrivabile, una borsetta, una donna, è apparsa al suo sguardo notturno, ed è stata strappata alla vita. Dopo, anche la fila di baracche orripilanti e la comunità di persone disgraziate che non erano lì per ghermire violentare e ammazzare è venuta alla luce, e per il fatto stesso di non essere più invisibile è stata spazzata via. Questa è la verità insopportabile della tragedia romana. Il resto è terribile, ma noto (…).
Il fango dal quale è emerso Mailat non attenua di un millimetro la sua colpa. Ma l’autopsia delle baracche, dei cartoni e le pagine di giornale con le donne nude e le Ferrari rosse, costringe a chiedersi perché persone come lui, a parte il gusto della vita brada, dovrebbero temere la galera. Può darsi che sia tardi. Ma anche se lo fosse, e non restasse che limitare i danni di una esasperazione irreversibile dello spirito pubblico, una frontiera non può essere oltrepassata: quella della responsabilità personale, e del rifiuto di giudizi e misure collettive”.
Adriano Sofri, da Repubblica di mercoledì 7 novembre
“….Facciamo appena in tempo a proclamare la rivincita della fisiognomica guardando la foto del romeno violentatore e assassino di Tor di Quinto, con il suo sguardo torvo, i baffi spioventi, la maglia sfilacciata, quand’ecco apparire le foto dei multietnici violentatori e assassini di Perugia (…).
Ci spaventa che il male non abbia un appropriato dress code, una riconoscibile immagine, un codice già decifrato. Che possa essere dovunque e chiunque (…). A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l’ex marito, la mamma. Sono tutti gialli in una stanza chiusa (…). La cronaca nera italiana assomiglia al cinema e alla fiction del paese: due camere, una cucina, un pianerottolo, facce già viste. Quando? Poco fa, salendo in ascensore, scambiando sorrisi e banalità sul clima, il lavoro, gli studi. Non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga, è già sfasciato perché non può contenere l’ubiquità del Male, non ci sono ghetti o frontiere per arginarlo, segnaletiche per essere avvertiti della sua imminenza. Accettarlo è un modo per disattivare l’allarme e accendere l’intelligenza”.
Gabriele Romagnoli, da Repubblica di mercoledì 7 novembre
Se l’uomo topo diventa il signore della paura
“…l’uomo che divide la tana coi topi (dite se questo è un uomo, che vive…) sbuca dal suo buio, aggredisce, strazia, e torna a sprofondare (…). Una preda inarrivabile, una borsetta, una donna, è apparsa al suo sguardo notturno, ed è stata strappata alla vita. Dopo, anche la fila di baracche orripilanti e la comunità di persone disgraziate che non erano lì per ghermire violentare e ammazzare è venuta alla luce, e per il fatto stesso di non essere più invisibile è stata spazzata via. Questa è la verità insopportabile della tragedia romana. Il resto è terribile, ma noto (…).
Il fango dal quale è emerso Mailat non attenua di un millimetro la sua colpa. Ma l’autopsia delle baracche, dei cartoni e le pagine di giornale con le donne nude e le Ferrari rosse, costringe a chiedersi perché persone come lui, a parte il gusto della vita brada, dovrebbero temere la galera. Può darsi che sia tardi. Ma anche se lo fosse, e non restasse che limitare i danni di una esasperazione irreversibile dello spirito pubblico, una frontiera non può essere oltrepassata: quella della responsabilità personale, e del rifiuto di giudizi e misure collettive”.
Adriano Sofri, da Repubblica di mercoledì 7 novembre
martedì 6 novembre 2007
Bertinotti
"Non nego ci sia un problema criminalità legato alla forte affluenza di rumeni in Italia, ma evitiamo un capro espiatorio e spostiamo il dibattito su come nasce la violenza e come si origina". Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ieri sera a 'Otto e mezzo', ha dato l’ennesima prova di essere uno dei pochi osservatori lucidi, in grado di leggere politicamente i fatti e di darne risposte conseguenti, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni. “Capisco che c’è tensione da ruolo, ma quando abbiamo fatto politiche di emergenza – ha ammonito Bertinotti – dopo dieci anni ce ne siamo pentiti. Non dico che non si debba intervenire: ritengo che lo si debba fare per prevenire e reprimere la violenza. E penso che si possa reprimere nel giusto”. Il vero problema, ha provato a ragionare Bertinotti, è “il disfacimento degli elementi che creano una comunità solidale. C’è disattenzione nei confronti della povertà: i campi di Tor di Quinto c’erano anche prima dell’assassinio Reggiani” . Anche per questo – ha aggiunto il presidente della Camera – “ascolto con grande attenzione, pur se non credente, le parole della Chiesa e del Papa che si interrogano su questioni di fondo. La politica deve trovare una sua consistenza tra l'emergenza ed il significato dell'esistenza”. “Nelle baraccopoli se ci sono persone propense al crimine vanno represse. Però bisogna anche sviluppare modelli alternativi come è avvenuto a Pisa, dove oggi, dopo dieci anni, tutti i bambini rom vanno a scuola e agli adulti è stato trovato un lavoro". Bertinotti non si è sottratto nemmeno ad un’autocritica: “la sinistra potrebbe avere sottovalutato il carattere devastante della violenza e di ogni complicità con essa. La colpa? Aver pensato che esiste una violenza buona”.
