Si dice che Walter Veltroni sia l’unico leader politico in grado di competere sul terreno della comunicazione con Silvio Berlusconi. Credo che se per comunicazione si intende demagogia, populismo e retorica da bar sport, Berlusconi non abbia eguali. A Veltroni, che l’arte della politica l’ha respirata nelle cellule del Pci, va dato invece atto di aver riaperto una partita persa in partenza e, almeno finora, di governare la campagna elettorale, avendo obbligato il centrodestra a seguirlo sul suo terreno. Dapprima nella costruzione di un partito unico, che ha innescato un meccanismo virtuoso di semplificazione del quadro politico; quindi nei toni: nessuna demonizzazione dell’avversario, anzi ore di intervento senza mai citarlo direttamente, e attenzione concentrata invece al programma di governo, spiegato come un buon padre di famiglia alla piazza, alla gggente degli aiutini che si spera torni popolo. Il tutto pacatamente, detto senza ironia. Walter il buono sta togliendo linfa vitale ai professionisti della rissa, ai Bonaiuti, ai Vito, ai kamikaze del cavaliere programmati per far saltare i nervi a chiunque, trascinando l’interlocutore di giornata su un terreno in cui solo gli ospiti di Biscardi possono competere. Veltroni sembra schermato, quasi insensibile alle provocazioni, e lo si è visto alla prima uscita a Porta a Porta, quando ha chiuso in modo perentorio e senza possibilità di replica, ma con il sorriso, il tentativo di Bruno Vespa di farlo scivolare su un argomento sensibile come la legge 194.
Il viaggio in Italia, il pullman, il pranzo in casa, in famiglia, fanno parte integrante di una strategia comunicazionale questa sì forte: noi siamo i veri moderati, senza barriere ideologiche, un grande partito che non andrà da Che Guevara a Madre Teresa, come canta Jovanotti, ma più modestamente da Antonio Boccuzzi, operaio sopravvissuto all’inferno della ThyssenKrupp, a Paola Binetti. Un partito dove laici e cattolici lavoreranno insieme per risolvere i problemi dell’Italia. Il dodecalogo presentato ai cittadini non poteva che essere una diretta conseguenza di ciò: “Stringato e ovvio, comprensibile e generico: perfetto. Un’efficace aporia elettorale che parla ad un paese bisognoso di conforto. Poco importa, ai fini della contesa del 13 aprile che glissi sui nodi della laicità, dei diritti, dei conflitti sociali, delle risorse illimitate. Ciò che conta è la sua immediata spendibilità. Sapendo che dopo le elezioni, chiunque sia il vincitore lo sarà di misura e dovrà accordarsi con lo sconfitto: ma il terreno di quel compromesso è già scritto in dodici punti”. La sintesi e l’analisi sono di Gabriele Polo, direttore del Manifesto.
Il dato che emerge è invece chiaro: questo centrosinistra ha in sé molto centro e quasi nulla di sinistra. Non che sia un male, anzi. Perlomeno non ci sono equivoci né mal di pancia per compromessi al ribasso e bagnati nell’acquasantiera. Si tratta ora, per la sinistra, di occupare quello spazio disponibile con una spendibile idea alternativa di società. E poi andiamo a contarci.
Un’ultima cosa. Confesso che sono rimasto affascinato dalla mossa di Veltroni, che credo venga da lontano e che nella sua fase progettuale abbia messo in conto, se non auspicato, la caduta del governo Prodi. Confesso anche di essere stato tentato di votare Pd il prossimo 13 aprile, malgrado la presenza imbarazzante di suor Binetti Le mie buone intenzioni di moderazione hanno iniziato a scricchiolare al momento dell’accordo con Di Pietro e alla chiusura a socialisti e radicali. Sono definitivamente crollate dopo l’invito di Veltroni alla piazza a intonare l’inno di Mameli. No, la retorica della bandiera è davvero troppo. Pazienza, sarà per la prossima vita.
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