domenica 4 novembre 2007
Rauss
Nei momenti tragici le parole più sensate arrivano sempre dalle vittime, da chi si porta e si porterà per sempre dentro l’orrore della morte violenta di un proprio caro. “L’assassino avrebbe potuto essere anche un italiano”. Stop, fermi tutti. Si deve rifare la scena. Questa battuta non era prevista nel copione e ha rovinato la sceneggiatura. Lascia perdere i condizionali: qui il mostro è un rumeno, un rom, uno zingaro, uno di quella razza là, insomma, il resto sono solo chiacchiere. Invece no, non sono chiacchiere. Uno Stato è forte se fa rispettare le leggi non se reagisce emotivamente agli avvenimenti per calmare la piazza. Ha ragione Gabriele Polo, direttore del Manifesto, quando scrive: “Forse sarebbero bastati un paio di lampioni su quella strada, per evitare a Giovanna Reggiani il buio e l'orrore in cui è stata trascinata”. Le immagini della stazione di Tor di Quinto le hanno viste tutti. Come tutti hanno visto il rosario di baracche a ridosso del fiume, dove migliaia di persone – persone, non topi – vivono invisibili da anni in condizioni disumane. Da anni, non da ieri, da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea e quei bastardi degli zingari, il copyright è degli ascoltatori di Radio Padania Libera, sono diventati comunitari. Possibile che nessuno ci abbia mai fatto caso, si sia mai chiesto, che so il sindaco, per esempio, l’assessore ai servizi sociali, i vigili urbani: toh guarda quanti accattoni ci sono in giro ultimamente, chissà dove vanno a dormire? Probabilmente – come scrive ancora Polo - “sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana delle periferie per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone”. Le periferie, appunto. Se proprio non vogliamo occuparci degli invisibili del fiume, anche se prima o poi verranno a bussarci alla porta di casa, sarebbe il caso di dare un occhio a quella parte della città che non si chiama centro e che, di solito, è territorialmente più estesa. Più che una stazione romana quella di Tor di Quinto sembra una stazione di Bagdad: mancano solo i cecchini. Certo rimane l’omicidio efferato. Rimane che il colpevole deve essere punito e tutto il resto. La risposta contenuta in un decreto d’urgenza rischia però di trasformare “un delitto individuale – è sempre Polo che scrive - nell'annuncio di un repulisti di massa. E non servirà a salvare altre future vittime (…). Non servirà a cacciare le paure metropolitane e nemmeno - più in piccolo - a conquistare consensi elettorali”.
venerdì 2 novembre 2007
La storia senza aiutini
Allora si può. Allora è possibile fare una televisione lontana dai brunivespa, da Cogne, da Garlasco, dai palombellisotiscrepet, dalle isole, dai lapi, che è visibilmente un ritardato ma l’ordine dato dalla famiglia è di farlo passare per un genio del marketing; una tv dove non si cucina e dove non c’è bisogno degli aiutini perché le domande che pone non hanno premi in palio. La magia l’ha fatta La7, la cenerentola delle tv generaliste, che martedì ha mandato in onda, in diretta e senza interruzioni pubblicitarie (allora si può!), “Il Sergente”, monologo di Marco Paolini, tratto dal capolavoro di Mario Rigoni Stern “Il Sergente nella neve”. Una grande pagina di storia che Paolini ha reso viva dando corpo e voce ai protagonisti, raccontando l’inferno del Don attraverso la quotidianità di quei ragazzi parlanti dialetto veneto, lombardo, bresciano e bergamasco, invasori improbabili, disperati poveri cristi, tanto da suscitare la pietas dei russi, che non negarono all’invasore in fuga una scodella di patate. “Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino”, diceva Pasolini. Ma la notizia ancora più confortante è che l’azzardo di La7 è stato premiato anche dall’Auditel, unico termometro con cui i dirigenti delle televisioni pubbliche misurano la bontà dei programmi (lo stesso fanno anche i privati, ma essendo la loro un’impresa puramente commerciale ne hanno più diritto). Uno spunto di riflessione per chi finora ha difeso il trash sostenendo, per comodità, che la gente (anzi, la gggente) quando è seduta davanti al video vuole solo svagarsi e sognare.
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